www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.
Abbiamo smesso di capire la storia: oggi tutto si riduce a buoni e cattivi. Il moralismo sostituisce l’analisi, cancella le cause e alimenta i conflitti. Una regressione culturale che rende impossibile la pace in un mondo sempre più complesso.
Guerra e infantilismo politico
Tra Kiev, Iran e il Nord del Mali si sta consolidando un tratto comune che raramente viene messo a fuoco: non tanto la natura dei conflitti, quanto il modo in cui li raccontiamo. Dossier energetici, rotte militari, interessi strategici, equilibrio tra potenze — tutto viene rapidamente espunto dal discorso pubblico, sostituito da una narrazione immediata, emotiva, spesso binaria. In Ucraina si oscura il nodo della sicurezza europea e dell’espansione NATO; in Medio Oriente si rimuovono decenni di assetti regionali e rapporti di forza; nel Sahel si ignorano le reti di influenza esterne e la competizione per risorse e controllo territoriale. Non è solo semplificazione: è una vera e propria perdita di strumenti interpretativi. Ed è da qui che bisogna partire.
Chiunque abbia una minima familiarità con la storia europea sa che la Guerra franco-prussiana non scoppiò per un riflesso emotivo o per una distinzione elementare tra “buoni” e “cattivi”. Fu il prodotto di un intreccio di fattori: il processo di unificazione tedesca, la paura francese dell’accerchiamento dinastico degli Hohenzollern, le ambizioni strategiche di Parigi, la diffidenza britannica, le mire russe sullo scacchiere orientale.
La candidatura di Leopoldo al trono di Spagna rappresentava per la Francia una minaccia esistenziale: la prospettiva di un accerchiamento politico e militare. Dall’altra parte, Otto von Bismarck perseguiva un obiettivo preciso: provocare un conflitto utile alla costruzione del Reich. Il re Guglielmo I manteneva un atteggiamento più prudente, offrendo rassicurazioni informali, mai definitive.
La svolta fu il celebre telegramma di Ems, manipolato da Bismarck per umiliare la Francia e costringerla alla reazione. Non un gesto impulsivo, ma una manovra calcolata: esercito pronto, neutralità internazionale assicurata, trappola predisposta. Parigi fece il resto.
Eppure, già allora si delineavano due approcci. Da un lato, chi analizzava le cause profonde del conflitto, gli interessi in gioco, la struttura delle decisioni. Dall’altro, chi riduceva tutto a una domanda elementare: chi è l’aggressore? chi l’aggredito?
Il ritorno dell’infanzia politica
È qui che si misura la regressione contemporanea. La cultura politica europea, almeno fino a pochi decenni fa, si fondava su un principio: comprendere le cause per rimuoverle. La pace non era un atto morale, ma un risultato razionale.
Oggi, quel paradigma è stato sostituito da una grammatica elementare, quasi catechistica. Negli ultimi trent’anni si è affermata una cultura che non analizza, ma giudica. Non interpreta, ma assegna ruoli.
Gli intellettuali di area progressista — un tempo impegnati a decifrare le dinamiche del potere — assumono sempre più il ruolo di pedagoghi morali. Una sorta di scolari diligenti che, alla lavagna, dividono il mondo tra giusti e colpevoli. Accanto a loro, una curiosa convergenza: moralisti, specialisti dell’inconscio investiti di una funzione quasi sacerdotale, e nuovi ortodossi pronti a individuare l’eresia di turno.
Il risultato è un discorso pubblico che ha abbandonato la complessità storica per adottare una logica binaria. Un moralismo che si presenta come etico, ma che in realtà rinuncia alla comprensione. E dunque alla possibilità di intervenire sulle cause.
Moralismo e conflitto permanente
Il paradosso è evidente. La morale autentica implica uno sforzo di razionalità: portare alla luce i meccanismi che generano il conflitto, per disinnescarli. Il moralismo, al contrario, si limita a identificare un colpevole. E una volta individuato, la soluzione diventa automatica: condanna, isolamento, eliminazione simbolica o reale.
Non c’è spazio per la domanda decisiva: come si è arrivati fin qui? Quali condizioni storiche hanno prodotto questo esito? Quali fattori andrebbero rimossi per costruire una pace duratura? In assenza di queste domande, il conflitto non si risolve. Si intensifica.
Questa cultura — incapace di assumere il punto di vista dell’altro, refrattaria alla complessità, priva di profondità storica — produce un effetto preciso: rende impossibile il dialogo. E senza dialogo, ogni sistema internazionale tende alla polarizzazione.
Entriamo in una fase multipolare, in cui attori diversi, portatori di logiche e tradizioni differenti, interagiscono in modo sempre più diretto. Affrontare questa realtà con strumenti infantili — categorie morali, semplificazioni ideologiche, narrazioni consolatorie — significa prepararsi all’errore. E, con ogni probabilità, alla crisi.

Sostieni Kulturjam
Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.
I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.
Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.
Leggi anche
- Il grande inganno: il neoliberismo non nasce negli anni ’80, trionfa nei ’90
- Le bombe senza colpevoli: il silenzio selettivo del Quirinale su Israele
- Dopo i raid, il Golfo fa i conti: le basi USA non sono più intoccabili
- Silvia Salis, la leader senza passato: il casting del centrosinistra
E ti consigliamo
- Malagrazia, viaggio tra streghe e inquisizione
- Un’abitudine inesauribile, scrivere di cinema
- Oltre il confine. Riflessioni dal crepuscolo dell’Occidente
- Pancia di balena
- Shidda
- Noisetuners
- Novecento e oggi
- A sud dell’impero. Breve storia della relazione sino-vietnamita
- Sintropie. Mondo e Nuovo Mondo
- La terra di Itzamnà: alla scoperta del Guatemala
- Dittature. Tutto quanto fa spettacolo: si può essere ironici su temi serissimi e al contempo fare opera di informazione e presidio della memoria?
- Il soffione boracifero: ritorna dopo 10 anni il romanzo cult













