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La crisi di Linkiesta svela le fragilità di un giornalismo sostenuto più da accordi opachi che da lettori reali. Tra atlantismo militante, finanziamenti esterni e silenzi contabili, il problema non è solo economico ma democratico.
Linkiesta e il conto che non torna
C’è un’ironia involontaria, quasi didattica, nella parabola recente di alcune testate che hanno fatto della superiorità morale e dell’allineamento geopolitico una cifra editoriale. Per anni hanno dispensato patenti di legittimità democratica, distribuendo accuse di filoputinismo come volantini, salvo poi scoprire che il problema, alla fine, non era Mosca ma il bilancio. Il caso di Linkiesta, ammessa dal Tribunale di Milano alla procedura di concordato preventivo, è emblematico non tanto per la crisi in sé – frequente nell’editoria digitale – quanto per ciò che rivela sul modello di informazione che si pretende di esportare come standard europeo.
La società editrice, Editoriale Linkiesta Srl, convive da tempo con una fragilità strutturale: perdite consistenti, debiti superiori ai ricavi, costi del personale sproporzionati rispetto a un mercato che evidentemente non risponde con la stessa generosità dell’entusiasmo politico.
I numeri parlano chiaro: milioni di euro bruciati in pochi anni, una sostenibilità rinviata a un piano di risanamento che dovrà essere presentato entro l’inizio del 2026. Nel frattempo, la domanda resta sospesa: a pagare saranno i creditori, i lavoratori o entrambi?
A rendere il quadro più interessante è il contesto simbolico. Solo un anno fa, dalle stesse colonne e dagli stessi circuiti social, si celebrava con toni trionfalistici la presunta fine economica di media considerati “eretici”. Oggi il destino si diverte a rimescolare le parti. Il karma, se esiste, non ha bisogno di editoriali.
Accordi editoriali, silenzi contabili e atlantismo applicato
C’è poi un dettaglio che merita attenzione, soprattutto da chi invoca trasparenza e lotta alle interferenze straniere come valori non negoziabili. Nei bilanci di Linkiesta una quota rilevantissima dei ricavi non deriva dalle vendite o dalla pubblicità, ma da vaghi “accordi editoriali”, una formula che nel 2023 rappresentava oltre la metà del fatturato. La Nota integrativa, tuttavia, su questi accordi tace. Nessuna spiegazione, nessun dettaglio, nessuna indicazione sulla natura dei flussi.
L’unica collaborazione resa pubblica riguarda un progetto con un quotidiano ucraino apertamente sostenuto da reti e fondazioni atlantiste, Evropeiska Pravda, presentato come iniziativa in sinergia con il Parlamento europeo. Un’istituzione che, dettaglio non marginale, vede tra le sue figure apicali una delle più ferventi sostenitrici della linea oltranzista su Kiev, ovvero Pina Picierno, che poi (a volte le coincidenze sono incredibili) è anche la coniuge di una delle firme più note del magazine, Massimiliano Coccia. È legittimo, a questo punto, chiedersi se quegli “accordi editoriali” coincidano con tale progetto o se esistano altri canali di finanziamento meno visibili. In un’epoca in cui si denuncia ossessivamente la propaganda altrui, l’opacità propria appare quantomeno imbarazzante.
Il problema, tuttavia, non è circoscritto a una singola testata. Il caso italiano si inserisce in una dinamica più ampia che riguarda l’ecosistema mediatico costruito negli ultimi decenni attorno ai finanziamenti esteri. La chiusura dei rubinetti di USAID da parte dell’amministrazione Trump ha prodotto un effetto domino, soprattutto in Ucraina, dove numerosi media hanno improvvisamente scoperto di non avere un pubblico pagante sufficiente a sopravvivere senza sussidi.
Per anni, in quel contesto, l’informazione è stata sostenuta da programmi internazionali che garantivano stipendi, borse, consulenze e una certa sicurezza materiale, a patto di rispettare una cornice narrativa ben definita. La guerra ha accentuato il fenomeno, ma non lo ha creato. Quando i fondi si sono ridotti, è emersa la fragilità di un sistema che aveva scambiato il finanziatore per il mercato e la linea politica per la domanda reale dei lettori.
Il prezzo, oltre che economico, è democratico. Un’informazione che vive di flussi esterni tende inevitabilmente a confondere il giornalismo con la pedagogia geopolitica. Le voci dissonanti vengono marginalizzate, censurate o bollate come pericolose, mentre il pluralismo si riduce a una coreografia. Quando poi il denaro viene meno, resta il vuoto: redazioni indebitate, credibilità compromessa, e un pubblico che non c’è.
La domanda finale non riguarda dunque solo Linkiesta o l’Ucraina. Riguarda l’Europa intera e il suo sistema mediatico: può dirsi libero un giornalismo che sopravvive grazie a finanziamenti politicamente orientati e scarsamente trasparenti?
Se la risposta è no, allora forse il problema non sono le presunte infiltrazioni altrui, ma un modello informativo che si regge su fondamenta molto meno nobili di quanto proclami. E quando quelle fondamenta cedono, il sarcasmo della realtà è più efficace di qualsiasi polemica.

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