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giovedì 19 Maggio 2022
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I topos dell’informazione emozionale di guerra

In ogni conflitto si ripete il copione mediatico dell’informazione emozionale. Ci sarebbe quasi da ridere amaramente rileggendo alcune notizie, che si ripetono ciclicamente, se non si trattasse invece di una immane tragedia.

Propaganda e informazione emozionale

Nel 1928 a Londra Lord Ponsonby pubblicò un interessante libro intitolato “Falsehood in Wartime“, ovvero falsità in tempo di guerra, una stimolante riflessione sulla propaganda bellica nel primo conflitto mondiale.

L’autore, barone, nato nel castello di Windsor e appartenente a una delle più nobili famiglie britanniche, ostile all’entrata in guerra della Gran Bretagna nel 1914, abbandonò il partito liberale per iscriversi al partito laburista, del quale divenne rappresentante alla Camera dei Comuni e successivamente alla Camera dei Lords.

Arthur Ponsonby era un pacifista convinto e nel suo libro si dedicò a smascherare un certo numero di menzogne inventate e propagandate durante la prima guerra mondiale per giustificarla agli occhi delle masse popolari, e a descrivere alcuni meccanismi elementari della propaganda di guerra. Ma tali principi di propaganda, come i loro meccanismi non sono stati messi in azione solo nella prima guerra mondiale, ma al contrario sono stati regolarmente utilizzati negli altri successivi conflitti, fino ai più recenti, veicolati dal sistema mediatico contemporaneo.

Tutto questo ci porta a quella che definiamo informazione emozionale, quel fiume di immagini e parole che riempie in ogni crisi internazionale i media mainstream, in cui gli inviati, in realtà, sono sempre più spesso lontani dalle zone di guerra e confezionano servizi incentrati sulle sofferenze dei civili in fuga nei campi di accoglienza, nelle stazioni, ai confini. Mentre per le notizie si affidano alle agenzie locali e ai breafing dei comandi militari. Dunque tendono a stimolare reazioni emotive ma non a informare.

Tutto questo si ripete con una regolarità impressionante in tutti i conflitti moderni, tanto che scavando nell’immenso archivio del web, è ormai possibile trovare le stesse identiche notizie, le stesse identiche modalità, riferite a luoghi diversi nello spazio e nel tempo.

Ci sarebbe quasi da ridere amaramente rileggendo alcune notizie, se non si trattasse invece di una immane tragedia sulla pelle dei più deboli.

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Ma quali sono i classici di questa narrativa di guerra?

  • In ogni conflitto compare il musicista che suona sotto le bombe: pianisti e violinisti nei bunker o tra i palazzi distrutti suonano per sottolineare la “bellezza che resiste all’orrore della guerra“.
  • In ogni conflitto compare il video del soldato che chiede alla fidanzata di sposarlo
  • In ogni conflitto compare la lettera di un bambino seienne, scritta da rifugi di fortuna, in perfetto inglese, anche se è yemenita (anzi no, gli yemeniti non esistono).
  • In ogni conflitto il nemico (in chiave antioccidentale) è sempre un dittatore sanguinario che minaccia di usare armi chimiche e bombarda ospedali e scuole a casaccio.
  • In ogni conflitto “made in occidente”, i bombardamenti sono sempre chirurgici, l’uso effettivo di armi non convenzionali (come gli Usa a Falluja in Iraq) non è commentato e le bombe su ospedali e scuole sono “danni collaterali” sui quali verrà “aperta un inchiesta” di cui non si saprà più nulla.
  • In ogni conflitto gli assediati, anche in cittadine di poche migliaia di abitanti, hanno un ospedale che viene distrutto regolarmente, evidentemente per essere ricostruito a tempo di record, e ridistrutto, perché la stessa foto e lo stesso filmato viene trasmesso in momenti diversi.
  • In ogni conflitto il web si riempie di foto di donne soldato, tutte belle e truccate, armi alla mano, pronte al martirio.

E potremmo continuare con tanti altri esempi. Come già detto, il tono è amaramente sarcastico, ma le vittime di tutto questo, come sempre, sono i popoli. Assieme alla verità.

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Marquez
Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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