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domenica 1 Agosto 2021
BiblosStorie dalla pandemia: confessione di un imprenditore suicida

Storie dalla pandemia: confessione di un imprenditore suicida

Le storie dalla pandemia vere e verosimili di Elena Bibolotti, questa volta raccontano l’onta del fallimento per un imprenditore suicida.

Un imprenditore suicida

Dall’inizio della pandemia molti imprenditori si sono tolti la vita, ma nessuno ne parla. Nonostante le associazioni e i gruppi di supporto alla piccola e media imprenditoria, il numero delle vittime rimane imprecisato. In televisione si parla esclusivamente di Covid19 e di terapia intensiva, ma non delle vittime di una politica distratta, che lascia i suoi cittadini da soli, o nelle mani di chi ha quattrini da prestare a un prezzo carissimo.

L’imprenditore

Mi chiamo Antonio, Franco, Manuela, Giovanni, Enrica, Vincenzo, Alexia, Stefano. Ma non ha importanza come mi chiamo. Per il Governo io sono l’Imprenditore. Per l’Agenzia delle Entrate, per gli Istituti di credito, per i giornalisti, per la gente comune io sono l’Imprenditore. Che per molti fa rima con evasore.

Se pieno di debiti, che a Roma si chiamano buffi, l’Imprenditore è anche bugiardo: sòla, peracottaro, imbroglione, vigliacco.

Vorrei vedere voi.

Perché ci vuole un cuore da leone a imprendere qualcosa in questo Paese che ti ammazza di burocrazia, di carte, di file, di numeri, di decreti legge. Ci vuole del pelo sullo stomaco alto così a decidere di mettersi in proprio. È come saltare nel buio.

Vorrei vedere voi appendervi a una corda a nemmeno cinquant’anni e con ancora tanta vita davanti, dopo che anche l’amico più caro si è fatto negare al telefono, e tu riagganci col cuore a tocchi per l’umiliazione e la vedi sempre lì la pila di bollette, di avvisi di riscossione, di distacco, di mora, di sfratto.

E dovrei anche affermare che un senso io ce l’ho per questo Paese, con i miei sogni ordinari e l’abbonamento della Metro nel taschino, che esisto nonostante le scelte obbligate e i continui passaggi dal “Via”, le opportunità mancate, gli imprevisti e le penalità.

Ma che effetto può fare la vita di uno che si muove come un fantasma, che non lascia segni né incide su nulla?

Storie dalla pandemia, confessione di un imprenditore suicida2

Da quassù, appeso a ‘sta trave del mio piccolo ristorante, sento il suono delle sirene che si avvicina e il parlottio concitato di chi dal vicolo si accalca per vedermi, che smania, che accende il cellulare per fotografare, che domanda, inorridisce e sorride, sì, sorride per essere ancora in vita, in salvo di là dal fiume.

Sono io che ho sbagliato tutto, avete ragione voi, sono io il ladro. Io l’evasore.

Eppure non sono mai salito sull’ottovolante né ho mai tentato il giro della morte, nessun passo falso: mì madre ha cucito tende e tovagliati, mì padre, che s’intende de ‘sti lavoretti, ha rifatto i bagni, mì fratello s’è svenato per comprarmi la cucina nuova. Io non ho fatto che vagare da una pesca miracolosa all’altra, scoprendo soltanto alla fine che c’era il trucco. Perché qui sopravvive chi ha beni al sole, conti esteri, amicizie, entrature, rapporti. Qui, sopravvive soltanto il malaffare.

Provaci tu ad aprire un buco in centro, con i risparmi di una vita che i tuoi ti hanno affidato con tanta commozione quel giorno allo Zodiaco, dove noi romani di zona si va per comunicarci le cose serie davanti a una coppa di gelato: un matrimonio, una gravidanza, l’avviamento di un’attività. Che lì per lì, quando tuo padre ti guarda dentro l’occhi e te strigne forte, e te dice, sincero: so che non mi deluderai, lì per lì, ecco, te pare di volare, e t’immagini dietro la cassa a impilare pezzi da cento, e già pensi al libretto di risparmio da aprire ai tuoi figli, all’auto per tua moglie.

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Ma come diceva sempre mì nonno: Dio è trino ma a Roma è quatrino. E non passano che poche settimane da quel giorno felice, no, ma che dico, forse pochi giorni, che i lupi ce li hai tutti alla gola, assetati, come l’avessero sentito da lontano il puzzo dei soldi: apertura della società, notaio, registrazione, bollo, libri contabili, consulente del lavoro, iscrizione Cciia, abilitazioni hccp, sicurezza sul lavoro, corso di primo soccorso, conto corrente, Pos, Pec, fattura elettronica, Tari, Inps, Inail, Irap, Ires, commercialista, bilancio.

E tutto questo pure se sei piccolo come un sorcio piccolo, pure se servi al banco. Te devi adegua’, è la Legge.

E così finiscono in un niente, come una borraccia d’acqua nel deserto, quei quattrini che quel giorno ti erano parsi un mucchio, e che servivano per parare gli imprevisti, onorare affitti, utenze, stipendi nei mesi di magra, in caso di calamità naturali, pandemie, quando lo Stato decide di concederti un ristoro, se c’hai culo, se c’hai i conti in ordine.

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Così è un niente che alle bugie che dici ai tuoi per non farli accorare, e ai dipendenti per non mandarli per strada, finisci per crederci anche tu. Perché è troppo dura pensare di tornare a casa e confessare che c’hai l’acqua alla gola, che stai indietro di tre mensilità col padrone delle mura e che il commercialista ti ha chiesto il saldo, urlando al telefono, altrimenti non ti consegna neppure le carte per chiudere bottega. Non puoi dirlo nemmeno a te stesso che sei al punto in cui sortanto li strozzini te ponno salva’.

Sì, vigliacco.

Ho capito che non c’era più speranza due settimane fa, quando la Chef, mia amica d’infanzia a Pineta Sacchetti, mi ha consegnato la lettera di licenziamento. Piangeva più per me che per se stessa, mi ha detto: cerca di capimme, ho resistito finché ho potuto, ma ora ho necessità di uno stipendio sicuro, mi ha detto.

Allora ho capito che a meno di cinquant’anni e due figli non me lo potevo permettere un fallimento, non dopo tre licenziamenti senza giusta causa, dopo tanto lavoro in nero perché in Italia è l’unica cosa che si trova.

Vigliacco, sì. Pure io l’ho pensato stamattina dopo aver baciato Titti e i bambini: Ci vediamo stasera. Oggi dal ristorante ve rimedio il pollo arrosto con le patate, ho detto, ma giusto per sentirli urlare dalla gioia, così che mi rimanesse dentro anche da morto quell’eco di vita.

Poi sono arrivato in centro e ho pagato la giornata di parcheggio. Al bar ho chiesto il solito cornetto al miele e un caffè un po’ lungo.

Arrivo sempre presto al lavoro, pe’ parà guai, per correre ai ripari prima che arrivino i ragazzi e i fornitori.

Allora ho messo tutto a posto, come sempre, con l’amore di ogni giorno, come fosse una giornata qualunque, col cielo, fuori, che urlava di gioia. Poi ho tirato giù la saracinesca. La corda stava sotto la cassa, vicino alla pila di debiti. Una promessa più che un promemoria.

Sono salito sul tavolo e l’ho legata per bene alla trave, col nodo scorsoio che m’insegnò nonno un’estate a Maccarese.

Non ho nemmeno scritto due righe di addio, nessuna richiesta di perdono. Certe cose si fanno e basta, che a pensarci troppo rischi di non farcela.

Mi riserveranno un trafiletto sul giornale, domani, forse, sulla cronaca locale: ennesimo suicidio di un Imprenditore.

Mi chiamo Antonio, Franco, Manuela, Giovanni, Enrica, Vincenzo, Alexia, Stefano.

 

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Un imprenditore suicida. I veri dati.

 

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Elena Bibolottihttps://bibolotty.wixsite.com/ilmiosito
Si è diplomata alla Silvio d’Amico. Ha pubblicato diversi romanzi e racconti. È autrice di "Justine 2.0" (2013, Ink Edizioni), "Pioggia dorata" (2015, Giazira Scritture), "Conversazioni sentimentali in metropolitana" (2017, Castelvecchi), "Io e il Minotauro" ( 2020, Giazira Scritture) ->

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