Il servilismo come tratto sistemico della politica italiana

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Il silenzio delle istituzioni italiane sugli attacchi continui a Francesca Albanese rivela un servilismo strutturale verso Israele e USA. Lobbies, interessi economici, cyber security e ricatti internazionali mantengono l’Italia in una condizione di sovranità limitata.

Italia sotto tutela: il silenzio che favorisce Israele e USA*

Perché in Italia – dalle più alte cariche dello Stato fino ai vertici dei partiti – si registra un silenzio assordante di fronte alle violazioni commesse da Israele e dagli Stati Uniti? Perché nessuna voce istituzionale si è levata in difesa di Francesca Albanese, relatrice speciale dell’ONU, bersaglio di attacchi sproporzionati e intimidatori?

La risposta è stratificata. Da un lato esiste una potente macchina lobbistica, abilmente costruita da Israele sul modello americano, che agisce tramite fondazioni, associazioni, gruppi finanziari e think tank. Questo apparato, ben radicato anche in Italia, garantisce a politici, giornalisti e professionisti spazi di potere, incarichi, possibilità di carriera e accesso a reti internazionali. In cambio, si chiede fedeltà e un sostegno incondizionato alle posizioni israeliane. Un meccanismo che ha reso difficile, se non impossibile, per i rappresentanti istituzionali italiani assumere posizioni autonome.

A questo si aggiungono gli interessi economici e strategici. L’Italia ha legato la propria sicurezza informatica a una partnership con Israele, delegando di fatto porzioni della propria sovranità digitale. Parallelamente, gli scambi commerciali e le connessioni con imprese statunitensi rendono politicamente rischioso prendere una posizione di rottura. Esporsi significa affrontare potenziali ritorsioni economiche e diplomatiche.

Le radici storiche di una sovranità limitata

Per comprendere appieno questo servilismo occorre guardare alla storia della Repubblica italiana. Fin dal 1945, l’Italia ha vissuto in una condizione di “sovranità limitata”, collocata stabilmente nel campo occidentale e costretta a muoversi entro confini definiti dalle grandi potenze. Ciò non ha impedito ai governi italiani di tentare, talvolta, spazi di autonomia. Ma i politici che hanno osato spingersi troppo oltre hanno pagato un prezzo altissimo.

Enrico Mattei, leader dell’ENI, venne eliminato in circostanze mai chiarite del tutto. Aldo Moro, che nel 1973 negò agli Stati Uniti l’uso delle basi italiane per sostenere Israele durante la guerra del Kippur, trovò la morte in un sequestro che ancora oggi solleva dubbi su interferenze esterne e infiltrazioni nei gruppi armati. Bettino Craxi, che aveva mostrato una certa autonomia di giudizio nei confronti degli Stati Uniti e di Israele, finì travolto e isolato. Una costante storica emerge: chi sfida gli equilibri internazionali viene punito.

Non sempre si arriva all’eliminazione fisica. Spesso bastano il ricatto, il dossieraggio e la minaccia occulta. Il Mossad, maestri riconosciuti di queste pratiche, ha esercitato nel tempo una forte capacità di pressione, creando un clima di condizionamento permanente. Anche episodi apparentemente marginali, come la gestione delle manifestazioni di piazza o il trattamento mediatico di voci scomode, si inseriscono in questo quadro di controllo e sorveglianza.

Un potere fragile sotto condizionamento esterno

Si parla spesso della debolezza culturale dei partiti italiani, della corruzione dilagante e della progressiva rinuncia della politica al ruolo di mediazione. Tutti fattori reali, ma insufficienti a spiegare la subordinazione attuale. La verità più scomoda è che il potere italiano non è solo debole per difetti interni: è reso fragile perché costantemente condizionato da forze esterne che hanno interesse a mantenere lo status quo.

Il servilismo non è dunque un accidente, ma il prodotto di un sistema che intreccia interessi economici, vincoli geopolitici e pressioni occulte. Da decenni l’Italia si muove entro margini ristretti, e ogni deviazione viene punita con determinazione. Questo spiega la passività di fronte agli attacchi contro Francesca Albanese e, più in generale, la totale allineatura alle guerre americane e alle politiche israeliane.

La domanda che resta aperta è se sia ancora possibile, oggi, ricostruire una cultura politica capace di resistere a queste pressioni, o se l’Italia resterà per sempre prigioniera della sua “sovranità limitata”.

* Questo testo riprende e approfondisce un post del proferros Paolo Desogus

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