Ma lo statuto di Hamas prevede realmente la cancellazione di Israele?

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Viene spesso ripetuto dai commentatori che lo statuto di Hamas prevederebbe la cancellazione di Israele e lo sterminio degli israeliani. Ma è davvero così?

È vero che lo statuto di Hamas prevede la cancellazione di Israele?

Quando scoppiano guerre in aree di crisi internazionali, districarsi tra cronaca, narrazione e propaganda è impresa ardua. Figuriamoci poi nel contesto del Medio Oriente, con la questione israelo-palestinese che si perpetua dal 1948.

Uno dei punti più controversi e dibattuti, specialmente dall’apparizione come soggetto in campo di Hamas, è relativo allo statuto dell’organizzazione che, come viene spesso ripetuto dai commentatori, prevederebbe la cancellazione di Israele e lo sterminio degli ebrei.

Ultimo a ripeterlo è stato Matteo Salvini, il 9 ottobre, ospite di Quarta Repubblica su Rete 4, che ha invitato i telespettatori a leggere lo statuto di Hamas, poichè, per l’appunto, “in diversi articoli prevede lo sterminio degli infedeli e la cancellazione dello Stato di Israele”.

Ma è davvero così? Davide Leo e Matteo Negri di Pagellapolitica* hanno verificato e la questione sarebbe più complessa di quanto viene sbrigativamente raccontata.

Cosa dice lo statuto di Hamas

Hamas è un’organizzazione politico-religiosa islamista che governa la Striscia di Gaza dal 2007 ed è considerata un’organizzazione terroristica da alcuni Paesi, come gli Stati Uniti, e dall’Unione europea.

Fondata nel 1987 dal leader nazionalista palestinese Ahmed Yasin come una costola del movimento internazionale dei Fratelli Musulmani, un’organizzazione fondata in Egitto nel 1928 con l’obiettivo di riportare i principi dell’Islam al centro della vita politica delle comunità musulmane, ha come scopo fondativo quello di liberare la Palestina dall’occupazione israeliana e costruire uno Stato islamico.

Più nel dettaglio, come scrivono Leo e Negri, “Il primo statuto di Hamas (la traduzione di Harakat al-Muqawama al-Islamiyya, il cui acronimo è appunto “Hamas”) risale al 18 agosto 1988 e dichiara (art. 6) il suo intento di estendere l’Islam a tutta la Palestina, liberando il territorio dall’occupazione ebraica (art. 15). «Israele, con il suo ebraismo e la sua popolazione ebraica» sono identificati (art. 28) come i nemici dell’Islam e dei musulmani, e fin dal preambolo si riprende una citazione di Hasan al-Banna, il fondatore dei Fratelli Musulmani, che dice: «Israele esisterà e continuerà a esistere finché l’Islam non lo annienterà, così come esso ha annientato ciò che lo precedeva».

Qui dunque si farebbe un riferimento esplicito all’annientamento di Israele. Inoltre, per quanto riguarda gli «infedeli», lo statuto spiega (art. 31) la posizione di Hamas sui «popoli di altre fedi». Nel testo si legge che «solo all’ombra dell’Islam i seguaci delle tre religioni Islam, Cristianesimo e Giudaismo possono vivere in pace e armonia». Per questo «i seguaci di altre religioni dovrebbero smettere di lottare contro l’Islam per governare quest’area, perché quando governano ci sono solo uccisioni, castighi ed esclusioni». 

Nell’articolo 7 è riportata una citazione attribuita a Maometto: «L’ora finale non giungerà finché i musulmani non combatteranno contro gli ebrei e i musulmani li uccideranno».

Ma qui occorre fare delle precisazioni importanti. Scrivono infatti Leo e Negri che  “estrapolare una citazione presa da un testo religioso per dire che Hamas prevede lo sterminio degli infedeli”, è fuorviante. “La carta fondativa di Hamas ha un approccio molto ideologico e poco politico, ancora legata alle prassi dei Fratelli Musulmani”, ha spiegato  Niccolò Petrelli, ricercatore dell’Università Roma Tre, autore di varie pubblicazioni su Hamas e Israele. I testi sacri di tutte le religioni, anche solo per il fatto di essere scritti moltissimi anni fa, contengono spesso frasi che oggi potrebbero risultare estreme ed eccessive. Per Petrelli, infatti, parlare di «sterminio degli infedeli» riguardo allo statuto di Hamas è, al di là della citazione di Maometto, «un po’ forte». «Questo documento va letto attraverso le interpretazioni che i vari leader di Hamas ne hanno fatto negli anni: lo stesso Khaled Mashal (uno degli attuali capi di Hamas, ndr), per esempio, ha fatto capire più volte che lo statuto ormai è un pezzo di storia. 

Lo statuto ufficiale di Hamas è stato modificato nel 2017, quando Mashal ha pubblicato un nuovo documento che riprende alcuni punti del testo originale ma ne modifica altri: “il nuovo statuto è stato analizzato in uno studio pubblicato nel 2020 da Khaled Hroub, professore di Studi mediorientali alla Northwestern University del Qatar e ricercatore del Centro per gli studi islamici dell’Università di Cambridge. Secondo Hroub, a differenza dello statuto del 1988 «in cui prevalevano una vaga retorica religiosa e stravaganti dichiarazioni utopiche», il nuovo documento «mostra una certa flessibilità, lasciando delle zone grigie che consentono ad Hamas un margine di manovra politico per il futuro».

In generale il testo del nuovo statuto ha un’impostazione meno netta nei confronti dell’eliminazione dello Stato di Israele e dei suoi abitanti. Il nemico viene identificato (art. 16) nel sionismo e non più nell’ebraismo: «Hamas non lotta contro gli ebrei perché sono ebrei, ma lotta contro i sionisti che occupano la Palestina». Lo statuto non riporta più citazioni religiose che accennano allo sterminio degli infedeli, e all’articolo 17 ripudia la persecuzione per motivi nazionalistici o religiosi, ritenendo che «l’antisemitismo e la persecuzione degli ebrei sono fenomeni legati alla storia europea e non alla storia degli arabi e dei musulmani».

E ancora: Israele viene definito (art. 14) «il giocattolo del progetto sionista e la sua base di aggressione» e Hamas rifiuta (art. 20) «qualsiasi alternativa alla piena e completa liberazione della Palestina, dal fiume al mare». Ma allo stesso articolo 20 dello statuto si legge la seguente frase: «Hamas considera la creazione di uno Stato palestinese pienamente sovrano e indipendente, con Gerusalemme come capitale sulla falsariga del 4 giugno 1967, con il ritorno dei rifugiati e degli sfollati alle loro case da cui sono stati espulsi, come una formula di consenso nazionale». Il 5 giugno 1967 è la data di inizio della Guerra dei sei giorni, in cui Israele ha conquistato gran parte dei territori della Cisgiordania e Gerusalemme Est. Secondo Hroub, questa posizione riflette «il consenso interno del movimento sulla formula dei due Stati» e ha come sottotesto «che Hamas acconsente a una soluzione politica che potrebbe portare a uno Stato palestinese realizzabile». 

Dunque, in conclusione, appare evidente come lo statuto di Hamas volutamente giochi con le zone d’ombra per potersi adattare al contesto più congeniale di volta in volta, solleticando la parte più militante e ideologizzata ma al contempo con margini per la realpolitik e le trattative sottobanco. D’altronde non è un mistero che tutta la dirigenza del movimento islamico si trovi a Doha, ospite del coccolatissimo Qatar amico controverso dell’Occidente.

*Pagellapolitica

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