Il delitto di Lecce: quando la felicità è insopportabile

Il delitto di Lecce ha ancora molti lati oscuri, la confessione di Antonio De Marco non basta. E nemmeno gli elementi raccolti finora, compresi quelli già solidi. C’è tutto: i fotogrammi che lo ritraggono nel percorso, la perizia grafologica sui bigliettini insanguinati trovati a terra, la certezza che fosse stato l’ultimo coinquilino della casa, le descrizioni concordanti dei testimoni. Manca il movente.

Il delitto di Lecce: punire la felicità o la propria infelicità?

Antonio De Marco, lo studente di Scienze infermieristiche di Casarano, finito in carcere per il duplice omicidio di Daniele De Santis, 33enne di Lecce, e della fidanzata Eleonora Manta, 30enne di Seclì, ha pianificato tutto, lucidamente, e agito con una brutalità raccapricciante, oltre settanta coltellate.

Ma perché abbia agito, ancora non si sa con certezza. E apre interrogativi profondi per chi ama esplorare i meccanismi umani che ci muovono. Il cuore di tenebra che alberga negli uomini. Perché l’azione malata di un solo uomo non è paradigmatica ma è sintomo di un male che ci sta attraversando, l’indizio di qualcosa da approfondire.

Proprio in queste settimane, abbiamo guardato sotto la lente d’ingrandimento qualsiasi cosa rimandasse al delitto di Colleferro (i palestrati, la vita nei piccoli centri urbani, le palestre popolari, le arti marziali, i tronisti di periferia), e allora un atto così cruento come il duplice omicidio di Lecce, con le indagini ancora in corso, ci lascia  infinite possibilità interpretative.

Come sempre, derubricare il tutto alla consolatoria identificazione del problema con la pazzia, non porterebbe ad alcun che. Perché Antonio De Marco, il reo confesso, ha lanciato un macigno verso di noi:

Li ho uccisi perché erano troppo felici.

Il delitto di Lecce: quando la felicità è insopportabile

 

La voragine della felicità

Uccidere perché la felicità altrui risulta insopportabile apre una voragine davanti a noi. Una parola, felicità, che spaventa se scandagliata e proprio per questo viene continuamente banalizzata, lanciata in pasto al mondo come un bene di consumo. Per la nostra società la felicità è la norma che regola il quotidiano, la narrazione abituale delle nostre vite.

Sono felici tutti nell’iconografia del mondo che vediamo, anche nelle tragedie. Lo abbiamo visto durante la pandemia e il lockdown: cartelli colorati fuori le finestre, andrà tutto bene, ne usciremo migliori, cantiamo tutti insieme dai balconi. E le tv rimandavano continuamente quel messaggio di parvenza di felicità anche nella privazione.

Che poi col tempo sia venuto fuori quanto le persone con debolezze psicologiche ne siano uscite devastate dall’esperienza, con l’aumento dei suicidi, così come le violenze domestiche, non ha ricevuto la stessa attenzione. Raccontare il buio non ha i cantori necessari.

Ma l’iconografia della felicità è un rullo compressore: le famiglie del mulino bianco, quelle della Disney, i single che si scambiano prodotti per pulire le cucine coi vicini di casa, i supermercati che ti accolgono di notte sorridenti. E poi i manuali sulla felicità possibile in 7 mosse, che impazzano in ogni libreria.

Non è importante che questa felicità ci sia o non ci sia, l’importante è isolare chi non è conforme a questa narrazione.

Le famiglie felici si assomigliano tutte. (Tolstoij)

Il delitto di Lecce quando la felicità è insopportabile

Che cos’è la felicità?

Un qualsiasi manuale di psicologia ci da delle indicazioni generiche al riguardo. La felicità è ciò che riduce al minimo il dolore e massimizza il piacere. Quando le persone hanno successo, o sono sicure o fortunate, si sentono felici. Se il totale dei piaceri superasse quello dei dolori già capiresti quanto sei stato felice durante la tua vita.

La felicità è la soddisfazione che ti ha dato la vita nel suo complesso, l’idea del dare un senso alle cose che si fanno.

È qualcosa di incredibilmente complicato definire la felicità. La psicologia moderna la descrive come benessere soggettivo, o:

valutazioni delle persone della loro vita e comprende sia i giudizi cognitivi di soddisfazione che le valutazioni affettive di stati d’animo ed emozioni  (Kesebir & Diener, 2008, p. 118).

Le componenti chiave del benessere soggettivo sono:

  • Soddisfazione della vita
  • Soddisfazione per aspetti importanti della propria vita (ad esempio lavoro, relazioni interpersonali, salute)
  • La presenza di affetti positivi
  • Bassi livelli di affetti negativi

Queste quattro componenti sono presenti in tutto il materiale filosofico sulla felicità sin dai tempi antichi.

La soddisfazione soggettiva della vita è un aspetto cruciale della felicità, che è coerente con il lavoro del filosofo contemporaneo Wayne Sumner, che ha descritto la felicità come:

Una risposta di un soggetto alle sue condizioni di vita così come le vede.

Il delitto di Lecce quando la felicità è insopportabile

L’omicidio di Lecce: felicità da punire

La condizione di colpa presunta delle due vittime, di Daniele ed Eleonora, è data dall’avere un amore realizzato? Nella prima ricostruzione, messa così, la cosa non avrebbe alcun senso: oltre il motivo futile, mancherebbe il nesso di causalità. E poi, perché proprio loro? Quante persone apparentemente felici si possono incontrare?

Non c’è nemmeno il movente passionale: l’esistenza della coppia è irrilevante per Antonio De Marco. Nella sua confessione è la loro felicità l’oggetto contundente dal quale difendersi.

Resta per il momento la condizione di felicità come movente e di infelicità scatenante come colpa.

Una colpa così grande da rendere possibile un massacro, cioè la colpa di non essere felici.

Questo che stiamo raccontando, sia chiaro, non è un profilo criminale. Per quello guardate la tv, ci pensano i criminologi, manuali alla mano: un Meluzzi, la Bruzzone o Francesco Bruno. Il nostro è un profilo letterario. Come se stessimo leggendo le pagine del Signor Friedmann, di Thomas Mann.

Dunque, De Marco non sopporta la felicità altrui, è infelice; probabilmente come tutti sarà cresciuto pensando che il diritto alla felicità gli apparteneva e doveva esercitarlo, per non lasciare che la sua vita rimanesse irrisolta.

Ma cosa si fa quando non si trova la chiave interpretativa della felicità? Se quella che vediamo, venduta al kg, una volta provata non da alcun sapore? Perché come prodotto la felicità ha straordinari venditori. Ha sempre parole nuove per essere decantata. Di infelicità invece non si parla mai, è una condizione senza spiegazioni.

Non c’è alcun risarcimento per l’infelicità. Non è vista come un ingiustizia da sedare, come il tormento dei grandi artisti, come il sacrificio di chi cerca qualcosa di più grande. No, è solo un fastidio. Non sai cosa ti stai perdendo  ( verrebbe da chiedersi, cosa?) L’infelice non può nemmeno dichiararsi tale perché provoca il disagio di chi l’ascolta.

Resta solo l’infelicità come colpa. Se si finisce da un medico e la si inquadra nella depressione, si passa direttamente ai farmaci e resta un affare dell’infelice, tra il rancore e il senso di colpa,

De Marco è l’infelice assoluto che si vendica. Di cosa? Di se stesso. E cos’ha ottenuto? L’orrore pubblico, la condanna assoluta, il carcere per tempo indefinito.

E così questa storia, per ora, resta un delitto atroce senza movente.

 

 

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About Alexandro Sabetti

Scrittore e autore radio e tv. Ha scritto testi teatrali e collaborato con la RAI e diverse testate giornalistiche tra le quali Limes. Ha pubblicato "Il Soffione Boracifero" (2010), "Sofisticate Banalità" (Tempesta Editore, 2012), "Le Malebolge" (Tempesta Editore, 2014). ->
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