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giovedì 29 Luglio 2021
BiblosQuesta è l'America e forse abbiamo capito molto poco

Questa è l’America e forse abbiamo capito molto poco

Se c’è un luogo, una nazione con un divario tra quello che crediamo di sapere e quello che sappiamo effettivamente, questa è l’America.

Questa è l’America, oggi

Pubblicare un libro sugli Stati Uniti a gennaio, una manciata di settimane prima che l’epidemia da Covid-19 rivoltasse il mondo e pochi mesi prima che le strade americane fossero squarciate dalla vecchia ferita mai rimarginata della discriminazione razziale, è giornalisticamente una bella sfortuna.

Ma la fortuna è arbitra della metà delle nostre azioni, perché ce ne lascia governare l’altra metà scriveva Machiavelli.

E se dell’infelice coincidenza temporale Francesco Costa non ha responsabilità, ha invece merito nell’aver scritto un libro agile e coinvolgente. Questa è l’America (Mondadori) è uno strumento facile da usare per chi guarda agli Stati Uniti come un complicato cubo di Rubrik da decifrare.

Sintetizzando e forzando un po’, c’è chi dice che un europeo non potrà mai comprendere un americano: come può, chi pensa che lo Stato sia la soluzione a tutti i suoi problemi, comprendere le motivazioni, le ragioni e i sentimenti di chi invece crede che lo Stato ne sia la causa?

Iperboli a parte resta il fondo di verità, e cioè che noi dell’America in effetti conosciamo poco e non siamo sicuri neanche di capire in pieno quel poco che conosciamo. E nell’approcciarsi a essa, viviamo di ondate emotive, adolescenziali infatuazioni e asprissime esecrazioni.

Un racconto destrutturante

Il libro di Costa, vicedirettore del Il Post va avanti per affreschi e istantanee. Non è un trattato; è piuttosto il tentativo di destrutturare l’America per segmenti (geografici, sociali, demografici, economici, ideologici) e individuare una storia che funzioni come metafora per ciascuno di essi.

Sette capitoli che ci dipingono una società spesso disarticolata e caotica eppure tremendamente vitale. Il vortice dell’epidemia che sta spazzando via decine di migliaia di americani.

Non il coronavirus, ma gli oppiacei: operai e manager, casalinghe e disoccupati, ragazzini e persone di mezza età adescati dalle facili prescrizioni di antidolorifici, trascinati nel burrone della dipendenza e poi catturati dall’eroina e dal Fentanyl.

L’altra America, quella che cambia

L’altra America, quella libertaria, isolazionista, fortemente avversa ad ogni influenza federale e fieramente in armi.

Il Texas, lo Stato di Alamo e dei Rangers, un tempo radicalmente conservatore ed oggi nuova frontiera del partito democratico che lì vuole sfondare sfruttando i cambiamenti demografici per guadagnare un trampolino di lancio permanente verso la presidenza (dopo i 55 della California, ormai consolidato bastione democratico nelle elezioni presidenziali, il Texas è lo Stato che elegge più grandi elettori di tutti, 38).

La macabra vicenda della città di Flint (Michigan), agnello sacrificale del neoliberismo che per riassestare il bilancio delle casse comunali causa una crisi idrica da avvelenamento di piombo che intossica una popolazione già mortificata da deindustrializzazione, disoccupazione ed altissimi tassi di criminalità.

La California devastata da incendi e processi di gentrificazione dei centri urbani, in particolare San Francisco, ma anche centro vitale della new (e fragile) economy.

La diffusione delle armi e il peso crescente che la National Rifle Association ha assunto negli anni, diventando punto di riferimento per il partito repubblicano e bestia feroce da non disturbare per i democratici.

La radicalizzazione della politica e la paralisi decisionale di un sistema istituzionale nato e pensato più di duecento anni fa per favorire la centripetazione e non le spinte centrifughe, l’accordo – spesso sottobanco – tra i due grandi partiti e non la contrapposizione feroce.

Minneapolis in fiamme
Minneapolis in fiamme dopo l’omicidio di George Floyd

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L’ipocrisia culturale della vecchia Europa

L’utilità di questo libro sta nell’analizzare in maniera veloce e facilmente fruibile le cause profonde di alcuni fenomeni che colpiscono molto l’osservatore europeo, quasi sempre in maniera critica.

Non mancano le ragioni per criticare l’America, ma spesso nel discorso comune c’è una certa superficialità nel muoverle. L’immagine che molti europei hanno è quella fondamentalmente di un paese apatico, egoista, brutale, mosso solo dal business, senza particolari passioni politiche.

Il libro invece ci rivela che l’America è il paese dove la beneficenza e il volontariato sono pratica comune della maggior parte della popolazione, e dove si è via via assistito a una radicalizzazione della proposta politica.

Non solo a destra ma anche a sinistra (significativo il contrappasso dell’Europa, dove la tradizione socialista si è appassita quasi ovunque in tecnicismi centristi). E ci aiuta anche nel definire meglio le nostre contraddizioni.

Siamo inorriditi dalle gabbie per bambini immigrati negli Stati del sud, ma facciamo il bagno nel cimitero del Mediterraneo senza troppi patemi, perché noi per certe cose ricorriamo all’outsourcing libico senza sporcarci le mani.

Riteniamo inconcepibile l’allegra diffusione delle armi. Ma al netto delle stragi – frequenti  e inaccettabili– operate da qualche psicopatico, ignoriamo che il diritto alla proprietà delle armi poggia su un vecchio sentimento popolare. Non quello di sparare al primo che passa per vedere l’effetto che fa, ma di avere il diritto e gli strumenti per difendersi e difendere il prossimo da qualsiasi pulsione tirannica del Governo.

Sentimento che, in altri tempi, è stato anche europeo e che ha dato vita a pagine di democrazia reale significativa. Per esempio, fu la classe operaia di Barcellona e Madrid in armi a respingere nel 1936 le truppe del generale Franco, permettendo alla Repubblica spagnola di resistere.

L’effetto Covid

Restiamo basiti di fronte al diffondersi senza freni dell’epidemia di Covid-19 e di questo diamo sostanzialmente la colpa a Donald Trump. Ma quel non voler chiudere le persone dentro casa costi quel che costi forse non è solo l’infatuazione di un presidente inadeguato; è il riflesso di un sentimento popolare molto più diffuso e sedimentato.

Nell’infuriare dell’epidemia, decine di migliaia di americani si sono assiepati e assembrati nelle strade di moltissime città per un mese, senza distanza di sicurezza né mascherine. La paura del contagio non ha preso in ostaggio la loro libertà di espressione e la loro volontà di fare politica reale. E non erano elettori repubblicani.

Incidentalmente facciamo notare che, dati della ormai famosa John Hopkins University (che tiene i conti della diffusione del Covid-19 nel mondo) alla mano, il tasso di letalità grezzo negli Usa è del 3,3% (il dato percentuale però è in crescita).

 

Quale America dunque?

In un paese con alta incidenza di cardiopatici, diabetici e ipertesi, e con condizioni di salute generale minate dalla propensione a ingurgitare cibi ricchi di zuccheri raffinati e additivi di ogni tipo.

In Italia, invece, è del 14%. Senza la pretesa di incrinare la narrazione autoreferenziale italiana della “sanità più bella del mondo”, i dati meritano perlomeno un paio di righe di riflessione. Se è vero che la risposta del sistema sociosanitario americano nel campo della prevenzione è stata disastrosa, non così invece in fase di terapia.

Questa è l’America insomma è un libro che ci aiuta nell’esplorare alcuni sentimenti e fenomeni profondi che covano nell’America urbana e rurale, con le sue mille sfaccettature.

Il capitalismo sfrenato e le reti di solidarietà locale, le armi e l’irrefrenabile pulsione verso la libertà; l’attaccamento alla politica e l’orgoglio nazionale spesso pittoresco e talvolta ridicolo. E ancora le faglie di frattura che ancora oggi risalgono all’antica Guerra Civile.

Cose che non si risolvono solo nel pregiudizio razziale ma in un più profondo atteggiamento ostile di parte della popolazione (in prevalenza bianca, ma non solo) nei confronti dello Stato federale.

E ci può fornire una bussola per il futuro.

black lives matter
black lives matter, manifestanti

Le elezioni

A novembre gli americani torneranno al voto dopo tre quadrienni di scelte consapevolmente e volutamente radicali. E come tali non se ne fanno da tempo in Europa.

La prima nel 2008 fu quella di Obama. Lungi dall’essere un politico dalla piattaforma programmatica radicale, Obama però lo era nella metafora che incarnava. Eppure l’America ancora oggi in maggioranza bianca lo votò senza incertezze.

In maniera plebiscitaria nel 2008, dove Barack sconfinò in Stati repubblicani come l’Indiana, l’Iowa e la Carolina del Nord. Oltre a fare bottino pieno negli Stati democratici e negli swing (gli oscillanti, come Florida e Ohio, che normalmente decidono le elezioni).

Meno trionfalmente, ma comunque agevolmente, nel 2012. E poi nel 2016 il radicale di destra Trump, metà guitto metà rivoluzionario.

Ora la scelta è tra Trump e un democratico centrista vecchio stile, anonimo e quasi capitato per caso, di due o tre Americhe fa. Noi europei non avremmo dubbi su chi votare. Anche senza Covid e Black lives matter.

Lì la scelta forse sarà più complicata. L’analisi logica dell’attualità sembra dare come esito scontato, inevitabile, la vittoria del secondo. L’inerzia della linea evolutiva della storia americana potrebbe regalare un altro giro di giostra al primo.

 

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Marco Arceri
Giornalista e consulente aziendale su fondi europei. Si occupa di sport, storia e diritti animali

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