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martedì 12 Ottobre 2021
BiblosL'hashtag del giorno

L’hashtag del giorno

Il terrore dell’invisibilità, il rumore delle parole dette solo per coprire il silenzio interiore. L’alienazione è la nuova socialità: tutto per avere l’hashtag del giorno.

L’hashtag del giorno

Non credevo bastasse così poco per diventare l’hashtag del giorno, l’argomento che infiamma. Eppure è stato così ed è stato bellissimo. Per quarantotto ore mi sono sentita finalmente visibile, inclusa in questo mondo pieno soltanto di persone felici: ma come? Esisti anche tu, donna insignificante, anonima passacarte di Ente pubblico con mamma depressa a carico, quarantenne, single, del tutto priva di talenti e affetta da colite spastica? Sei anche tu, quindi, degno oggetto della nostra considerazione, del nostro
affetto, della nostra indignazione? Sì, ero io l’hashtag del momento.

E grazie a quel diesis (#) ho vissuto le quarantotto ore più eccitanti della mia vita, come mi fossi sparata in corpo adrenalina pura. Mi sono sentita più alta, quasi bella, eroica.
Da qui, attraverso le sbarre, vedo le cime degli alberi che s’infiammano di sole. Quando soffia il vento, posso vederle danzare. Ma non è vero che parlano, almeno non di me.

L'hashtag del giorno

Mi servono tre pasti al giorno e anche il dolce. Ho la TV in camera, ma non posso telefonare né scrivere. Non posso avere penne, potrebbero trovarmi, o trovarsi, con la giugulare perforata. È bastato un piccolo incidente e poche parole digitate sull’onda dell’umiliazione appena subita: Sono stata palpeggiata sulla Metro. Non sono riuscita a reagire. E questo mi fa rabbia. E così il post è stato condiviso, e giustamente, così è capitato che
una deputata, scrittrice, giornalista, femminista, lo rilanciasse con tanto di hashtag #

L'hashtag del giorno

Qui si fa anche attività di gruppo. Ti gratificano se fai bene e se stai alle regole e ti puniscono se non collabori. Eppure io non ho mai agito fuori dagli schemi, né ho mai fatto uso di droghe, come la maggior parte di quelle che stanno qui. Mai, finché non ho provato
il senso di appagamento che l’onda anomala dei consensi porta con sé, dei retweet, dei cuori, dei messaggi di solidarietà. Perfino un mio ex si è messo a battagliare in mia difesa, proprio lui, che dopo la prima chiacchierata in chat, avviata più per curiosità pettegola che per un reale desidero di sapere come stessi, in dieci anni non mi ha mai più messaggiato, non un like sotto un enfatico post natalizio, tanto che credevo fosse morto.

Qui il mio ex non è mai venuto a trovarmi. Non verrà mai. E nemmeno i miei parenti. Eppure sono sempre stata rispettosa, studiosa, ordinata. Ordinaria.
Pare che i consensi social aumentino il rilascio di serotonina, una sostanza autoprodotta che dà felicità. Dentro di me quella roba dopante deve essere andata in circolo per almeno una settimana. Mi svegliavo a intervalli regolari per controllare le notifiche, e senza puntare l’ora. Il clamore ci mette un po’ a spegnersi. Soprattutto se non c’è di meglio per cui alzare scudi e sedersi dalla parte giusta. E poi arriva l’amico ritardatario, che apre i social un volta a settimana, e vede il tuo post “fortunato” e allora ti chiede, e tu rivanghi, ti
emozioni e ti senti di nuovo viva. Mi sono portata dentro quella gloria per tre mesi.

L'hashtag del giorno

Cercavo succedanei raccontando l’episodio a chiunque: alla fermata dell’autobus, in Metropolitana, in palestra, al centro ricreativo dove accompagnavo mia madre, al lavoro con i colleghi. E ogni volta mi pareva assurdo che nessuno sapesse di me, di quella violenza, di tutto quel clamore. Così ho cominciato a cercare occasioni.

Al lavoro provocavo colleghi e clienti solo per ottenere una rispostaccia, così da potermi dichiarare ancora una volta vittima di violenza, di mobbing; la notte mi spingevo nelle zone più pericolose della città, terrorizzata ma pronta a tutto. Poi un pomeriggio ho capito.

La soluzione era proprio davanti ai miei occhi, sul carrello dei medicinali accanto al letto di mia madre, giù nel salone trasformato per lei in un reparto geriatrico di lunga degenza, nella mia casa, che non era più la mia casa ma quella di una sconosciuta algida e tiranna, che monopolizzava la mia vita, che trovava sempre qualche scusa per urlarmi contro.

Il medico insiste ancora sulla mia palese incapacità di intendere e di volere, dice che sono affetta dalla sindrome di Münchhausen per procura; l’avvocato invoca il diritto all’eutanasia, un gesto di puro amore filiale verso una madre sofferente. Io so di essere colpevole perché ho affidato la mia felicità a un algoritmo, una massa di sconosciuti.

La cronaca giornaliera sullo stato di salute di mamma, che peggiorava di giorno in giorno per i mix di medicinali che scioglievo nella sua minestra, mi condusse di nuovo a immergermi nel frastuono di quegli attestati di falso affetto. E d’altra parte, come non commuoversi davanti alla foto della sua mano, senza più forze, nella mia.
Raccolsi a piene mani la felicità di essere di nuovo visibile. Ma non bastava.
È stato perciò che sono andata a costituirmi.

Anche qui si parla di me. Le infermiere mi chiamano la matta dei social, i parenti delle altre pazienti la matricida. Io sento la serotonina in circolo al solo pensiero del processo (primo grado, impugnazione, cassazione) delle trasmissioni TV, dei TG.
Finalmente, l’umanità felice si è accorta di me.

Elena Bibolotti: Parlano di lei

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Elena Bibolottihttps://bibolotty.wixsite.com/ilmiosito
Si è diplomata alla Silvio d’Amico. Ha pubblicato diversi romanzi e racconti. È autrice di "Justine 2.0" (2013, Ink Edizioni), "Pioggia dorata" (2015, Giazira Scritture), "Conversazioni sentimentali in metropolitana" (2017, Castelvecchi), "Io e il Minotauro" ( 2020, Giazira Scritture) ->

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