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La stanchezza è diventata una tecnologia di potere: logora, isola, convince che non esistano alternative. La politica non reprime, ma sfinisce; la libertà non viene negata, ma resa impraticabile. Il dominio si nasconde nella normalità che ci chiede di rinunciare a tutto.
La stanchezza come dominio
Viviamo in un’epoca in cui il potere non ha più bisogno di minacciare: gli basta stancarci. La sua forza non risiede nell’autorità spettacolare, ma nella gestione sapiente dell’esaurimento collettivo. La governance contemporanea, più che una macchina repressiva, assomiglia a una centrifuga lenta e inesorabile: ci gira dentro tutti, senza far rumore, consumando energie e immaginazione finché non rimane che una docile rassegnazione. È un’opera d’arte dell’erosione, una scultura del logoramento.
Il principio è semplice: se tieni una popolazione costantemente affaticata, non devi convincerla di nulla. Si convincerà da sola che non c’è spazio per alternative. La stanchezza diventa così la vera pedagogia civile del presente. Non un’emergenza da curare, ma una risorsa politica da coltivare con cura.
Il cittadino sfiancato non protesta, non immagina, non rischia; si limita a sopravvivere all’agenda che gli viene servita ogni mattina, con la stessa dedizione con cui si accettano le condizioni d’uso di una piattaforma online, senza leggerle.
Il trucco, poi, è completato dal racconto: quell’intonaco ideologico che fa sembrare un cedimento una scelta razionale. “Il mondo è questo”, ripetono come un rosario secolare. “Bisogna adattarsi.” Un tempo tali parole sarebbero sembrate parte di una distopia impegnata; oggi sono consigli di lifestyle dispensati con sorriso professionale.
Si invita a stringere i denti come se fosse una forma sofisticata di crescita personale, dimenticando che a forza di stringerli rischiamo di consumarli.
È qui che la stanchezza diventa un apparato. Non è più l’effetto collaterale della vita contemporanea, ma la sua infrastruttura intangibile. Un sistema che preferisce individui sfiniti, pronti a scambiare la rinuncia per prudenza e la rassegnazione per buon senso.
L’eroismo richiesto non è trasformare il mondo, ma tollerarlo. Il risultato è una normalità che non si impone con la forza, ma si autoalimenta grazie alla fragilità dei soggetti che la abitano.
La politica dominante svolge un ruolo quasi da curatore museale: allestisce cornici narrative che spiegano perché non convenga cercare soluzioni. Non si parla più di orizzonti, ma di recinzioni.
Le visioni vengono archiviate con la stessa meticolosità con cui si conserva un reperto archeologico: preziose, certo, ma assolutamente inutilizzabili. Ogni difficoltà diventa una fatalità, ogni ingiustizia un dato naturale, ogni taglio un sacrificio necessario “per il bene comune”, che suona ormai come una formula scaduta incollata sopra qualunque stortura.
Il controllo, a questo punto, non ha bisogno di alzare la voce. Gli basta la nostra quieta disperazione. Non distribuisce ordini, distribuisce condizioni. E lo fa così bene che molti finiscono per interpretarle come inevitabili: un capolavoro della manipolazione soft, dove il dominio non si mostra mai in tutto il suo splendore, ma preferisce agire in filigrana. L’obbedienza non viene chiesta: viene assorbita.
La libertà, in questo scenario, non viene negata frontalmente. Sarebbe volgare. Viene resa impraticabile, come un sentiero di montagna sbarrato non da un muro, ma dalla fatica di raggiungerlo. L’individuo esausto rinuncia alla possibilità prima ancora che gli sia sottratta. E il potere, soddisfatto, può dichiarare che nessuno ha vietato nulla: sono stati tutti liberi di rinunciare spontaneamente.
Eppure, proprio la stanchezza potrebbe essere il punto di rottura. È quando un organismo è più provato che talvolta scatta l’istinto di difesa. La questione è capire se, collettivamente, possediamo ancora un residuo di energia sufficiente a sottrarci al grande sfinimento programmato. O se stiamo lentamente imparando ad amare la nostra sottrazione.

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