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giovedì 29 Luglio 2021
BiblosQuella notte del Living Theatre alla ex Snia Viscosa

Quella notte del Living Theatre alla ex Snia Viscosa

Il ricordo di una notte unica, irripetibile: c’erano i vent’anni, Judith Malina e il mitico Living Theatre, un evento improvvisato alla ex Snia Viscosa, una fabbrica abbandonata, e ancora tanto futuro. Una storia vera.

Quella notte del Living Theatre alla ex Snia Viscosa

Barbara mi chiamò che erano le tre del mattino.

«La Pergola ha grossi problemi tecnici, cazzo! Judith Malina ha dieci giorni di buco e non sa dove andare, cazzo! Aiutami a risolvere questo problema. E sbrigati! Cazzo!». Riagganciò senza lasciarmi emettere un fiato.

Pensai che Barbara, mia zia, colei che mi aveva passato il sacro fuoco della recitazione, avesse avuto una visione notturna o, più realisticamente, che avesse bevuto qualche bicchiere di troppo. Così mi rimisi giù, il giorno dopo, passata la sbronza, mi avrebbe certamente richiamata per scusarsi.

Infatti, alle tre del pomeriggio, squillò il vecchio rotellone grigio: «Allora, hai trovato una soluzione?» era lei e non aveva nessuna intenzione di scusarsi. «No problem, Bà» risposi con una calma che mal si addiceva alla situazione in cui mi stavo cacciando. «Entro stasera ti farò sapere». Riagganciai e mi misi a passeggiare nervosamente per la terrazza, unico spazio ampio che l’asfittico miniappartamento sulla Cassia offriva. Trovare una soluzione a un problema di quel tipo, senza il web intendo, richiedeva quantomeno un’agenda piena di numeri importanti: dalla “a” alla “z”, la mia rubrica era un pieno di ex fidanzati.

Riuscire a piazzare il Living Theatre (immenso, mitico, irraggiungibile) avrebbe rappresentato un goal pazzesco per una giovane attrice squattrinata, sconosciuta e al momento senza l’ombra di una prospettiva lavorativa. Organizzare, cercare e prenotare alberghi, soprattutto stare a disposizione di attori di quel calibro, sarebbe stato per me il coronamento di un sogno. Magari avrei trovato anche un nuovo fidanzato.

Quella notte del Living Theatre alla ex Snia Viscosa

La soluzione mi capitò sotto gli occhi mentre scorrevo di nuovo l’agenda: Davide.

Sì, certo, Davide si sarebbe gettato nel fuoco per me. E poi aveva il vespone.

Benché all’epoca mi capitasse spesso di servirmi degli uomini, provai un certo rimorso. Mentre il suo telefono squillava, sperai che Davide fosse uscito senza inserire la segreteria telefonica.

Alle sei del pomeriggio, lui e il suo vespone erano sotto casa mia, in via Gradoli. Sì, esattamente quella via Gradoli. «Ti porto alla ex SNIA viscosa che è stata appena occupata, in cambio voglio che tu t’inventi alla svelta una performance sulla guerra in Bosnia» e, continuando a raccontarmi la sua idea, arrivammo sulla Prenestina.

Ciò che vidi dell’ex opificio bombardato dai tedeschi nel ’44, e chiuso dopo un decennio di declino post bellico, fu un insieme di spazi scheletrici pieni di spazzatura e di erbacce. Un lenzuolo bianco con la scritta “Centro Sociale occupato”, appeso al cancello, era l’unica forma di vita umana manifesta. Il sole, che rosseggiava tra la vegetazione selvaggia e le rovine, mi trasmise buone vibrazioni.

Quella notte del Living Theatre alla ex Snia Viscosa

Infatti, gli occupanti accolsero con entusiasmo la mia proposta mettendomi subito una scopa in mano. Io e Davide spazzammo assieme a loro l’unico capannone integro finché, a notte fonda e passandoci da fumare, ci accordammo per la settimana seguente. Il centro sociale avrebbe aperto i cancelli alla storica compagnia del Living Theatre. Con tremila lire avremmo offerto spettacolo, panino con salsiccia e bicchiere di vino.

A quel punto bisognava spargere la voce, urlarlo ai quattro venti, ma senza Facebook, hashtag, Instagram.

Assieme al buon Davide distribuii volantini per tutte le università romane e nei luoghi della movida sinistrorsa. Con Davide non dormii che quattro ore per notte, quelle rosicchiate alla frenetica ricerca di alberghi convenienti, ristoranti, service luci e audio e giornali, soprattutto, che ci degnassero di un po’ di attenzione. Iniziai a buttar giù un’idea per la performance sulla guerra in Bosnia e mangiai i pranzi che Davide preparava.

La sera del debutto c’era talmente tanta ressa davanti alla ex SNIA, che mi misero a far panini. Io mi sentii enormemente orgogliosa di me stessa, forse per la prima volta, e ben accolta, amata. Accanto al fuoco si chiacchierava, si beveva, condividendo l’entusiasmo per quella splendida serata, per il clima quasi estivo, per tutti quei giovani studenti e star teatrali (portate da Barbara) intervenuti alla serata. Quando la folla all’ingresso diminuiva, riuscivo ad allontanarmi dal fuoco e dai panini per correre a spiare la performance.

Un uomo vestito da soldato sta immobile al centro della scena completamente spoglia e potentemente illuminata. Passano tre minuti, poi cinque, poi otto, poi dieci interminabili minuti di silenzio e inazione. Poi succede qualcosa, qualcuno tra il pubblico tossisce imbarazzato, qualcun altro parlotta, ridacchia, nel buio completo il volume si alza, la protesta rimane inascoltata dal soldato immobile, infine, un coro muto si alza tra proscenio e sala, lentamente un’onda sonora ci pervade: spettatori e attori sono uniti dal suono, un corpo sonoro che dice NO alla guerra.

Quella notte del Living Theatre alla ex Snia Viscosa

All’epoca, a vent’anni, appena diplomata in Accademia, guardando quella scena fui certa che sarebbe stato semplicissimo cambiare il mondo tutti assieme, semplice come trovare uno spazio per il Living e riempirlo di pubblico in soli cinque giorni.

Lì davanti al fuoco, Davide mi guardava. Io guardavo il ragazzo biondo del servizio d’ordine che per tutta la sera non aveva fatto che sorridermi. Davide mi vide andare verso una zona oscura mano nella mano con lui. Lì sulla Prenestina, in quella zona franca che sembrava avulsa dal resto della città, tra ruderi e cocci di bottiglia, io e il ragazzo del servizio d’ordine facemmo l’amore.

Era con Davide che avrei dovuto trascorrere quella notte, era con Davide, il mio indomito cavaliere su vespone, che avrei dovuto condividere la mia gioia e i miei sogni. Ma l’amore, anche quello di una notte sola, colpisce a caso con le sue frecce imbevute di egoismo.

Se Davide passerà da qui, saprà almeno che penso ancora a lui, lì accanto al fuoco, al suo sguardo illuminato dalla fiamma corrosiva del desiderio vano.

Barbara Valmorin, invece, non passerà mai più da qui, ma a lei andrà sempre tutta la mia gratitudine.

 

 

 


Elena Bibolottihttps://bibolotty.wixsite.com/ilmiosito
Si è diplomata alla Silvio d’Amico. Ha pubblicato diversi romanzi e racconti. È autrice di "Justine 2.0" (2013, Ink Edizioni), "Pioggia dorata" (2015, Giazira Scritture), "Conversazioni sentimentali in metropolitana" (2017, Castelvecchi), "Io e il Minotauro" ( 2020, Giazira Scritture) ->

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