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È bello dire che il linguaggio serve a comunicare, a scambiarsi idee, a mettere a confronto culture. Ma il linguaggio è anche strumento di azioni assai meno commendevoli. Oggi l’insulto, anche a livello istituzionale, è talmente diffuso da essere depotenziato, un po’ come le minacce che i wrestler si scambiano prima dell’incontro gonfiando i pettorali.
Parallelamente gli speciosissimi argomenti del politically correct e della cancel culture intossicano qualsiasi dibattito con la finalità di demonizzare l’interlocutore prima ancora di sentire che cosa ha da dire (e se ce l’ha).
Senza la pretesa di fornire verità assolute, proviamo a ragionare su alcuni casi in termini esclusivamente linguistici ed evitando belluine contrapposizioni da derby calcistico.
Politically correct: signorine e dottoresse
Nei giorni scorsi è stata diffusa la notizia di un cartello affisso nell’ospedale di Frattamaggiore (NA) che riportava la scritta: In questi ambulatori non esistono “signorine”.

La signorina, che ha studiato almeno sei anni per diventare dottoressa, ha tutto il diritto di essere chiamata dottoressa, soprattutto perché i suoi colleghi uomini vengono sempre chiamati dottori (anzi, tale appellativo viene deferentemente rivolto a chiunque indossi un camice bianco ed è di sesso maschile).
E però: proprio perché la dottoressa è intelligente, ha studiato e ha avuto la fortuna di crescere in un ambiente familiare e sociale che le ha consentito di coltivare le sue aspirazioni, dovrebbe essere in grado di capire che nei ceti popolari partenopei un uomo, soprattutto se anziano, rivolgendosi a una giovane donna utilizzerà il termine signorina (e con ogni probabilità le darà del voi) con le migliori intenzioni: di rispetto, di gentilezza e nel contempo di rassicurazione circa l’assenza di approcci seduttivi da rattuso.
Quindi: signorine-dottoresse 1-0 (solo a Napoli, mentre a Roma e a Milano l’utilizzo del primo vocabolo comporta lo 0-2 a tavolino e la squalifica del campo per quattro giornate).
Le parole sono importanti (ma non esageriamo): il gorilla Koko e Luis Suàrez
Il linguaggio, con la correlata capacità di astrazione, è ciò che distingue l’essere umano dal resto del creato (o dagli altri frutti dell’evoluzione della specie, non vorrei offendere i darwinisti). Ma i confini non sono così netti.
La gorilla Koko (1971-2018) fu oggetto -o forse si dovrebbe dire protagonista- di un interessante esperimento: la psicologa Francine Patterson riuscì ad insegnarle l’utilizzo di 1.000 segni del linguaggio dei sordomuti (senza però che la scimmia riuscisse ad elaborare concetti complessi) e, parlandole in inglese fin dalla più tenera età, la comprensione del significato di circa 2.000 parole.

Ora, riflettete su quanti nostri connazionali adulti non arrivano nemmeno allo stesso livello di Koko e dinanzi a una apposita commissione farebbero una figura peggiore di quella di Luis Suàrez al famigerato esame di lingua italiana, oggetto della famigerata inchiesta di qualche anno fa e converrete sul fatto che l’esame di italiano dovrebbe essere reso obbligatorio per il mantenimento della cittadinanza.
Quindi: Koko-Suàrez 3-0.
Politically correct: negro e nero
Qualche tempo addietro, dovendo recarmi fuori città, per una distrazione ho saltato l’imbocco dell’autostrada; a quel punto ho deciso di proseguire sulla provinciale, attraversando così una landa mai visitata prima e caratterizzata non solo dalla totale assenza dell’uomo bianco, ma anche da una popolazione quasi interamente africana, con le donne che andavano in giro indossando le tipiche coloratissime vesti e turbanti della stessa stoffa: mancavano solo capre e galline per strada e sarebbe stata un’immagine della periferia di Lagos.
Tornato nel mio quartiere ho raccontato il pittoresco episodio in piazza, ottenendo -fra le altre- questa considerazione: “Eh, lì è terribile, è pieno di neri”, con l’ultima parola accompagnata da una lieve smorfia di disgusto.
Che il senso dispregiativo della parola negro sia recentissimo e che sia importato dagli USA dove da sempre, per motivi storici, c’è il dualismo black-nigger, è cosa ormai nota. La lingua si modifica con l’uso, possiamo discutere sul fatto che nel secolo scorso l’uso era quello dei grandi scrittori e di giornalisti di rango, e adesso invece le parole cambiano sulla spinta di social e influencer e di chiunque faccia circolare pseudo-opinioni in rete, ma tant’è.
Il punto è che abbiamo abbandonato la parola negro, utilizzabile sia in maniera neutra sia con significato dispregiativo, in favore di nero che è stato utilizzato per un po’ in maniera neutra ma ora siamo tornati rapidamente al punto di prima. Anzi, siamo messi peggio, come dimostra la paradossale vicenda della concessionaria di automobili trevigiana Negro (così si chiama il titolare, è un cognome molto diffuso in Veneto e in Piemonte) che si è vista censurare le inserzioni pubblicitarie da Facebook proprio per la presenza della parola Negro.
Quindi: negro-nero 1-1.

Politically correct: gay o…
… omosessuale, invertito, checca, diverso, finocchio, pederasta, sodomita, uranista, bardassa (vi risparmio le varianti vernacolari). C’è chi sostiene che il termine gay sia l’unico ammissibile perché non connotato negativamente, e chi rivendica il diritto di dire pane al pane e vino al vino, e di mantenere in vita vocaboli “della tradizione italiana”.
Questa dicotomia linguistica, lungi dall’essere la cartina di tornasole per presunte distinzioni politiche e sociali (se dici frocio saresti fascio-sovranista o ben che vada un rozzo ignorante, se dici gay ti accrediti come illuminato liberal o comunque come persona rispettosa degli altri), in realtà segna soprattutto un confine fra generazioni: mia figlia non solo non utilizza i vocaboli dispregiativi sopra citati, ma proprio non concepisce l’idea di giudicare l’orientamento sessuale di un essere umano.
Anche noi vecchi rottami del ‘900 possiamo fare un piccolo sforzo in questa direzione: in fondo se abbiamo un conoscente motuleso non lo chiamiamo “lo zoppo” (o almeno non in sua presenza).
Di converso, sarebbe auspicabile evitare gli eccessi di permalosità come quello riportato dal Daily Mail Online il 13 maggio scorso, con una non binary person che si è sentita offesa/esclusa dal tradizionale saluto diffuso a bordo del treno “good afternoon ladies and gentlemen, boys and girls” e con la LNER (London North Eastern Railway) che gli ha dato ragione (per ovvii e biechi motivi di immagine, suppongo): non so se si tratta di una fake news, comunque dal punto di vista lessicale le ladies e i gentlemen restano tali indipendentemente dalle loro preferenze sessuali (e non). Altrimenti io, che mi percepisco come un pornoattore afroamericano, dovrei rivendicare il diritto di essere chiamato Lexington Steele.
Quindi: gay-omosessuale 2-0.

Politically correct: magliàro o Màgliaro.
L’iniziale maiuscola non è un errore, si tratta del cognome di un mio amico. Ora, poiché nomina sunt consequentia rerum, è evidente che qualche suo avo campano faceva commercio ambulante di abiti e tessuti e/o indulgeva a condotte truffaldine (v. vocabolario Treccani), di qui Magliàro. Ma lui da sempre ha voluto essere chiamato Màgliaro, al liceo arrivò ad apporre a penna l’accento sulla prima “a” nel registro di classe affinché le supplenti, ignare delle sue rivendicazioni, non sbagliassero.
Ora, io l’ho sempre chiamato Màgliaro (anche in sua assenza), e in 40 anni non gli ho mai detto che questa sua pretesa è una stronzata: lo faccio adesso, ma visto che siamo amici continuerò a chiamarlo come vuole lui.
Quindi: Magliàro-Màgliaro 0-1.

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