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venerdì 20 Maggio 2022
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Il caso di Carlo Acutis, beatificato a 15 anni. Ma l’uomo moderno crede in qualcosa?

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Il caso di Carlo Acutis, beatificato a 15 anni, fa da contraltare alla crisi delle vocazioni, conseguenza diretta della crisi della fede. L’uomo moderno crede in qualcosa?

Qui il punto di vista da chi ancora attribuisce un valore alla parola fede.

Carlo Acutis, beatificato a 15 anni

Il 10 ottobre, nella basilica di San Francesco ad Assisi, è stato beatificato Carlo Acutis, un ragazzo di 15 anni, deceduto nel 2006 per una leucemia fulminante. Le sue spoglie si trovano al Santuario della Spogliazione, dove San Francesco, otto secoli prima, si era spogliato di tutto per amor di povertà.

Fu Papa Francesco, nella sua lettera Christus vivit, 25 marzo 2018, a designare Carlo come modello di santità giovanile nell’era digitale. Era un genio dell’informatica e un adolescente di una generosità fuori dal comune: trascorreva i pomeriggi insieme ai clochard ed era così devoto da essere ammesso alla Comunione a soli 7 anni.

Una notizia capace di toccare anche i più scettici: la compassione è la virtù del cuore.

L’influencer di Dio

Carlo Acutis era l’influencer di Dio, come lo hanno definito alcuni, e ha lasciato tracce di sé e del suo Credo in giro per la rete, mezzo da lui scelto per la diffusione della fede e dell’amore. Ed è proprio la sua profonda fede a meravigliarci.

Specialmente perché Carlo in realtà proviene da una famiglia quasi laica. La madre racconta di essere andata in chiesa tre volte in tutta la sua vita, mentre il padre aveva una fede tiepida. Eppure, Carlo, a soli 4 anni, già raccoglieva i fiori per la Madonna. È proprio lui, col suo carisma, a trascinare la gente, al punto da spingere la madre a studiare teologia per rispondere alle sue sempre più insistenti domande, e aiutando persino il suo domestico ateo a ritrovare la fede. Un bambino che andava in chiesa ogni giorno, che chiedeva di andare in vacanza in visita ai santuari più famosi. Sosteneva di voleva imparare da Dio come stare insieme agli altri.

Un bambino particolare, affascinato a tal punto dai miracoli eucaristici da raccogliere personalmente del materiale per una mostra, che viene poi ospitata nei santuari di tutto il mondo.

Un ragazzo speciale, tanto che quando al suo parroco viene detto che è improvvisamente mancato egli si sente toccato. Non è stato facile, una dura prova, non capivo, dice commosso nel documentario su Carlo.

Un giovane che emerge con forza dalle fatiscenti cattedrali del cattolicesimo. La Chiesa, infatti, già da qualche anno si trova a fronteggiare una crisi di vocazioni. In parole povere: nessuno vuole più farsi prete.

Il caso di Carlo Acutis, beatificato a 15 anni. Ma l'uomo moderno crede in qualcosa

Le radici recise

Nella generazione italiana del secondo dopoguerra la religione era considerata un valore assoluto ed era anche materia di studio. I nostri nonni andavano in chiesa ogni domenica, i sacramenti erano onorati: il matrimonio era un vincolo sacro e il battesimo un diritto inalienabile di ogni neonato. La generazione successiva, si definisce talvolta credente, e tra i credenti stessi non tutti sono praticanti.

La crisi delle vocazioni appare dunque una crisi di fede, e in molti se lo domandano anche tra le file ecclesiastiche. Ma quanto questa crisi disconosce i dogmi della Chiesa e quanto la Chiesa stessa? Questo scollamento dei giovani dalle dottrine cattoliche c’entra forse con gli scandali, di cui si sono macchiati gli abiti talari? Pedofilia. O con lo stile di vita dei suoi rappresentanti, nettamente in antitesi alla regola di San Francesco? Opulenza. O anche con la posizione della chiesa contro l’aborto e i matrimoni gay?

Tuttavia, se separiamo la fede dalla religione la prima può sopravvivere, ma la seconda senza i fedeli perde forma. La fede è la fiducia in qualcosa di superiore, di intangibile, che può trovarsi anche in entità senza nomi, a cui rivolgere preghiere inventate, e talvolta non necessita tanto di una guida quanto di una profonda interiorità.

Nelle generazioni che andavano in chiesa tutte le domeniche forse non tutti erano realmente devoti, ma socialmente era quasi inaccettabile che un bambino non fosse battezzato o che una famiglia non si facesse mai vedere in chiesa. La funzione domenicale era parte fondamentale della socialità.

Oggi va in chiesa solo chi è davvero credente, e i credenti sono sempre meno.

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La secolarizzazione dei costumi

Il progresso scientifico e la tecnologia, unita all’idea mercantile della vita, ha banalizzato l’idea stessa di fede. Persino la nascita di Gesù Bambino è meno affascinante della slitta volante di Babbo Natale, il Big Bang fa apparire La Creazione una favoletta.

Già a cavallo tra l’ottocento e il novecento i filosofi e i sociologi prospettavano un declino per la religione tradizionale, inevitabile a causa del progresso scientifico. La scienza empirica crede solo a ciò che può provare e fornisce molte risposte sull’esistenza, così il razionalismo che ne deriva declassa il culto religioso ad una credenza mistica irrazionale. Dio è morto, ce lo disse Nietzsche.

L’uomo moderno ha dunque perso il significato di umiltà, di quel sentirsi piccolo e insignificante. Abbiamo sete di realizzazione personale, di emancipazione, di fama.

Homo Faber

La fede in Dio talvolta è sciorinata nella bestemmia degli eccessi, o nella disperazione e nel dolore., Magari ci ritroviamo d’improvviso a pregare a vent’anni, un Dio qualunque, per salvare qualcuno a cui teniamo. Chiniamo la testa, offriamo la nuca al cielo, uniamo le mani come ci hanno insegnato da bambini, intrecciamo le dita stringendo così forte da far sbiancare le nocche e sgraniamo una serie di richieste che speriamo qualcuno, o qualcosa, accolga. Ma a parte questi momenti siamo uomini che si fanno da soli, homo faber, diceva Blumenberg, l’uomo come padrone del mondo, al centro di tutto il processo conoscitivo, animale superiore per grazia del suo proprio intelletto, privo di qualsivoglia principio spirituale – le religioni agli occhi dell’uomo moderno divengono rituali bigotti.

Le nostre vite frenetiche ci lasciano poco tempo per guardarci dentro e quel raccoglimento che chiede la fede difficilmente trova posto nelle nostre giornate.

Eppure, nonostante ciò, più che crisi della fede, parlerei di una crisi della Chiesa. Perché la fede è insita nell’uomo, mentre la Chiesa è un’istituzione, una costruzione umana, come i templi, le piramidi.

La fede del mondo futuro

Quando Nietzsche afferma che noi abbiamo ucciso Dio, alla fine si domanda: non dovremmo forse diventare divinità semplicemente per esserne degni? In altre parole è come se la componente divina potesse solo subire una metamorfosi, ma non svanire. Ci stiamo muovendo, come prospettavano più di un secolo fa, verso la sacralizzazione della persona, verso il culto dell’individuo. Perché l’uomo, faber o meno, progredito o no, razionale o altro, ha bisogno di qualcosa in cui credere.

L’uomo vuole andare nello spazio, ma è piccolo anche quando si sente grande, forse è vero che questa è l’epoca dell’uomo che basta a se stesso, ma non è questa stessa una forma di fede?

L’uomo può trovare redenzione anche senza Chiesa, nonché assurgersi a divinità personale, ma non può trovare risposta ai suoi più profondi quesiti, ai misteri della vita, se non attraverso la ricerca interiore e l’accettazione dei propri limiti.

La crisi è sempre un momento di svolta, quello che oggi ci appare come uno sconvolgimento della fede tradizionale altro non è che un momento di transizione, attraverso cui si plasmerà la fede nuova del mondo futuro.

 

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Carlo Acutis beatificato a 15 anni.


Alessandra Spallarossa
Alessandra Spallarossa
Laureata in Mediazione Linguistica alla Sapienza, per vivere lavora come consulente di comunicazione a Roma, per passione scrive, legge e insegna yoga. Ha pubblicato il romanzo "La luna crescente" (Emersioni, 2020)

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