Vive la France: dove la protesta è ancora politica

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La protesta francese conserva una politicizzazione che in Italia sembra evaporata: scuola, sindacato e conflitto sociale diventano strumenti per leggere le contraddizioni del neoliberismo. La sfida è trasformare l’indignazione in coscienza politica organizzata.

Vive la France

Qualcuno pensò qui da noi che la massa oceanica Pro-Pal potesse avviare un percorso di ripoliticizzazione del nostro tessuto sociale. Ebbene, tolta qualche avanguardia universitaria, quell’impeto si è sciolto nei tormenti individuali della quotidianità. La dimensione perenne del “progetto” esistenziale toglie spazio alla fatica della lotta.

Un’esistenza politica non può determinarsi per suggestioni emotive, anche se queste scaturiscono da una barbarie come il genocidio di Gaza. Occorre altro. Occorre ridimensionare in senso critico il proprio impiego, il proprio quartiere, il proprio tempo libero. Scovare, comprendere, digerire e sublimare le contraddizioni reali del sistema in cui scorre la vita, per poi provare a ribaltare i vincoli di subordinazione che oggi investono sia il tempo di lavoro che quello libero, con coscienza di sé e per sé.

Se così non è, la Palestina può essere ridimensionata a problema umanitario e non di autodeterminazione di un popolo che vuole diventare Stato, che vuole la propria terra. E le proteste possono ritirarsi elegantemente in posture di civiltà mondana.

In Francia, al contrario, vive la società più politicizzata d’Europa. In quell’ambiente si respira ancora un po’ di Novecento, anche se contaminato da urgenze postmoderne. In Francia resiste ancora un dibattito alto, non totalmente prigioniero della banalizzazione televisiva. Negli ultimi anni sono sorte le mobilitazioni sindacali più tenaci, le tensioni sociali più concrete.

Ma forse è vero, questa rivolta studentesca non ha partorito ancora una piattaforma così lucida, così articolata, ed è vero altresì che nella prossemica studentesca affiora una gestione dello spazio urbano d’importazione yankee, con la sua tradizione race riot e di ribellismo distruttivo, quando qualche fantasma vestito di nero sfascia impulsivamente gli oggetti dei desideri della nostra società consumistica. Però è sbagliato confondere una certa ingenuità programmatica con l’impoliticità della lotta.

Mobilitarsi contro la Grande Divisione, esprimere un dissenso organizzato contro l’ingiustizia prodotta da un percorso didattico sostanzialmente classista, nel quale le scuole del centro offrono possibilità e prestigio mentre quelle periferiche si sfasciano nell’indifferenza, non sono attività che rientrano in un contesto spontaneista, bensì riescono a cogliere un elemento essenziale della nostra dinamica sociale. In Francia si prova da anni a mettere in discussione la cosiddetta Fine della Storia, con il liberalismo economico e antropologico a essere unico linguaggio ragionevole per l’indirizzo politico e per le argomentazioni culturali.

Per smascherare la presunta linearità scientifica della nostra società della prestazione, del nostro individualismo competitivo spacciato come merito, per disinnescare questo nuovo darwinismo sociale partorito dalla costituzionalizzazione della concorrenza economica e dalla socializzazione dello spirito d’impresa, occorre che le proteste sorgano nei luoghi in cui le contraddizioni si manifestano nella semplicità dei gesti routinari. La scuola è uno di essi; non a caso i nostri Settanta, il periodo di più alta civiltà democratica del nostro Paese, nacquero grazie all’alleanza studenti/operai e all’indagine intellettuale e politica che ne derivò. In Francia tutto questo è ancora possibile perché esiste un sindacato conflittuale come la CGT e una forza politica di intermediazione sociale, la France insoumise, capace di rappresentare il conflitto dentro le istituzioni.

In Francia la partecipazione è credibile perché non si accontenta di manifestare dissenso in maniera retorica contro il governo delle destre, contro una deriva fascista scollegata dalle reali cause che la producono. Nella Francia del “democratico” Macron si individuano gli antefatti logici del fascismo e si prova a neutralizzarli.

Perché il cancro dell’Occidente sono i volenterosi, gli audaci alfieri del progressismo di guerra, sono i Macron, appunto, le von der Leyen, gli Scholz, i Draghi e i Prodi. E i loro epigoni più fricchettoni come Elly Schlein o Nicola Fratoianni. Sono loro, con la loro fiducia incontrastata nel libero mercato, con la loro ottusa difesa dei fortini neoliberali che assaporano la guerra, a generare i mostri dell’estrema destra. Ergo, oggi, per eliminare i sintomi va eliminata la malattia originaria.

Non è un caso che la Francia, in un nanosecondo, si sia trasformata in uno Stato di polizia repressivo. Quando si toccano le storture nevralgiche del sistema neoliberale il presunto carattere tollerante delle nostre istituzioni scompare. Arresti, manganelli, sangue. La polizia non si ferma di fronte ad alcun codice etico. Lo fa mentre i rappresentanti più carismatici delle nostre classi dirigenti straparlano di autocrazie che infettano il mondo libero, senza provare alcun disgusto verso sé stessi. Lo fa mentre Kaja Kallas e Mark Rutte lanciano minacce finali contro il “dittatore” Putin che silenzierebbe il dissenso interno con le classiche purghe di staliniana memoria.

Quindi la situazione in Francia è tremendamente seria. Una serietà che qui da noi, nel nostro avanspettacolo spettacolarizzato, non è mai considerata dal palinsesto. Anzi, vedremo partire tra poco, possiamo scommetterci, una nuova stagione di occupazioni liceali, a scimmiottare la credibilità francese, che troveranno impeto solo per ragioni meramente opportunistiche, perché qui da noi occorre cacciare la destra per poter gestire la macelleria sociale da sinistra. Vedremo giovani democratici sulle barricate per poi, dopo un po’, tornare a capo chino nelle loro scuole del centro storico a dispensare prudenza e saggezza. Così nella ripetizione indefinita dell’uguale. Un uguale che ci perseguita da quarant’anni.

 

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Ferdinando Pastore
Ferdinando Pastore
"Membro dell'esecutivo nazionale di Risorgimento Socialista, ha pubblicato numerosi articoli di attualità politica incentrati sulla critica alla globalizzazione dei mercati e sui meccanism di funzionamento dell'Unione Europea. Redattore dell'Interfenreza e editorialista de Il Lavoro"

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