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Nell’aula del Congresso degli Stati Uniti, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ricevuto applausi, seppur tra numerosi e significativi banchi vuoti. Fuori dal Campidoglio, le proteste sono state disperse con arresti e spray al peperoncino mentre i manifestanti denunciavano i 40.000 palestinesi uccisi a Gaza. Ma per Netanyahu, questi numeri non sono ancora sufficienti, e per questo ha chiesto ulteriori forniture di armi dagli Stati Uniti.
Applausi a Netanyahu dal Congresso USA tra le proteste
Nonostante i 40.000 morti a Gaza, deputati e senatori del Congresso hanno accolto Netanyahu con una standing ovation bipartisan.
Durante il suo discorso, il premier israeliano ha affermato: “Dateci gli strumenti [armi] più velocemente e noi finiremo il lavoro più velocemente”. Questa dichiarazione ha messo in luce ancora una volta il complesso rapporto tra Stati Uniti e Israele, un legame che spesso appare difficile da comprendere.
Netanyahu ha cercato di bilanciare la difesa degli interessi israeliani senza compromettere quelli degli alleati americani, che stanno attraversando una fase di incertezza politica. Tuttavia, il tempismo della sua visita, organizzata dai capigruppo della Camera e del Senato, rispettivamente il repubblicano Mike Johnson e il democratico Chuck Schumer, ha generato discussioni controverse.
Nel suo intervento, Netanyahu ha toccato temi delicati, tra cui gli ostaggi e le trattative, mantenendo il consueto approccio: “Siamo tutti nella stessa barca”. Ha descritto Israele come l’unico baluardo della democrazia in Medio Oriente e un ostacolo alle ambizioni espansionistiche dell’Iran, visto come il nemico numero uno. “I nostri nemici sono i vostri nemici, e la nostra lotta è la vostra lotta. La nostra vittoria sarà la vostra vittoria”, ha dichiarato, definendo i manifestanti fuori dal Campidoglio “utili idioti dell’Iran”.
Reazioni e tensioni all’interno del Congresso
All’interno del Congresso, nonostante l’apparente sostegno, si percepiva un clima teso. La deputata democratica Rashida Tlaib, di origine palestinese, ha esposto un cartello con la scritta “criminale di guerra”. Chuck Schumer, leader dei democratici al Senato, non ha apprezzato i commenti di Netanyahu sui Patti di Abramo, interpretati come un implicito elogio a Trump.
Le tensioni con i democratici risalgono al 2015, quando Netanyahu attaccò l’allora presidente Obama per la sua politica nei confronti dell’Iran. Anche con i repubblicani, i rapporti non sono idilliaci; Trump, infatti, non ha gradito i gesti amichevoli di Netanyahu verso Biden, definendolo “un ingrato” per non aver reso omaggio a lui dopo la firma dei Patti di Abramo .
Chuck Freilich, ex vice consigliere per la Sicurezza nazionale di Israele, ha osservato che “Netanyahu ha cercato di essere molto cauto nel suo discorso per non alienarsi entrambi i partiti”. La visita, pianificata con cura, prevede un incontro ufficiale con Biden e un appuntamento privato con Trump in Florida, evidenziando un delicato equilibrio politico.
Nonostante l’accurata pianificazione diplomatica, la visita non è stata esente da problematiche. Una lettera anonima, firmata da 230 membri del Congresso, invitava a boicottare l’evento. Vista la politica di Netanyahu e il sostegno di alcuni ministri a Trump, è probabile che la maggior parte dei firmatari fossero democratici .
Il senatore Bernie Sanders, noto per il suo progressismo, ha deciso di non partecipare, mantenendo la sua posizione chiara sulla necessità di un immediato cessate il fuoco a Gaza. Anche Kamala Harris, vicepresidente degli Stati Uniti, non era presente, forse per differenziare la sua posizione rispetto a quella di Biden riguardo al conflitto israelo-palestinese.
Ma il complesso rapporto tra Stati Uniti e Israele è reso ancora più complicato dalle ingenti donazioni a sostegno delle campagne elettorali dei candidati presidenziali da parte delle lobbies ebraiche. L
’acquisizione di potere nella politica americana ha bisogno del pagamento di enormi somme di denaro. Nessuno viene eletto a una carica senza sostanziali investimenti che, per le campagne elettorali degli oltre seicento deputati e dei cento senatori, arrivano alla cifra di centinaia di milioni a testa. Chi ha il denaro ha gli Stati Uniti.

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