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Una sinistra liberal che vive ancora negli anni ’90: femminismo patinato, capitalismo chic e politica trasformata in marketing. Tra Vogue e Vanity Fair, resta lo storytelling. Più Sex and the City che conflitto reale, tra pose e vuoto strategico.
Un eterno Sex and the City
Alla fine provo una commistione di sentimenti per la cosiddetta sinistra. Quella liberal, muscolarmente femminista, intimamente colonialista, ultra-capitalista. Dal corretto disprezzo politico passo, talvolta, a impressioni di tenerezza.
Per esempio, questa ferrea convinzione che tutto sia rimasto immutato al 1995, quando l’entusiasmo imprenditoriale coniava dispositivi inclusivi e artificiosamente progressisti, mi lascia un torpore compassionevole. Lo sguardo va ancora lì, a quella poetica illusionista propagandata dal superficialismo intellettuale di Sex and the City, con le quattro amiche del cuore che sognano libertà sessuale, dollari facili e un imperialismo docile, tra le vetrine di New York.
Così le reginette dell’avanspettacolo democratico, si ostinano a posare cazzute nei giornali più coerenti con lo spirito predatorio del capitalismo. Tra Vogue Italia, quando Elly parlò con timido orgoglio di armocromia e Vanity Fair, dove la Salis scimmiotta Miranda Priestly, l’altra eroina hollywoodiana del modello cinico manageriale che fa tanto merito ed eccellenza, la politica non si smuove dagli storytelling, dalle campagne di marketing.
La politica in effetti, quando non sa proprio più che dire, non può che ridursi a questo. A volti in copertina da attrici bruciate capaci di celebrare, senza nessuna poesia, un’annichilente malinconia. E a un chiacchiericcio carnevalesco, come diceva Gramsci.

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