Antisemitismo a comando: quando la propaganda grida al lupo

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Ogni settimana si denuncia un nuovo caso di “antisemitismo” che poi si rivela falso o distorto. Un meccanismo che serve a criminalizzare il dissenso verso Israele e a manipolare l’opinione pubblica. Così si banalizza l’odio vero e si mette a rischio chi lo subisce davvero.

“Allarme antisemitismo”: quando l’indignazione è costruita a tavolino

Ogni settimana, con puntualità quasi liturgica, un nuovo episodio di “antisemitismo” campeggia sulle prime pagine. Ma sempre più spesso, gratta gratta, la notizia si rivela una forzatura, se non una vera e propria bufala. Il fenomeno è noto: confondere la legittima critica allo Stato di Israele con l’odio verso gli ebrei. Uno schema ricorrente, funzionale alla difesa dell’immagine di uno Stato in crescente isolamento morale e politico. Ma questo meccanismo – ormai smascherato da numerosi fatti – rischia di banalizzare l’antisemitismo vero, e di usarlo come scudo ideologico.

Un esempio emblematico è stata la cosiddetta “Notte dei cristalli” di Amsterdam, così ribattezzata da alcuni opinionisti dopo un episodio di violenza urbana. In realtà, i responsabili del caos furono i tifosi del Maccabi Tel Aviv – notoriamente legati a gruppi ultrà di estrema destra – che aggredirono un tassista, intonarono cori razzisti e provocarono disordini. La reazione violenta subita, per quanto condannabile, fu legata al loro comportamento e non certo alla loro identità ebraica. Il paradosso? L’Ajax, la squadra locale, ha storicamente una tifoseria che si richiama alla cultura ebraica.

E che dire del recentissimo caso del volo Vueling? Alcuni giovani ebrei francesi vengono fatti sbarcare prima della partenza. Sui giornali si da credito alla versione che vorrebbe i ragazzi cacciati perchè intonavano canti in ebraico e dunque vittime di  per “antisemitismo”. Ma la versione della polizia e della stessa compagnia fa emergere che i giovani che avevano molestato il personale di bordo. Non vittime, ma protagonisti del disordine.

Ultimo episodio in ordine temporale, che ancora campeggna nelle cronache: un turista francese ebreo aggredito in un autogrill nel milanese. Dramma? Sì, se non fosse che l’uomo – secondo testimoni – aveva insultato un gruppo di arabi e colpito uno di loro con una testata.

Potremmo continuare: i turisti israeliani “scacciati” da una ristoratrice a Napoli, in realtà noti provocatori già coinvolti in contestazioni a manifestazioni pacifiste. Oppure il presunto sfregio alla sinagoga di Bologna, poi rivelatosi inesistente: la scritta incriminata era su un muro esterno, lontano dal luogo sacro.

Questi esempi – rilanciati con enfasi da testate filo-israeliane – vengono spesso smentiti solo dopo che l’indignazione ha fatto il suo corso. In molti casi, circolano anche video che mostrano provocatori professionisti impegnati a creare ad arte situazioni di tensione per poi “testimoniare” l’odio antiebraico.

È bene chiarire: l’antisemitismo esiste ancora, va condannato senza ambiguità, e ogni atto violento contro individui per la loro identità religiosa o etnica è inaccettabile. Ma l’uso strumentale di questo concetto per proteggere lo Stato di Israele dalle critiche legittime è una deriva pericolosa. Perché sposta l’attenzione dal vero problema: le politiche stragiste, repressive, suprematiste e coloniali che il governo Netanyahu – e buona parte della società israeliana – perpetuano impunemente.

Intonare cori genocidi (“Morte agli arabi”), usare bambini come bersagli militari, confiscare terre, assassinare attivisti: questi sono crimini che, a parti inverse, genererebbero scandalo internazionale. Ma quando a commetterli è l’esercito israeliano o i coloni armati, si cerca rifugio nell’Olocausto, trasformando un dramma storico in un paravento cinico.

Nel frattempo, i grandi media – gli stessi che hanno giustificato due anni di massacri a Gaza – continuano a dipingere Israele come l’ultima linea di difesa della civiltà occidentale. E ogni dissenso viene patologizzato, criminalizzato, etichettato come odio razziale.

È un gioco pericoloso, che svilisce la memoria storica delle persecuzioni contro gli ebrei e finisce per mettere a rischio la stessa comunità ebraica, isolandola in una narrazione vittimaria senza più credibilità.

Come sempre accade, quando il lupo lo si grida troppo spesso, poi nessuno ci crede più. E quando il pericolo sarà reale, sarà tardi per distinguerlo dalle manipolazioni.

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Alex Marquez
Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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