C’è stato un tempo in cui se una canzone era bella per il Festival di Sanremo non doveva esserlo per noi, una questione di principio prima ancora che sensoriale: appartenevano al mondo dei padri a cui ribellarsi.
Sul Festival di Sanremo e l’inattuale
Bene. È finito. Non l’ho visto, e proprio per questo sento di avere le competenze per parlarne. Negli anni ’70 e ’80 (poi non so)il Festival di Sanremo veniva percepito come inattuale dalla frammentata galassia dei giovani, a cui per privilegio anagrafico, più che autentica vocazione al nuovo, ero associato.
Anche quando si trattava di canzoni bellissime – potevano appartenere ai Mattia Bazar, Drupi, Anna Oxa, Mietta e Minghi ecc. – comunque erano caratterizzate da tratti melodici e di bel canto, riferibili a una tradizione da noi vissuta come estranea; era il mondo dei padri, il loro stigma estetico a cui ribellarsi.
Lo specchio, non importa se un po’ appannato, in cui trovare traccia del nostro volto, andava dunque ricercato fuori dal palco adornato da primizie floreali dell’Ariston, armati solo dell’infallibile bussola costituita dalla formazione reattiva – detto in parole semplici: se una canzone era bella per Sanremo non doveva esserlo per noi, una questione di principio prima ancora che un’esperienza sensoriale (ovviamente ci prendevamo spesso delle cantonate, Perdere l’amore o Maledetta primavera erano, e rimangono, dei capolavori assoluti).
In altre e più rare occasioni capitava in quel contenitore qualcosa di eccentrico, vite spericolate, come quella di Vasco Rossi, che sbagliavano la strada per il Roxy Bar e finivano nel ponente ligure con un microfono in mano.
Già che erano lì, tanto vale cantare qualcosa. Ma erano comunque canzoni consegnate ai margini inferiori della classifica, se non escluse prima dell’ultima serata. Esisteva insomma ciò che i filosofi chiamano dualismo epistemologico: la verità dei vecchi e la verità dei giovani. I quali, come giusto, dovevano compiere una propria questua, intraprendere un cammino di ricerca sostenuto dal bastone del passaparola, per trovare infine dei modelli di riferimento musicale autonomi, che spesso erano modelli tout court.
Confesso che alcuni testi di Paolo Conte oppure Francesco De Gregori, Lou Reed, Leonard Cohen mi hanno segnato più delle letture scolastiche di Pascoli e Leopardi, e non vado certo orgoglioso di questa gerarchia. Ma a scuola tutto era già cotto e servito e perfino forzato in gola, se alla maniera di un tacchino sazio ti rifiutavi di aprire il becco.
Potremmo guardare a Sanremo come a una forma di didattica a distanza ante litteram: bastava, e basta ancora, accendere il televisore per assimilare passivamente suoni e parole. Mentre con Perfect Day l’accidentalità della scoperta (a cui si era accompagnata quella della sangria che Lou Reed sorseggia al Central Park) ne ingigantiva la perfezione complice la dritta del mio amico Federico, che come mentore trovavo più attendibile di Pippo Baudo o Mike Bongiorno.
Ciò che oggi mi procura imbarazzo è la sostituzione dell’inattualità di Sanremo a favore di un presente assoluto che fagocita il passato, i Maneskin ne sono plastico emblema: bravi sono bravi, ma a fare cosa?
Citazioni dall’epopea glam. Mossette trasgressive e ampie porzioni di epidermide. Integrazione rassicurante dell’osceno. Un format giovanilistico, più che autenticamente giovane, nel quale vengono ricomposti i lembi anagrafici più distanti come potrebbe fare una cerniera, a unire disposizioni postume e anteriori alla vita, che per definizione è sempre altrove. Ciò che li unisce è la subentrata incapacità di prendere le distanze, come avveniva quando mio padre ascoltava per sbaglio un brano dei Sex Pistols, e subito girava stizzito la manopola dell’autoradio.
Non male dicono invece i miei coetanei dal divano da cui guardano l’esibizione di Blanco assieme ai figli adolescenti; certo: poteva risparmiarsi di infierire sulle rose…
Un’istantanea di conciliata intimità familiare, un Natale senza albero né presepe che sancisce l’armistizio tra le generazioni o, a ben vedere, la sconfitta di entrambi i fronti, accompagnata dalla sigla finale della dialettica come motore della storia, canzonetta con cui la biografia diviene per conto terzi e non più in nome proprio.
Tutto ciò mi riporta a tempi e canzoni diverse, dove era già presente in forma di dolente profezia. Così Francesco Guccini, era il 1996:
Son tornate a sbocciare le strade
Ideali ricami del mondo
Ci girano tronfie la figlia e la madre
Nel viso uguali e nel culo tondo.
In testa identiche, senza storia
Sfidando tutto senza confini
Frantumano un attimo quella boria
Grida di rondini e ragazzini.

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