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Dietro la retorica dell’“Eldorado immobiliare”, Gaza nasconde un enorme tesoro energetico: il giacimento di gas Gaza Marine. Con 32 miliardi di metri cubi, la Striscia è al centro di interessi geopolitici e appetiti economici che ne decidono il futuro.
Gaza: dietro l’illusione dell’“Eldorado immobiliare”
Quando il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha definito Gaza un potenziale “Eldorado immobiliare” all’indomani della guerra, la dichiarazione è apparsa come una provocazione o un cinico calcolo politico.
In realtà, dietro le retoriche di sviluppo edilizio e investimenti futuri, il vero tesoro non è fatto di cemento o grattacieli, ma di energia: sotto il mare della Striscia si trova infatti un giacimento di gas naturale tra i più rilevanti del Mediterraneo orientale.
Per comprendere questa vicenda, occorre ricordare come Smotrich abbia già contribuito a soffocare l’economia palestinese, bloccando per mesi i trasferimenti fiscali spettanti all’Autorità nazionale. Ma ancor più rivelatore è il silenzio sul potenziale energetico di Gaza, che rappresenta un nodo geopolitico ben più strategico rispetto a qualsiasi speculazione edilizia.
Gaza Marine: il giacimento ‘dimenticato’
Il cuore della questione si chiama Gaza Marine, un giacimento situato a circa 36 chilometri dalle coste della Striscia. Scoperto nel 1999 dalla British Gas, contiene circa 32 miliardi di metri cubi di gas naturale.
In confronto con giganti come Leviathan (623 miliardi) e Tamar (200 miliardi), appare una risorsa modesta, ma resta comunque un asset cruciale: soprattutto in una regione dove ogni metro cubo di energia significa potere politico ed economico.
La storia della concessione è emblematica delle difficoltà palestinesi. British Gas ha ceduto i diritti a Shell nel 2016, che due anni dopo li ha restituiti all’Autorità Palestinese. Così, il progetto è rimasto sospeso, mentre i governi israeliani hanno consolidato il controllo su altre risorse energetiche della regione.
Uno studio dell’UNCTAD del 2019 ha inoltre evidenziato la presenza di ulteriori riserve di petrolio e gas nella Cisgiordania occupata, in particolare nell’area C, appetita dagli esponenti più radicali del governo Netanyahu.
Il controllo di tali risorse significherebbe non solo indipendenza energetica, ma anche royalties preziose per chi detiene le concessioni. Non a caso, si sono susseguiti tentativi di assegnare licenze di esplorazione, sempre rimasti lettera morta.
Energia e geopolitica: un intreccio esplosivo
Il caso di Gaza Marine dimostra come le questioni energetiche siano strettamente intrecciate con la geopolitica e la sicurezza. Non è un caso che l’Eni, nella stessa area del Mediterraneo orientale, abbia sviluppato il gigantesco giacimento Zohr, al largo delle coste egiziane. Questo precedente rende ancora più plausibile l’idea che anche Gaza Marine possa nascondere riserve maggiori di quelle finora stimate.
Sul piano economico, i numeri parlano chiaro: il prezzo del gas alla Borsa di Amsterdam, oggi attorno ai 32,87 euro al megawattora, dimostra quanto questo combustibile resti centrale nelle economie europee. In inverno i costi aumentano ulteriormente, gravando sulle bollette di paesi importatori come l’Italia.
La transizione energetica, spesso evocata come soluzione di lungo termine, procede a rilento. Secondo S&P Global Commodity Insights, la decarbonizzazione europea entro il 2050 appare sempre meno realistica: emergono invece nuove priorità come la stabilità economica e la lotta al caro energia. In altre parole, il gas rimarrà indispensabile ancora per decenni.
Un futuro conteso
Dietro lo slogan dell’“Eldorado immobiliare”, dunque, si nasconde una realtà ben diversa: Gaza è al centro di un gioco energetico che coinvolge Israele, i palestinesi e potenze straniere interessate a garantirsi nuove fonti di approvvigionamento. Non sorprende che Donald Trump, con la sua esperienza di costruttore e investitore, abbiano mostrato interesse per questa regione: ma la vera partita si gioca sott’acqua, non sulla terraferma.
La vicenda di Gaza Marine racconta una verità scomoda: mentre i palestinesi lottano quotidianamente per la sopravvivenza, sotto i loro piedi (e sotto il loro mare) giace una ricchezza che potrebbe cambiare gli equilibri dell’intero Mediterraneo. E che, proprio per questo, resta al centro di contese, appetiti e progetti di dominio.

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