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martedì 2 Marzo 2021
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Suicidi da coronavirus: il tabù del fallimento

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Suicidi da coronavirus in aumento, più della metà sono imprenditori vittime di una doppia aberrazione: quella del fallimento e del possesso.

Suicidi economici da coronavirus

Meno di un mese fa un grande quotidiano nazionale in un pagina interna titolava: Isolamento e crisi economica, ondata mondiale di «suicidi da coronavirus» 

Per poi proseguire nell’occhiello con:  Studio shock: negli Usa 75mila persone si toglieranno la vita per la crisi del Covid-19. Suicidi in aumento anche in Italia, più della metà sono imprenditori.

Un altro quotidiano entrava nel dettaglio italiano indicando numeri e facendo nomi di alcuni suicidi già avvenuti:  «Suicidi economici aumentati per la crisi, già 25 dal lockdown»

Quest’impennata dei suicidi, non solo calcolata ma addirittura prevista, tra persone triturate dall’ansia e dai debiti per la crisi post-pandemia non può esimerci da alcuni ragionamenti.

La disperazione porta a blackout della ragione che non sta a noi giudicare ma una riflessione nasce spontanea: il suicidio per ragioni economiche e di conseguenza sociali è il risultato di una doppia aberrazione.

La prima riguarda la cultura del fallimento, l’altra quella del possesso

La cultura del fallimento

Il fallimento è una condizione psicologia precedente all’eventuale situazione oggettiva o di danno ricevuto, e vale per i campi più disparati.

Partiamo da una domanda: chi decide chi o cosa è un fallimento? Ci sono modelli prestabiliti ai quali adeguarsi, in una sorta di classifica di stile di vita.

Se non si raggiungi quei risultati sei da considerare un fallito? Ci sono percorsi identici per tutti e risultati diversi da parametrare? Ovviamente sono tutte domande retoriche.

Qualche giorno fa un amico regista, nonché collaboratore di questa testata, in una interessante riflessione pubblica scriveva:

L’insulto più facile che mi fanno anche i non addetti ai lavori è “regista fallito”.  Anche chi fa altro o dove si discute di altro, non mi dice “stronzo” ma regista fallito. Non so cosa possa significare essere un regista fallito. Intanto un regista è un mestiere: lo si fa bene o meno bene ma è un mestiere, per cui è come dire ad un falegname che è un fallito. L’opinione pubblica ha l’idea che ogni benedetto aspirante artista abbia un obbiettivo che non vuole fallire. 

Non c’è nessuna oggettività in queste valutazioni se non quella del percorso interiore delle persone verso i modelli di vita che immaginavano più confacenti al proprio essere. Ed è qui che può nascere la vera trappola del fallimento.

La gabbia

Alcuni individui vivono all’interno di un rifugio fatto di paure partorite dalla propria mente e alimentato dall’ambiente in cui si vive.

Persone sequestrate silenziosamente, spesso senza che nessuno se ne renda conto, dai mostri che abitano il loro immaginario e che vengono proiettati all’esterno, nel mondo che li circonda che diviene improvvisamente minaccioso.

Altre persone trascorrono il tempo alla ricerca di modi sempre nuovi, spesso nocivi, per riempire il vuoto o quel senso di rumorosa solitudine che li attanaglia.

Ma queste persone non sono alieni: sono uomini e donne che vediamo tutti i giorni, spesso sono vicinissime a noi. Hanno famiglie, lavori, una socialità rumorosa che distoglie da quel silenzio interiore.

È uno spazio borderline tra il reale e l’irreale un rifugio, apparentemente rassicurante.

Eppure credendo agli alibi che ci si costruisce per giustificarsi con il mondo esterno, si permette al vissuto di frustrazione di prendere il sopravvento e di cavalcare l’idea del fallimento quando si presenta davanti la paura di un cambiamento traumatico.

E il cambiamento traumatico è legato, principalmente, alla cultura del possesso.

Pasolini: perché non siamo una società felice

 

Le virtù degli uomini

Ti insegnano fin da bambino, con messaggi più o meno espliciti dalla TV e dalla scuola, che volere una cosa non solo è un diritto ma una virtù. Il volere è potere – l’ottenere è potere – il potere una virtù – la virtù è del vincente – egli beato tra tutti gli altri.

L’uomo della virtù usa gli strumenti a sua disposizione che siano una carica politica o un consiglio di amministrazione oppure un pugnale o una pistola.

E quando li usa, esercita un diritto che gli è stato inculcato in nome di una legittimità e di una virtù superiore.

Che siano il grande amministratore delegato, i professori dotti col catetere, i mafiosi, il ras del quartiere o il consigliere municipale, il principio educativo alla base non cambia: devono essere dei vincenti.

E sono assassini e sono buoni. La virtù è l’ottenere qualcosa ad ogni costo. Quando perdi quel qualcosa, perdi anche la virtù.

Negli studi angelici quando si perde la virtù l’angelo è perduto, destinato a cadere nell’abisso.

suicidio da coronavirus. il tabù del fallimento
L’angelo della tomba Ribaudo caduto a Staglieno (Ge)

La cultura del possesso

La cultura del possesso, della produttività, della scalata sociale, è così penetrata nelle persone, a tutti i livelli, che quando si cade si arriva a pensare che non esista più nulla.

Il suicida economico non vede più possibilità di cambiamento.

Il non avere più nulla, non saper cosa dare da mangiare ai propri cari, è considerata una tragedia maggiore di quella di togliere un affetto proprio a chi si voleva proteggere.

Come se il figlio di un suicida accettasse più la morte del genitore che la fame.

Sono quindi doppiamente vittime queste persone: di una cultura che prima li ha resi automi inconsapevoli e poi li ha abbandonati.

Rivolta e razzia

Se vediamo quello che è accaduto negli Stati Uniti in questi giorni, con i disordini e le rivolte per le strade, causati dall’ennesimo omicidio da parte delle forze dell’ordine di un cittadino afroamericano, sfociati poi in saccheggi e razzie tra negozi e centri commerciali, torniamo nuovamente allo stesso punto.

Una società che ha come totem i consumi, visti come unico parametro di benessere e sviluppo, non può meravigliarsi se in una rivolta il paradigma dei manifestanti più marginali diventa predatorio.

La lotta verso i simboli, le barricate coreografiche, l’estetica mutuata da Matrix stile black bloc, è del ceto medio riflessivo giovanile, che individua nella distruzione creativa dei simboli (insegne, banche, vetrine di lusso) i sostitutivi della violenza fisica.

Nei rivoltosi marginali, che siano appartenenti a gang o meno, l’appropriarsi del consumo è la forma con cui si scala la gerarchia sociale.

Possedere è essere.

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Alexandro Sabetti
Vice direttore di Kulturjam.it -> Ha scritto testi teatrali e collaborato con la RAI e diverse testate giornalistiche tra le quali Limes. Ha pubblicato "Il Soffione Boracifero" (2010), "Sofisticate Banalità" (Tempesta Editore, 2012), "Le Malebolge" (Tempesta Editore, 2014).

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