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Parole come “destra” e “sinistra”, “progressismo”, “progresso”, “democratico”, vanno problematizzate poichè oggi hanno una connotazione che viene riportata dai mezzi del potere.
Destra e sinistra, democrazia e rappresentatività
La mia impressione è che nel dibattito pubblico la mancanza di un contatto linguistico “reale” sia uno dei primi ostacoli da superare.
Parole come “destra”, “sinistra”, “progressismo”, “progresso”, “democratico”, vanno problematizzate.
Ad esempio, i nostri governi sono democratici o rappresentativi? Non è sinonimo: “democratico” implica un qualche governo del popolo, “rappresentativo” che si rappresenti qualcuno (non è scontato che siano tutti).
La nostra forma organizzativa forse dovrebbero essere chiamata “liberal-rappresentativa” e non “liberal-democraticha”.
Sinistra e destra, sono termini ancora più oscuri. Non credo che i termini abbiano perso significato, ma al contempo credo che questo vada definito.
A mio avviso, il malinteso in questo campo, nasce dall’evoluzione politica dell’Europa occidentale nel dopoguerra, quando i partiti comunisti e socialisti si sono appaltati in via esclusiva l’idea di sinistra, in società che vivevano un boom economico e in cui i ceti impiegatizi proliferavano.
La sinistra ha smesso di essere comunista/socialista (al di là della retorica) e si è invece concentrata su battaglie di tipo sindacale; con l’avvento del neo-liberismo e l’antropologia dei ceti medi si è perso anche questo, riconvertendosi verso battaglie di carattere sociale (diritti civili ed ecologia, chiari esempi).
Badate bene: questo non rende false o meno valide le battaglie su diritti civili o ecologia, non sono qui per discutere questo, ma deve rendere chiara l’evoluzione antropologica (spinta dall’evoluzione della società capitalista).
Questo va associato alla scomparsa del concetto di classe e al crollo sovietico, che ha inficiato per decenni, agli occhi dell’opinione pubblica, il marxismo (salvandone la cattiva coscienza).
Quindi sinistra e destra, almeno nell’arco parlamentare, hanno una connotazione che viene riportata dai mezzi del potere.
Questo non vuol dire che non possano esistere formule minoritarie o opinioni diverse, ma le parole (le etichette) sono fatte per comunicare; se il 90% dei parlanti inizia a pensare non in termini di differenze economiche, ma di differenze sociali, quello è il senso comune e i falegnami non fanno le sedie per gli altri falegnami…
Il nodo gordiano è dato secondo me dalla tecnica e quindi dall’idea di progresso (anche se in questa accezione dovremmo forse dire sviluppo). Pasolini distingueva tra “progresso” come elemento di benessere diffuso e “sviluppo” come crescita economica.
La sinistra è per sua natura rimasta positivista, anzi assorbendo il proletariato come nuova piccola borghesia ha ereditato un bagaglio di ottimismo e crescita, che ne fa il polo del progressismo borghese; questa la rende inconciliabile con posizioni socialiste/comuniste (ad esempio, l’insistenza della sinistra sui diritti sarebbe inconciliabile con qualsiasi esperimento storico socialista).
La costruzione del socialismo nel mondo ha intanto assunto connotazioni più pragmatiche (socialismo di mercato); qui grande confusione viene ereditata dal movimentismo degli anni ’70 che fondeva: socialismo utopistico, anarchismo, comunismo, decostruzionismo. Questo miscuglio, molto chiaro per chi ci sta dentro, è più confuso da fuori.
La teoria critica se la passa male. La Scuola di Francoforte, è poco nota ai più, mentre se intesa come “marxismo culturale” ha subito la stessa denaturazione avvenuta al termine sinistra.
Nonostante tutto, teoria critica è l’unico retaggio che salverei. Il tracollo dei modelli imperanti in Occidente sta agglomerando le opposizioni attorno a un generico populismo forconistico e anti-partitico, proprio l’assenza di modelli di riferimento e di una teoria critica non permette a queste proteste di raggiungere mai la massa critica e di superare la fase del ribellismo, per giungere alla pragmatica (e a modo suo terribile) presa del potere.

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