Il Dante di Sangiuliano, la destra e la sinistra

Dante è stato arruolato nella scuola di stato tra i padri della patria, ma a condizione di farne una lettura così parziale, miope e ideologicamente riduttiva da risultare caricaturale.

Dante, la destra e la sinistra

Di Leonardo Lugaresi*

La battuta di un ministro su Dante padre della destra – peraltro pronunciata con quell’accento napoletano dei quartieri alti che a me fa molta simpatia, perché mi ricorda certe macchiette di Totò e predispone l’ascoltatore a non prenderla troppo sul serio ma come una divertente boutade blandamente provocatoria – ha innescato uno di quegli pseudo-dibattiti mediatici da 72 ore che tanto piacciono alla rete e ai giornali. Per tre giorni, dunque, siamo tutti dantisti, e anch’io – che dantista di certo non sono, ma lettore assiduo della Commedia sì – mi azzardo a dire la mia.

Le categorie di destra e sinistra – ormai completamente ridicolizzate, per non dire sputtanate, dalla recente cronaca politica, non solo italiana – sono, come è noto a tutti (ma proprio a tutti, spero!), di assai problematica applicazione anche all’interno del solo campo in cui hanno corso legale, cioè quello della storia politica contemporanea. Estrapolarle all’esterno di quel minuscolo recinto è un tentazione a cui quasi tutti ogni tanto cedono (a volte anche storici eminenti), ma che ha però un esito romanzesco più che storiografico. Noi anziani ci siamo affezionati, perché ci ricordano la giovinezza, ma ormai sono utili quanto un gettone del telefono.

Con questo, il discorso sarebbe già chiuso. Però anche da una “pinzillacchera” (come avrebbe detto quel grande sopra mentovato) si può forse trarre lo spunto per una riflessione speriamo non banale.

Dante, in quanto poeta della Verità, è strutturalmente, costitutivamente, essenzialmente contro ogni Potere mondano. Del suo tempo e di ogni altra epoca, compresa la nostra.

È contro il potere politico, quello ecclesiastico, quello culturale, quello mediatico … e per questo non può non stare sui coglioni a tutti coloro che di quelle posizioni di potere sono in qualche modo partecipi. Ho sempre trovato altamente significativo che la tradizione letteraria italiana, che è al 90% roba da signori, sia sempre stata convintamente petrarchesca (e te credo!) e intimamente ostile al “padre Dante”, della cui evidente importanza non poteva del tutto sbarazzarsi, ma che non ha mai veramente amato.

Quando poi si è “fatta l’Italia” e si pensava, ahimé, di dover anche “fare gli italiani”, Dante è stato arruolato nella scuola di stato tra i padri della patria, ma a condizione di farne una lettura così parziale, miope e ideologicamente riduttiva da risultare caricaturale.

Un Dante depurato dal suo cattolicesimo, un Dante letto a brandelli (i “grandi personaggi”, i “grandi episodi”) e senza la sua teologia, bellamente cancellata da critici magari eruditissimi su tutto il resto ma che non si peritavano di ignorare anche il catechismo.

Così, tanto per dirne una, per decenni si sono ripetute, nelle aule liceali, le castronerie desanctisiane su un Dante che “con la ragione condanna Francesca ma col cuore la assolve” … mentre dovrebbe essere chiaro a chiunque legga la Commedia, e non un altro libro, che Francesca fa sì innamorare tutti i lettori (specialmente canuti professori e critici incartapecoriti, che con lei rischiano di fare la fine del professor Unrat de L’angelo azzurro) ma Dante non le perdona niente e con lei fa i conti spietatamente fino in fondo, per tutto il poema.

Il Dante di Benigni

Il nostro tempo non è da meno, in questa sleale operazione di arruffianamento dantesco: non voglio allargarmi troppo, ma ho l’impressione che anche nella celebrazione del centenario ci sia stata tanta roba che a lui sarebbe suonata falsa e insopportabile. La delibazione estetica dei suoi versi, ad esempio, penso che l’avrebbe fatto incazzare moltissimo.

Peggio ancora, ridurre il suo poema ad un contenitore di buoni sentimenti, politicamente corretti. Un “Dante che piace”: a tutti, ma in particolare alla gente che piace. Un Dante che si può leggere o ascoltare senza disagio, senza scandalo, senza proteste.

Il Dante di Benigni, temo. Ecco, l’ho detto. Intendiamoci: Benigni pronuncia la Commedia infinitamente meglio di tanti altri, e non solo perché ha sortito dalla nascita l’accento giusto (più di lui mi piace Sermonti, che infatti la legge e non la recita, come fanno invece tutti gli attori, anche i più bravi, a me insopportabili nella declamazione della Commedia). Inoltre sa fare il suo mestiere, che è quello di teatrante. Ma chi va a godersi le sue rappresentazioni dantesche, incontra Dante o incontra Benigni?

La seconda che ho detto. (Anche se poi immagino che ci sia una forza intrinseca delle parole dantesche che qualche muro lo infrange comunque). Può darsi che chi conosce o ha in mente solo quel Dante lì, in cuor suo pensi che è “di sinistra” (cioè una “persona perbene”, perché a ciò si è ridotto, in un certo immaginario collettivo, il senso di quell’espressione).

Mi permetto di suggerire, come antidoto a tale rassicurante e digestiva visione, il commento a un passo della Commedia che ai nostri giorni, se Dante fosse vivo e lo riproponesse in un talk show, farebbe immediatamente di lui un impresentabile.

* Dal blog di Leonardo Lugaresi

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