Gaza e il paradigma della morte istituzionalizzata

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A Gaza non c’è guerra tra eserciti, ma annientamento di civili. Israele, sostenuto dall’Occidente, ha trasformato la soppressione della vita inerme in paradigma politico, fondando la propria statualità sulla morte e aprendo un baratro tra verità e propaganda.

Gaza e il rovesciamento della logica bellica

La tragedia che si consuma a Gaza rappresenta una frattura storica. Non siamo di fronte a una guerra tradizionale, in cui due eserciti si confrontano sul campo con strumenti simili.

Da un lato c’è una potenza militare avanzata, capace di mobilitare forze aeree, navali e di terra, dotata di un apparato d’intelligence tra i più sofisticati al mondo. Dall’altro, una popolazione civile inerme, priva di strumenti di difesa reali e costretta a vivere sotto assedio.

L’immagine di due contendenti equivalenti, ripetuta da gran parte dei media e delle cancellerie occidentali, è una costruzione artificiale. Si parla di “conflitto” per mantenere in piedi una simmetria che non esiste: i palestinesi non hanno eserciti, non hanno flotte né aviazioni, e i loro razzi rudimentali diventano pretesto per giustificare un ciclo infinito di rappresaglie. Così, la sproporzione assoluta viene mascherata dalla retorica della difesa e dall’ossessiva evocazione del terrorismo.

Ma la realtà è chiara: in questo scenario, il bersaglio non è un esercito rivale, bensì la vita stessa della popolazione civile palestinese. Gaza diventa così il simbolo di una guerra in cui l’obiettivo dichiarato non è la sconfitta del nemico militare, ma l’annientamento di un popolo.

La nuova politica della morte

La macchina israeliana, sostenuta senza esitazioni dagli Stati Uniti e appoggiata da gran parte dei governi occidentali, va ben oltre la logica della sicurezza. Le strategie non si limitano al campo militare: si dispiegano nella diplomazia, nell’influenza lobbistica, nella propaganda. Attraverso reti mediatiche e culturali, si costruisce un racconto capace di occultare i fatti e di riprodurre incessantemente la versione secondo cui Israele è un baluardo assediato da un nemico barbaro e fanatico.

Chi prova a sollevare dubbi viene immediatamente bollato come complice dell’antisemitismo o come sostenitore del terrorismo. Questo silenziamento sistematico impedisce qualsiasi analisi critica e consolida un paradigma politico inquietante: l’idea che sia legittimo fondare la propria sovranità sull’eliminazione fisica e simbolica dell’altro.

Mai prima d’ora si era visto un potere statale istituzionalizzare la soppressione della vita civile come parte integrante del proprio ordine politico. Gaza è il laboratorio di questa trasformazione: un luogo in cui l’annientamento diventa regola, e non eccezione. Non si tratta solo di bombardamenti e assedi, ma di una vera e propria negazione della persona come soggetto di diritti universali.

Il prezzo di questa scelta non riguarda soltanto i palestinesi. Il divario tra la cultura ufficiale e l’esperienza concreta delle popolazioni cresce in tutto il mondo. Mentre i media e le cancellerie recitano copioni preconfezionati, milioni di persone percepiscono la frattura tra ciò che viene raccontato e ciò che si vede. È un baratro che rischia di delegittimare in modo irreversibile i principi stessi su cui si fonda la civiltà democratica.

L’orrore non è solo nelle macerie di Gaza, ma nella normalizzazione di un paradigma politico che istituzionalizza la morte come principio fondativo. Se questo modello dovesse consolidarsi, non resterà confinato al Medio Oriente: diventerà un precedente globale.

* Questo testo riprende e amplia un ragionamento del professor Paolo Desogus

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