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Il neoliberismo trasforma anche la casa in una struttura provvisoria, impersonale e priva di legami: piccoli spazi standardizzati, senza memoria né convivialità, modellati sulle esigenze del consumo e della flessibilità. L’abitare diventa un’altra forma di precarietà.
I piccoli sepolcri. Il neoliberismo e l’abitare.
Cercando casa mi sono imbattuto in queste nuove costruzioni che internazionalizzano l’idea americana di residence, di motel sufficientemente respirabile. Sono abitazioni con spazi angusti seppur misurati con metrature apparentemente accettabili. Si ha da subito la sensazione della precarietà, della provvisorietà come se la vita quotidiana fosse stata anch’essa definitivamente turisticizzata.
Quando si entra non si vedono muri, solo appoggi che non concepiscono quadri o librerie. Tutto appare smontabile, trasportabile sopra un caravan perché l’appartamento possa adattarsi, esattamente com’è, a qualsiasi altro luogo. Le finestre dalle vetrate opache potranno guardare indifferentemente la costa adriatica o un quartiere che gira intorno a un grande centro commerciale. Ma mai a una chiesa o a un campanile. Alla comunità abbiamo sostituito la community.
Non c’è da raccontare alcuna storia. Sono appartamenti che non vogliono alcuna durata. Scompaiono le sale da pranzo perché non è prevista alcuna convivialità, nessuna famiglia. L’imperativo di comando è quello di introiettare la figura dell’avventore. In questo modo la flessibilità esistenziale, l’incertezza data dalla speculazione finanziaria, diventano arredamenti d’interni.
Un esile open space, un angolo cottura con piastre elettriche, due camere, una da letto, l’altra da letto a castello. Poi un affaccio che sporge sull’accesso interno nel quale si potrà parcheggiare comodamente nei box sistemati a schiera. Anche la casa diventa un non-luogo.
Impersonifica l’alveare individualista della città-mondo all’interno della quale convivono, senza mai comunicare, i ghetti dove il sottosuolo si fa impresa criminale e la frenesia accattivante dell’affarismo cosmopolita. Nel piccolo salottino delimitato dall’isola da cucina si concentrerà il consumo da riposo che dovrà allenare la prossima performance, come se fossimo diventati aggeggi digitali che la notte vuole sotto ricarica.
In quei piccoli spazi, nel silenzio assordante della solitudine, si concepisce un essere umano perennemente illuminato dai riflessi elettronici dell’iper-connessione, spinto a nutrirsi famelicamente di avvenimenti sempre nuovi e ad accettare passivamente un continuo stato di emergenza. Quello che ormai contempla anche l’opzione guerra.

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