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Nel PCI emiliano la parola d’ordine era “avanti, ma piano”. Un riformismo prudente, diffidente verso l’azzardo e la velocità. Il “Quale” era una tartaruga saggia, opposta al “tutto e subito” del ’68. Poi arrivò la rottamazione. E il nulla.
Avanti, compagni, avanti. Ma piano. Il PCI e l’arte di non cambiare mai davvero
– Fausto Anderlini*
È esattamente questa l’essenza riformista del fu PCI, specie emiliano-romagnolo. Della quale potrei portare a testimonianza innumerevoli aneddoti. L’“Avanti, compagni” di Aroldo Tolomelli, detto Fangein (“il bambino”), funzionario PCI, ex partigiano nonché Senatore della Repubblica, era pronunciato con grande enfasi e storpiato alla bisogna: Afanti, Afanti.
Una carica di fanteria. L’andare avanti riassumeva una filosofia di vita orientata al progresso e alla modernità, in sé sempre benigne. Era il richiamo a conformarsi ai tempi, seguendo il corso della storia, ma nel contempo anche una predisposizione alla lotta. Un concentrato di ottimismo della volontà, però temperato dalla cautela.
Infatti ogni invito ad andare Afanti era subito doppiato da un ritenitivo ma piano. Un passo alla volta, senza commettere errori… Le stesse “svolte”, i “cambi di linea” erano conformati come lunghe parabole dinamiche. Curve lunghissime. A ben pensarci, quasi dei rettifili. Da percorrere a passo di lumaca. Ogni decisione implicante una novità richiamava a un sovrappiù di attenzione e precauzione: Attenti, compagni, pensiamoci bene. Una scelta diventava legittima solo se prevedeva di poter tornare indietro.
L’istanza della cautela era intrinseca alla lunga durata come visione del sé. Si veniva da lontano e si andava lontano. E solo chi va piano, è noto, va lontano. Il Partito era Il Quale (così si presentò a mio padre il giorno delle nozze con un telegramma di impegnate e compromettenti felicitazioni). L’ente supremo come grande tartaruga. E da questo Quale discendeva una lunga litania di ecco per quindi, che nella parlata operaia della sezione puntualizzava e giustificava le condizioni di necessità poste dalla complessità del reale.
Nulla doveva essere fatto che mettesse a repentaglio il Partito e la sua organizzazione. Il riformismo era innanzitutto il rifiuto dell’avventurismo, della temerarietà improvvida e non ragionata. La velocità era temuta come scarto irriflessivo, mancata ponderazione del pro e del contro. Un intero sapere proverbiale improntato alla condotta cauta e pensosa. Che nei dirigenti, specie di estrazione operaia, era introiettato come un vero e proprio tratto antropologico.
Non per caso lo slogan del radicalismo gauchiste del ’68 era tutto e subito. Contrapposto al minimalismo previdenziale e compromissorio del Quale. Il Partito era tolemaico e anticopernicano, intrinsecamente gradualista e conservatore, alieno alle rotture e alle innovazioni. Il Partito era procedura certificata e garantita, cioè calcolo, sorveglianza, controllo. Solo così, passo dopo passo (anche qualcuno indietro), sarebbe vissuto per sempre.
L’avvento della velocità, del cambiamento per il cambiamento, l’azzardo, è stato il tarlo che ha sancito la fine del Quale operaio. Fino alla rottamazione. Dalla quale, of course, è conseguito il nulla.

* Dalle riflessioni social di Fausto Anderlini
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