Lucio Magri, il comunista del ‘dissenso’

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Era il 28 Novembre del 2011 il giorno in cui ci lasciava Lucio Magri, uno dei fondatori de il Manifesto, del Pdup, e dopo il rientro nel Pci, protagonista della lotta contro lo scioglimento del partito tra il 1989-1991 e tra i dirigenti più autorevoli di Rifondazione Comunista: memorabile il suo profetico intervento contro il trattato di Maastricht.

La Rifondazione Comunista di Lucio Magri

L’ultima volta che ho incontrato Magri ero con Ramon a una manifestazione nazionale della Fiom. Incombeva il governo Monti. Lucio ci disse “meno male che almeno voi resistete, sono diventati tutti badogliani”. Noi gli rispondemmo che avevamo bisogno del contributo di compagni come lui. Lucio fu lapidario: con la cura delle edizioni in spagnolo e inglese del suo libro ‘Il sarto di Ulm‘ poteva considerare finito il suo compito e mantenuto l’impegno preso con sua moglie prima che morisse. Mentre si allontanava ricordo che Ramon, che aveva condiviso con lui militanza nel Pdup e poi nel Pci, mi disse che sentiva che non lo avremmo rivisto più.

Da ragazzino ero un estimatore del Pdup e de Il Manifesto perché articolava una critica da sinistra ma non settaria del Pci senza negarne il ruolo positivo e il grande patrimonio ideale, di cultura politica, di radicamento nel paese. Mi consentiva quindi di tenere insieme l’attaccamento alla sezione Eugenio Curiel sotto casa e la curiosità per la “nuova sinistra” e il sessantotto.

Toni Negri definì – se ricordo bene nelle sue memorie carcerarie Pipe Line – quelle/i del Manifesto “comunisti degli anni trenta” e forse non si sbagliava perché effettivamente, al contrario degli operaisti più radicali, non disconoscevano il valore di una tradizione che aveva radici nell’antifascismo, in Gramsci, nella strategia dei Fronti Popolari, nella stessa via italiana di Togliatti.

Questo impedì nel 1970-71 la fusione tra Potere Operaio e Manifesto, nonostante molte assonanze tra le tesi sull’attualità del comunismo (in una delle ultime mail che scambiammo Toni però si definiva “vecchio antifascista” e indicava gli imperativi di opporsi al governo Meloni in Italia e alla guerra in Ucraina).

Potere Operaio vedeva nel Pci come lo aveva costruito Togliatti l’ostacolo – l’avversario da battere – sulla strada della rottura rivoluzionaria che pensava possibile per la forza raggiunta dalla classe operaia. Non a caso il rapporto col Pci era stato causa anche della rottura di Toni Negri e i suoi compagni con il padre stesso dell’operaismo italiano Mario Tronti a fine anni sessanta.

Come Magri anche Tronti non poteva rompere con la storia comunista italiana in nome del ’68 che avrebbe dovuto innovare con nuove spinte ma non rompere con il movimento operaio. Proprio nella sua recensione dell’ultimo libro di Magri l’autore di ‘Operai e capitale’ evidenziava di condividere il giudizio positivo su Togliatti che paragona a Lenin.

Lucio Magri e il Pdup furono vicini all’ultimo Berlinguer, quello che prese atto della non praticabilità della linea della “solidarietà nazionale” e propose nel 1980 di lavorare per l’alternativa democratica scegliendo di stare dalla parte della classe operaia sotto attacco davanti ai cancelli della Fiat e in difesa della #scalamobile, dalla parte della pace contro l’istallazione degli euromissili della NATO, e di porre al centro il tema della questione morale e del rinnovamento della politica.

Quella sintonia aveva una ragione di fondo nella comune ricerca che accomunava gli ex ingraiani del Pdup e del Manifesto a Berlinguer e naturalmente a Pietro Ingrao, l’esigenza di una “terza via” nei processi di transizione verso il socialismo, alternativa cioè tanto al modello sovietico, quanto alla pratica delle esperienze socialdemocratiche e di rinnovare la tradizione comunista nel rapporto con quelli che allora venivano considerati i “nuovi movimenti”, come il femminismo, il pacifismo e l’ecologismo.

Non a caso quindi Magri fu tra i difensori dell’originale percorso del Pci, da Gramsci a Berlinguer, contro la liquidazione di quella storia proposta da Occhetto e dai dirigenti più giovani che poi guideranno il centrosinistra negli anni ’90 e 2000 con esiti disastrosi di omologazione al neoliberismo e all’atlantismo.

Come scrisse uno dei suoi compagni e amici più stretti Aldo Garzia, “La costante magriana è stata mettere sempre a rapporto un patrimonio politico/culturale con le novità economiche/sociali. L’innovazione teorica e politica come assillo, dunque, rifiutando tuttavia l’azzeramento da cui bisognerebbe ricominciare da zero.”

Lo testimonia l’ampia recensione che dedicò su La rivista de il Manifesto a una raccolta di scritti di Togliatti su Gramsci curata da Guido Liguori:
“Non appena il momento più aspro della guerra fredda e dell’ultimo stalinismo fu superato, tutto ciò raggiunse la sua forma più matura: il comunismo italiano raccoglieva quasi naturalmente le forze più avanzate della società italiana, e appariva aperto a ulteriori sviluppi. Non sarebbe stato così senza Gramsci e anche senza quella mediazione togliattiana che ho chiamato `gramscismo’.

Qui metteva radici permanenti e di massa una forza, un’identità, che non era – come molti oggi dicono e pensano – una `socialdemocrazia di fatto’, senza quasi saperlo, o dirlo, ma neppure una semplice articolazione del campo sovietico, costretta dalle cose a svolgere una supplenza democratica in contraddizione con le sue convinzioni profonde e solo fin quando non si potesse ‘fare come in Russia’.”

Conservo ricordi molto preziosi delle conversazioni con Magri sull’opera a cui si dedicò negli ultimi anni della sua vita, Il sarto di Ulm, un libro imprescindibile sulla storia del comunismo novecentesco e del PCI che consiglierei di leggere dopo la visione al cinema de ‘La grande ambizione’.

Scriveva Magri: “La svolta tentata da Berlinguer era esplicitamente mossa da un ambizioso obiettivo di medio periodo: contribuire a un effettivo passo in avanti sulla via democratica al socialismo in Italia e in Europa. Una tale ambizione, per ragioni oggettive e immaturità soggettive, al vaglio dei fatti non reggeva, l’obiettivo era fuori portata, tuttavia la forza che era riuscito a conservare, le nuove scelte e le nuove idee che vi erano penetrate permettevano al Pci di non essere travolto dalla crisi dell’Unione Sovietica, di evitare la dissoluzione e l’abiura, dunque di tenere in piedi e rifondare in Italia una sinistra di ispirazione comunista rilevante e vitale. Anche tale obiettivo era difficile, ma non impossibile. Se una tale sinistra fosse stata ancora in piedi nel momento del disfacimento della Prima repubblica, lo svolgimento non solo della storia del Pci, ma anche quello della democrazia italiana avrebbe assunto caratteri diversi da quelli che oggi costatiamo”.

Da riascoltare la presentazione del libro aperta da una relazione di Rossana Rossanda:

Ripropongo un estratto della relazione di Magri del 1990 al seminario di Arco in cui chiariva cosa si dovesse intendere per “rifondazione comunista” tratto dalla preziosa raccolta ‘Alla ricerca di un altro comunismo. Saggi sulla sinistra italiana (2012):

“Non è comunque il giudizio sul passato il punto principale che decide della possibilità e della utilità del permanere di una forza comunista; ma il giudizio sul presente e sul futuro. Certo la parola comunista ha, nella tradizione del movimento operaio, due significati ben distinti. Per un verso essa stava a indicare la linea di demarcazione stabilita dal leninismo e dalla Rivoluzione d’Ottobre e dunque soprattutto alcuni punti discriminanti: la necessità della rottura rivoluzionaria, il concetto di dittatura proletaria, la statizzazione quasi integrale dei mezzi di produzione, la pianificazione centralizzata, la soppressione del mercato per via amministrativa. In questo senso tale parola risulta tanto logorata dai fatti da non essere oggi difendibile.

Ma per un altro verso essa sta a indicare una idea di società, futura ma non utopica, radicalmente liberata dai tratti essenziali del sistema capitalistico e della società classista e mercantile: critica dell’accumulazione e della crescita quantitativa come unico parametro del progresso; critica del profitto e del mercato come meccanismi assolutamente prevalenti dell’economia e del primato dell’economico su ogni altra dimensione sociale, critica della divisione rigida tra lavoro intellettuale e manuale e della sua parcellizzazione, critica dell’individualismo come condizione per affermare un vero dispiegamento della soggettività individuale, critica dello Stato come macchina separata, della divisione tra governanti e governati, tra «borghese» e «cittadino».

Se noi parliamo di rifondazione comunista è perché siamo convinti che questo secondo significato della parola non solo conservi un valore ideale, ma anzi proprio ora, e solo ora possa cessare di essere, come è stato, politicamente minoritario, teoricamente immaturo, e possa perciò essere assunto come stimolo di una elaborazione rigorosa e di una politica credibile. Nel contempo siamo convinti che ciò non possa avvenire come un «ritorno alle origini», restaurazione di un’ortodossia sempre trascurata.

Marx infatti non solo considerava il comunismo in questo senso come un obiettivo tanto prematuro da non voler e poter formularlo in modo pieno e rigoroso senza diventar un pasticciere dell’avvenire; ma era profondamente persuaso che la rottura rivoluzionaria, temporalmente e concettualmente, si collocava ben prima di quel futuro e sarebbe stata dunque operata da altri protagonisti e per diverse contraddizioni(il blocco delle forze produttive, la polarizzazione semplificata del conflitto capitale-lavoro) ancora tutte interne all’orizzonte della industrializzazione.

Le trasformazioni della società attuale, la inattesa complessità del capitalismo maturo, l’unificazione del mondo senza unificazione dei modi concreti di produzione, l’avvio con egemonia capitalistica di una società postindustriale, da un lato danno una maturità nuova a quel concetto di comunismo, ma dall’altro mettono profondamente in crisi la strumentazione analitica che l’accompagnava. Impongono dunque una rifondazione teorica, nuove categorie concettuali, una nuova analisi della realtà.

La parola comunista infatti, comunque rivisitata, non ha senso se perde la capacità di indicare un «movimento reale» che cambia lo stato di cose esistenti. Se cioè non si può tuttora dimostrare la ragione non solo di un qualsiasi antagonismo rispetto alla società esistente, ma rispetto ai tratti fondamentali di questo modo di produzione; e se non si può intravedere nello sviluppo stesso di questa società non solo ingiustizia e disagio, ma l’emergere di contraddizioni, soggetti, risorse capaci tendenzialmente di trasformarla e superarla.

Anche questo è un lavoro di grande difficoltà e di lungo periodo: perciò al congresso abbiamo parlato, con voluta sobrietà, di «orizzonte comunista», cioè di un tema da tenere aperto, di una prospettiva da non eliminare, non di una prospettiva già adeguata.”

 

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Maurizio Acerbo
Maurizio Acerbo
Segretario nazionale di Rifondazione Comunista- Sinistra Europea. Attivista, agitatore culturale. Comunista democratico, libertario e ambientalista. Marxista psichedelico.

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