Il Premio Strega e il mercato editoriale: l’Io ha rotto il cazzo

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Lo Strega 2025 consacra l’egemonia dell’autofiction: l’IO domina, il mondo scompare. Una letteratura borghese, autoreferenziale, adolescenziale, che confonde il trauma con l’universale. Il romanzo cede il passo al post, la finzione alla confessione. E la realtà resta fuori.

L’IO, il mercato e la fine del racconto: una riflessione sui finalisti dello Strega 2025

Con la selezione della dozzina finalista al Premio Strega 2025, si consolida con chiarezza una tendenza che da anni serpeggia – e oggi domina – nel panorama editoriale italiano: la centralità assoluta dell’IO narrante, di un’autofiction che si maschera da letteratura e si propone come verità rivelata.

Melania G. Mazzucco, presidente del Comitato direttivo, ha commentato la composizione della dozzina: «I romanzi veri e propri non sono la maggioranza. Predomina il racconto dell’Io: la cosiddetta autofiction o l’autobiografia vera e propria che ricorre, coi suoi fasti e le sue miserie. Il leitmotiv di quest’anno è la follia. Sbriciolamento dell’Io, depressione, crollo psichico.»

Non è un giudizio di merito sui singoli testi, che sono sicuramente validissimi e degni di ogni riguardo, È, piuttosto, una constatazione critica di un assetto culturale e produttivo: il mercato premia ciò che si avvicina al consumo istantaneo dell’intimità, purché sia edulcorata, letterariamente levigata, psicologicamente disturbata, ma sempre all’interno di confini rassicuranti. Una letteratura profondamente borghese, e nel senso più disarmante del termine.

L’egemonia dell’autofiction non è solo una moda: è la manifestazione di un sistema che ha smesso di interrogarsi sul mondo per ripiegarsi su se stesso. La scrittura autobiografica, una volta strumento di rottura (basti pensare alla scrittura del corpo femminista, alla narrazione delle marginalità, alla letteratura carceraria o migrante), oggi si è fatta compiacimento.

È la glorificazione della fragilità individuale come cifra universale, nella convinzione – forse ingenua, forse ideologica – che ciò che accade a me valga per tutti, che il dolore personale sia automaticamente simbolico. E se anche fosse, questo non basta a fare letteratura.

Quello che manca, in questa narrazione dell’Io, è tutto il resto. Non c’è il mondo. Non c’è la società. Non c’è la politica, la storia, l’invenzione, la fabula. Non c’è nemmeno la finzione, cioè quella costruzione dell’universale a partire da un particolare inventato, pensato, strutturato.

Siamo davanti a una interminabile adolescenza letteraria, che si rifiuta di crescere, di uscire dalla propria torre d’avorio, di sporcarsi con il reale. Ogni sintomo diventa poetico, ogni nevrosi diventa epica, ogni trauma una narrazione da monetizzare.

Il risultato è una letteratura senza mondo, senza alterità, senza sguardo. Borges, che reinventava biblioteche immaginarie e mondi labirintici, è lontanissimo: in questa nuova borghesia editoriale, l’unico labirinto è l’interno dell’autore, che si aggira tra i suoi ricordi, le sue psicosi, le sue relazioni fallite. La scrittura, così, si fa analisi, confessione, a volte autoassoluzione. Ma non racconto. Non romanzo. Non visione.

C’è solo, onnipresente, questo enorme IO letterario che ha rotto il cazzo.

Questo non significa che l’autobiografia sia da rigettare in blocco. Grandi opere sono nate dalla vita vissuta: Proust, Pavese, Knausgård. Ma in quei casi, il sé era uno strumento per attraversare epoche, classi sociali, modelli culturali. Oggi, invece, l’autofiction contemporanea – almeno quella che domina la scena italiana e che si cristallizza nelle short list dei premi – si presenta come fine a se stessa: una ripetizione ossessiva del dolore personale come linguaggio universale, ma senza elaborazione mitica, senza costruzione allegorica, senza distanza critica.

Il mercato, dal canto suo, spinge in questa direzione: l’Io vende, è riconoscibile, produce empatia rapida e consumo immediato. La narrazione diventa estensione del social network, il romanzo si trasforma in un post lungo, il trauma diventa brand. Ma questo è un impoverimento profondo del ruolo della letteratura, che dovrebbe invece offrire complessità, ambiguità, immaginazione, e soprattutto apertura all’altro.

Il premio Strega, specchio del sistema editoriale italiano, fotografa ogni anno lo stato dell’arte. E se questa è l’arte oggi – un Io grande quanto un continente, con i suoi dolori piccoli quanto un cortile borghese – allora vale la pena chiedersi cosa stiamo lasciando fuori dal racconto. E se non sia ora, davvero, di tornare a sporcarci le mani col mondo.

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Alexandro Sabetti
Alexandro Sabetti
Vice direttore di Kulturjam.it -> Ha scritto testi teatrali e collaborato con la RAI e diverse testate giornalistiche tra le quali Limes. Ha pubblicato "Il Soffione Boracifero" (2010), "Sofisticate Banalità" (Tempesta Editore, 2012), "Le Malebolge" (Tempesta Editore, 2014), "Cartoline da Salò" (Kulturjam Edizioni), "Malagrazia" (Kulturjam edizioni).

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