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lunedì 10 Maggio 2021
AgoràI giorni senza notte della pandemia: cosa stiamo perdendo?

I giorni senza notte della pandemia: cosa stiamo perdendo?

La pandemia ci ha privato, da un anno e mezzo, di una parte essenziale delle nostre giornate: viviamo giorni senza notte. Cosa stiamo perdendo?

I giorni senza notte

C’è una questione politica e una più prettamente legata alla sfera umana. Quella politica verte nella disputa interna al governo – e non solo- tra fazioni che un po’ ridicolmente chiamiamo aperturiste o chiusuriste, come se ci trovassimo davanti a un dilemma ideologico e non a una conseguenza di situazioni che dovrebbero essere regolate da osservazione, dati, statistiche.

La politica si divide sulla possibilità di togliere il coprifuoco, dalle 22 alle 5.  L’ultimo a parlare è stato Molteni il sottosegretario all’Interno ed esponente della Lega: “Bisogna spostarlo alle 23. Credo che il Paese abbia bisogno di riprendersi le sue libertà”.

Il Ministro Speranza poco prima aveva ribadito: “Il coprifuoco per ora resta, poi vedremo.”

Mentre invece la Gelmini, abituata all’interpretazione delle normative come da scuola forzitaliota, autonomamente aveva dichiarato: “Niente multa andando via dai ristoranti alle 22“. Ma Sibilia dal Viminale l’aveva stoppata immediatamente: “Legge è chiara, l’orario resta alle 22″. 

Dunque siamo al livello delle scaramucce per intestarsi qualche risultato in termini elettorali.

Ma c’è un altro piano che scorre sotterraneo in questa discussione; un tema che come un fiume carsico sparisce e riappare emotivamente nel dibattito: l’impatto emotivo della sottrazione della notte.

I giorni senza notte della pandemia: cosa stiamo perdendo?

La notte sottratta

La notte con tutto quel che comporta, non solo intesa come “vita notturna” legata al  divertimento, è scomparsa dall’orizzonte delle attese, delle idee, della pratica.

Basta fare un giro a ridosso del coprifuoco, o per chi ha cani da portare a spasso, anche dopo, per rendersene conto.

Si, ci sono gruppi sparuti di adolescenti che magari stazionano in qualche area meno battuta dei parchi pubblici sorseggiando birre e rollando canne; ci sono aree più periferiche e marginali in cui le fasce più escluse, molti stranieri, ugualmente si ritrovano a bivaccare cercando la lontananza da occhi indiscreti.

Certo, ci sono le cene riservate, gli appuntamenti nascosti, qualche festino clandestino se non si abita vicino ad Alessandro Gassmann.

Ma la notte come momento di vita, possibilità di esistenza, e non solo come fase della giornata, è stata radicalmente strappata dalla costruzione delle nostre possibilità. Una lacerazione tale che sembra impensabile tornare ad immaginarla com’era.

La notte come luogo dell’incontro casuale, di distacco dalla propria identità quotidiana, di rivolta dal se e via di fuga, è scomparsa, con danni inimmaginabili in quelle esistenze quotidiane rimaste intrappolate in un loop continuo di casa-lavoro-computer-dadsmartworking.

Un loop che a seconda di come viene gestito può rendere la vita delle persone una sit-com da Netflix o una piccola tragedia quotidiana.

Le città sono divenute album di finestre e lumi accesi, quasi come si trattasse del rovesciamento prospettico dei “Nottambuli” di Edward Hopper, il suo quadro più celebre.

I giorni senza notte della pandemia: cosa stiamo perdendo?

La scomparsa della notte è una soppressione che arriva ai sensi stessi. Il più penalizzato è l’udito: è scomparsa la musica. Non è la stessa cosa quella che puoi ascoltare persa nelle frequenze del giorno, per non parlare della musica dal vivo. Manca la colonna sonora notturna proveniente dai locali, dalle radio dei taxi, dai cellulari dei ragazzi sulle panchine.

Il tappeto sonoro della notte è ormai fatto di sirene della polizia, ambulanze, biciclette dei rider. Il silenzio, il brusio delle tv in lontananza è la nuova normalità.

Mancano gli odori. La città di notte è da sempre un concentrato olfattivo diverso dai sudori delle metropolitane di giorno o dagli scarichi delle auto nel traffico.  È l’odore del cibo per strada, delle fritture, ma anche del piscio e del fumo di certi vicoli.

E poi manca il tatto. L’incontro con gli amici fuori a un ristorante, dentro un locale, fatto di abbracci e qualche schiocco di labbra, una vigorosa pacca sulla spalla. Una dimensione perduta tra obblighi e timori, in cui è sempre più difficile comprendere dove finisce uno  e dove inizia l’altro.

I giorni senza notte della pandemia: cosa stiamo perdendo?

La libertà della notte

Manca la libertà della notte, la fuga da se stessi. Quell’educazione a vivere oltre quel che si fa, per quel che si è; una condizione che per tantissime persone si è introiettata nel vivere disordinatamente le notti, acquisendo l’idea di libertà soprattutto attraverso la libertà di errare, quel portentoso vocabolo latino capace di indicare contemporaneamente lo sbaglio, l’errore compiuto, ma anche il muoversi, il vagare.

La notte è fatta per errare: andare e sbagliare. Per poi essere riaccolti dal giorno. Andare, camminare, lavorare cantava Piero Ciampi, provocatoriamente. Uno che di notti se ne intendeva. E diventato un loop che il cantautore livornese avrebbe affogato probabilmente nel suo amato vino. E noi? Cosa ricorderemo noi di questi giorni senza notte?

 

Piero Ciampi- Il vino

 

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Alexandro Sabetti
Vice direttore di Kulturjam.it -> Ha scritto testi teatrali e collaborato con la RAI e diverse testate giornalistiche tra le quali Limes. Ha pubblicato "Il Soffione Boracifero" (2010), "Sofisticate Banalità" (Tempesta Editore, 2012), "Le Malebolge" (Tempesta Editore, 2014).

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