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giovedì 2 Dicembre 2021
AchabIl tempo interiore per la musica (Overture per Achab rivista letteraria)

Il tempo interiore per la musica (Overture per Achab rivista letteraria)

In anteprima per Kulturjam la prefazione di Nando Vitali al nuovo numero di Achab rivista letteraria, dedicato interamente alla musica.

Overture per Achab rivista letteraria

Finalmente è disponibile il nuovo numero di ACHAB – scritture solide in transito – la bellissima rivista letteraria diretta da Nando Vitali edita da Ad est dell’equatore.

Un numero davvero speciale, una vera e propria antologia, di 174 pagine, dedicato interamente alla musica, con approfondimenti, racconti, interviste e interventi di Gianni Maroccolo, Enrico Rava, Filippo La Porta, Marco Zurzolo, Emilia Santoro, Silvio Perrella e tanti altri; il tutto arricchito dalle illustrazioni preziose di Cristina Mesturini.

Il tempo interiore per la musica (Overture per Achab)

Overture| Il tempo interiore

di Nando Vitali

Jésce sole, che ascoltai un giorno di molti anni fa cantata da Antonella D’Agostino, in apertura a La gatta Cenerentola di Roberto De Simone, mi ha abitato fino a oggi. Una invocazione mistica e profana, che forse ha origine nella notte dei tempi. La forma canzone accompagna la vita e fissa i ricordi sul nostro calendario interiore dei sentimenti.

Spesso parla di amori e speranze future. Romanze, ninne nanne bordate dal ricordo ingannevole del passato, nostos che talvolta risale alla mente per un cortocircuito improvviso. Ma il ritmo stesso della parola, ogni volta che parliamo, è canzone. Perfino nell’ozio assonnato di una giornata può insinuarsi un motivo che resta per giorni. Chissà perché si fa tiranno alle nostre orecchie, ma a lui non importa, resta lì a premere con cadenza ossessiva.

Il tempo interiore per la musica (Overture per Achab)

La canzone sovente nasce in modo misterioso, come la parola fiorita sulle labbra di un bambino, improvvisamente, come sono le emozioni dell’apprendimento. Dalle villanelle, alla canzone d’autore, le note si fanno forma, costringendoci a muoverci e battere il tempo. La canzone è un racconto nella cattedrale che va formandosi nel nostro inconscio che tutto assorbe e rimanda.

Nella storia personale, o dei musicisti, tutto può avere dignità di mu-sica, perché nasce come ritornello che si presenta simile al primo mattone (al primo amore), per lo sviluppo futuro. Si arrampicherà, successivamente, fino alle vette più alte, o resterà una eco di ricordi lontani. Non fidarti dell’uomo che non ama la musica, dice Shakespeare. In ogni luogo c’è musica. E come in quel film Dio esiste e vive a Bruxelles di Jaco Van Dormael, ognuno ne ha una dentro.

Il tempo interiore per la musica (Overture per Achab)

Essa ci segue come una madre che rammenda e cuce il nostro tempo interiore. Come musicista è stato per me un furioso corpo a corpo col mio strumento (chitarra classica), con passaggi mai del tutto risolti, accessi d’ira repressa e di sconforto, e momenti di idillio quando sentivo scorrere fluide le note per una cosa ben fatta. Il sangue si ri-scaldava. Ma gli attimi più belli, amorosi, con lo strumento sono stati quelli della creatività. Quando un motivo affiora dalle acque a lungo se-tacciate come una pepita d’oro. Un motivo, una serie di accordi, un verso che ne trascina altri. Insomma si andava formando una “canzone” (con o senza parole). Fra suoni e parole non trovo differenza.

Anche la melodia può farsi di rime sparse («Voi che ascoltate in rime sparse il suono» da Li sonetti et canzone di Francesco Petrarca. In-somma una lingua segreta e profonda che ha la sua genesi dentro e fuori di noi. Nello scontro fra la vita reale e quella interiore. Poesia e musica. Due anime che si toccano. Il momento della composizione come Dioniso che dialoga con Hendrix, e Apollo che si regala al madrigale e alla geometria, in ap-parenza semplice, della canzone popolare, che si finge piccola per conquistare il nostro animo.

Vorrei infine dire dello stupore dei miei occhi, lo stordimento dei sensi per l’odore che ogni strumento musicale emana. Un indefinito dolcissimo sogno al quale il silenziatore di una specie di incanta-mento, quando soltanto imbracci o semplicemente tocchi quell’oggetto muto, si scioglie e il cuore ti batte. Respiri, se puoi, il suono liquido delle note, quello della nostalgia, o di un amore appena sbocciato. Il senso panico della vita è tutto lì: su quel pentagramma di lutto e felicità che è la musica, come tacchi di una donna sul selciato in una mattina d’estate


Per tutte le info: Achab rivista letteraria

 

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