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Confini di classe: la scuola specchio delle disuguaglianze sociali

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Il saggio Confini di classe di Lea Ypi mostra come scuola e cittadinanza riflettano le disuguaglianze generate dal capitalismo globale. Tra diritti negati e competizione esasperata, l’istruzione rischia di perpetuare ingiustizie anziché combatterle.

I confini di classe a scuola non sono cognitivi ma economici

di Michele Canalini

Esistono “confini di classe” all’interno di un’aula o di una scuola. Non è un gioco di parole ma ciò che emerge dalla lettura di un saggio scritto da Lea Ypi, docente di Filosofia politica alla London School of Economics. Il titolo è appunto “Confini di classe” e il tema di fondo è quello dell’analisi delle conseguenze, a livello sociale, della deregulation del capitalismo mondiale. Anche a scuola.

Scrive l’autrice, di origini albanesi: “L’imposizione dell’identità culturale nazionale e la perpetuazione di una narrazione fondata sulla competizione tra immigrati più poveri e nativi più poveri rimangono un progetto delle élite più ricche. Si tratta di un progetto che oscura le questioni di giustizia di classe e che non può non essere affrontato al fine di trovare soluzioni durature alla crisi della democrazia liberale nel mondo”.

In questo senso, il tema della concessione della cittadinanza, specialmente ai minori, diventa cruciale. E lo diventa nel momento stesso in cui la cittadinanza si trasforma da strumento di integrazione a strumento di esclusione.

Il quinto quesito, poi, del recente referendum in Italia (8-9 giugno 2025) ha mostrato nei suoi esiti anche una spaccatura, all’interno degli elettori di sinistra, su questo tema. Una spaccatura che non può non apparire preoccupante quando dimostra di essere espressione dello stesso schieramento più progressista del nostro paese.

Proprio Lea Ypi mette in luce quanto le politiche migratorie contemporanee abbiano gioco facile nel porre in atto la divisione tra le classi sociali, alimentata sempre di più da un capitalismo sfrenato e veicolo di ulteriori diseguaglianze a livello socio-economico.

Ragion per cui, a un’attenta analisi, la competizione non è più quella tra immigrati più poveri e nativi più poveri, ma tra chi ha accesso alle risorse e chi gode di diritti, e chi invece ne è escluso; o tra chi, a proposito del destino dei maturandi, riesce grazie allo status socio-economico a “ereditare” dai genitori il diploma di scuola superiore e chi non lo eredita affatto.

Ecco il motivo per cui è quanto mai necessario e urgente oggi ripensare una politica dell’istruzione che sappia ridefinire i “confini di classe”, nel nome di quella lotta alle diseguaglianze che passi anzitutto per l’estensione del diritto di cittadinanza a tutti i ragazzi che frequentano la nostra scuola pubblica.

Non a caso, la scuola è specchio della società e di quel sistema che alimenta la competizione, nel nome dell’egoismo – come ricerca soprattutto di visibilità – e nel nome della competizione – come anticipazione della ricerca spasmodica del rendimento.

Quest’ultimo punto è focale: non si tratta solo del rendimento scolastico, già oggetto di quelle recenti polemiche dei maturandi che sono saliti agli onori della cronaca per essersi rifiutati di sostenere la prova orale dell’esame di Stato; si tratta di un rendimento da declinare come profitto (avere successo nella società) e come desiderio irrefrenabile di “produrre”. Produrre non sensazioni, non passioni o ideali. Ma produrre oggetti fruibili, fisici o digitali non importa, basta che siano immediatamente fruibili.

“Il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han coglie l’essenza di questa dinamica in una frase lapidaria: «Ci stanchiamo a tal punto di dover sempre produrre qualcosa, che finiamo per disinvestire da ciò che non produce nulla: l’amicizia, il dialogo, il pensiero».” A ricordarcelo, è un interessante libro pubblicato di recente e scritto dal giornalista Alessandro Sahebi. Già il titolo stesso è fortemente indicativo: Questione di classe. Perché non si può essere felici in una società ingiusta.

Scrive ancora Sahebi: “La verità è che se sei infelice non è colpa tua, è una questione di classe. Non perché non sei elegante, sofisticato o realizzato come chi è ricco e ha successo, ma perché il modello che ti hanno detto di dover seguire – incarnato magari dal tuo influencer preferito – alimenta la tua infelicità, la tua stanchezza e la tua oppressione. E no, non basta impegnarsi di più: la classe sociale in cui sei nato probabilmente è la stessa in cui morirai”.

Dunque, che cosa aspettiamo a cambiare le cose? A cambiare, prima di tutto, quella scuola che, invece di resistere come presidio della democratizzazione e della parità di condizioni di partenza per tutti i suoi allievi, si sta consolidando sempre più come luogo della perpetuazione delle diseguaglianze?

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