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La realtà è fatta di interpretazioni, a loro volta figlie del linguaggio o almeno questa è una delle tesi dominanti nel mondo odierno.
Interpretazioni e linguaggio
In linguistica antropologica, una tesi simile fu esposta da Sapir e Whorf e viene detta anche teoria della relatività linguistica.
L’idea dei due studiosi è che il linguaggio di un gruppo ne condizioni la visioni del mondo. Saprete tutti dei popoli artici presso cui esistono quattro diversi modi per chiamare la neve: questo è l’esempio classico.
Whorf studiò la popolazione nord americana degli Hopi e identificò una diversa idea del tempo. Gli Hopi non hanno una percezione del tempo divisa in presente, passato, futuro (esperienza per un parlante indoeuropeo naturale, inseparabile dal reale), ma hanno una divisione tra tempo manifesto e non manifesto.
Il tempo manifesto equivale al nostro presente, al passato prossimo e al futuro prossimo; il non manifesto include invece molte condizioni (alcune non temporali nelle nostre lingue/schemi di pensiero): il passato lontano, il futuro lontano, ma anche sogni e pensieri.
La rete spopola di esempi simili: il tagalog, l’idioma più parlato nelle Filippine -della famiglia linguistica austronesiana- possiede un suffisso che non prevede la possibilità dell’azione (nelle lingue indoeuropee espressa dal congiuntivo/condizionale), ma la possibilità che il parlante sia a conoscenza della stessa.
In una lingua europea, come l’italiano o l’inglese, per esprimere un concetto simile dovete ricorrere a un altro verbo che apre al pensiero (penso che, suppongo che, credo che, mi fido, ecc).
D’altronde, chi ha la fortuna di parlare più lingue (dialetti e slang inclusi) sa benissimo che l’assenza di un lemma in una lingua, non implica l’assenza del concetto: posso non avere quattro parole per dire neve, ma possedere una lingua ricchissima e tramite aggettivi declinare la neve in ogni modo possibile (specie rispetto ai miei reali contatti con la stessa, la domanda finale è: a Roma nel 2023 ho realmente bisogno di classificare in modi tanto dettagliati la neve?).
Il linguaggio è quindi strumento di comprensione e comunicazione e come tale è legato al bisogno dell’individuo, ovviamente in comunità.
Questo, nonostante tutti i sondaggi e studi condotti dimostrino in modo inequivocabile che oltre il 60% della popolazione adulta (spesso ben di più) riferisce di sentire voci nella testa o parlare da solo quando sa di non essere visto da nessuno (lo vediamo anche nei film, nelle serie tv, persino nei videogiochi o nei cartoni animati).
Dunque? Il linguaggio forma il pensiero o il pensiero forma il linguaggio?
La teoria Sapir-Whorf prevede due piani, uno di teoria dura (il linguaggio condiziona il pensiero in toto), una morbida (il linguaggio influenza il pensiero).
Tra le altre critiche rivolte alla teoria vi è quella sul bilinguismo (un parlante bilingue avrebbe due diverse visioni del mondo insieme?) e quella sulla grammatica (un parlante non istruito ha percezione della distinzione tra verbo e sostantivo?).
La teoria dura è caduta in disgrazia, ma viene ancora oggi molto discussa (non mancano esempi a suo supporto). Non è in discussione che il linguaggio abbia aperto all’uomo un nuovo mondo, la possibilità di distinguere un piano manifesto e uno non manifesto per dirla come gli Hopi, e questo non è indifferente.
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