La contrazione del lessico certifica il declino italiano

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Tra gli indicatori più certi di una civiltà in declino, c’è la contrazione del lessico. Con le parole che scompaiono, svanisce anche ciò che rappresentavano.

La contrazione del lessico

La scena iniziale sarebbe questa, inquadrata dall’alto con dolly a scendere. Un’enorme massa di ghiaccio si è distaccata dal pack artico e ora è alla deriva nell’oceano.

Se volete potete aggiungerci una musica di Philip Glass, va bene anche Ludovico Einaudi. Fate voi.

Sopra l’iceberg (è talmente grande da non riuscire a scorgere, da sopra, i confini) un gruppo di orsi bianchi. Ognuno si fa i fatti propri, non a caso per indicare scarsa propensione sociale si dà a qualcuno dell’orso. Chi caccia un pesce facendo un foro sulla superficie innevata, chi dormicchia, chi guarda una serie tivù…

Sì, questi sono orsi un po’ particolari: guardano la tivù e bevono Spritz all’ora dell’aperitivo, mentre per via della tiepida corrente del Golfo l’iceberg segue il destino di tutti i ghiaccioli.

Ogni giorno che passa è un poco più piccolo del precedente, senza che da principio gli orsi se ne accorgano.

Freepik.com

È quanto accade a una comunità umana quando il lessico si contrae. Non sono solamente le parole a venire meno – si sciolgono in un oceano di indifferenza, ma piano piano, non tutte assieme -, con esse scompaiono anche le cose a cui si riferiscono.

Racconta un famoso slavista italiano, figlio di madre russa, di avere tenuto una conferenza a San Pietroburgo. A un certo punto ha utilizzato il termine ласкать (laskat), un verbo che significa carezzare.

Alla conclusione, molti l’hanno raggiunto alla cattedra per complimentarsi, ma insieme al piacere i loro volti comunicavano sorpresa. Cosa voleva dire con quella parola, laskat, ha preso qualcuno il coraggio di chiedere. Ce la spiega? Le persone intorno annuivano.

A sua volta sorpreso dalla domanda – aveva parlato in russo a dei russi, non in una lingua straniera – ha pensato di mimare una carezza con la mano. Ah, qualcuno ha esclamato, ho capito, voleva dire доброта (dobrota)!

No ha risposto lo slavista, volevo proprio dire laskat, e ha allargato le mani a significare impotenza, un gesto che fa anche Mastroianni al termine della Dolce vita. Solo che in questo caso erano gli altri a non capire, non lui le parole di una giovanissima Valeria Ciangottini.

Dobrota, in italiano, significa infatti gentilezza, sono concetti diversi. Ma se dal tuo vocabolario interno strappano la pagina dove compare la voce carezzare, anche le carezze reali finiscono con lo scomparire, non serve a molto mostrarle in pratica. Come per gli orsi alla deriva il tuo mondo si fa ogni giorno più piccino.

Ludwig Wittgenstein lo diceva con una battuta giustamente divenuta famosa: “the borders of your language are the borders of your world.”

Perciò con i duemila vocaboli che formano il capitale linguistico medio di un italiano medio, dovremmo iniziare a preoccuparci. Tecnicamente si chiama vocabolario attivo: non valgono le parole orecchiate e ripetute a pappagallo, come resilienza o endorsement, che poi non sei in grado di spiegare.

Se provi a farlo somigli a Fracchia quando balbetta qualcosa interrogato dal direttore. Duemila, seguendo le repliche di Superquark puoi arrivare a tremila (crollano a mille se sbagli canale e finisci su Paperissima).

Comunque sempre meno di un anglosassone, che possiede un vocabolario attivo di diciottomila vocaboli, sedicimila per un tedesco. Mentre un bambino cinese, senza bisogno di Superquark, più di entrambi messi assieme. Ciò significa che una mattina potremmo svegliarci senza più la parola carezzare, come è avvenuto in Russia. Carezzare carezzare… Massì, una volta l’ho sentito dire a un quiz di Amadeus, prima o poi mi viene in mente. Ma non ti viene in mente, è persa, è sciolta.

Il giorno dopo tocca alla parola liquirizia, poi calcestruzzo, questa è un po’ difficile e forse se n’era già andata prima, insieme a compassione e trottola. Niente più trottole e compassione.

E così parola dopo parola, trascorso qualche anno – non ne rimangono molti – ti svegli e l’iceberg si è completamente disciolto. Gli orsi si guardano l’uno con l’altro senza essere in grado di parlare. In fondo sono orsi, mica Pannella quando veniva invitato a una tribuna politica e schiantava tutti con la sua facondia.
Facondia?! Va be’, lasciamo perdere. Diciamo parlantina.

Intanto un orso, quello più a margine, comincia a sprofondare. Mentre l’acqua gelida ha raggiunto l’addome la bocca si muove lentamente. Sembra lo sbadiglio dopo un lungo letargo, il tentativo di qualcosa che deve ancora precisarsi, ma presto un suono l’accompagna. Gli è finalmente tornata in mente una parola: Aiuto, aiuto grida sempre più forte – Aiuto!

Ma gli altri orsi scuotono il capoccione bianco: Aiuto…? Boh, chi l’ha mai sentito dire. E anche loro allargano le zampe replicando il gesto di Mastroianni.

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Guido Hauser
Guido Hauser
Giornalista e scrittore

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