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La lucidità analitica di Lenin con la sua teoria dell’imperialismo e dell’anello debole è servito di base per un movimento di emancipazione anti-coloniale che è perdurato almeno sino ai ’70 del secolo scorso.
Cento anni fa moriva Vladimir Il’ič Ul’janov, Lenin
Onore a Vladimir Il’ič Ul’janov, noto a tutti Come Lenin, seppure a giorni di distanza dal centenario della sua morte avvenuta a Gorki il 22 Gennaio del 1924.
Grande rivoluzionario animato da indomita passione, il più grande statista del ‘900, mente teorica fra le più lucide apparse sulla scena del mondo. Filosofo, sociologo, economista, scienziato della politica. La sua figura regge il confronto con i più insigni della sua epoca, come Max Weber.
Impegnò i lunghi anni del confino e dell’esilio, fosse la dimora carceraria o le migliori biblioteche di Ginevra, Monaco, Londra, a servizio di una inflessibile ascesi teorico-analitica versata sulla realtà e sulle forze motrici della storia. Un intellettuale europeo fra i più grandi. Altro che dispotismo asiatico e satrapia!
Chiunque lo abbia letto non può non essere rimasto affascinato dalla precisione analitica del pensiero e da una prosa diretta e tagliente come un bisturi.
Con Lenin feci conoscenza in giovane età, prima con gli scritti politici canonizzati nella divulgazione marx-leninista di partito, poi con gli scritti economico-sociali raccolti nelle edizioni Rinascita dei ’50. Una folgorazione.
Lo Sviluppo del capitalismo in Russia regge il confronto con i grandi storici dell’economia e col primo libro del Capitale, mentre la sua critica del romanticismo economico porta a compimento le riflessioni di Marx delle Theorien über den Mehrwert.
Un pensiero capace di raffinata speculazione ma sempre polemico, cioè indirizzato all’azione. Senza teoria, senza una analisi approfondita della dinamica sociale generata dalle forze motrici fondamentali ogni azione inclina alla sterilità del soggettivismo o alla passività opportunistica dell’evoluzionismo.
La teoria come asse di una soggettività capace di forzare il tempo essendo però aliena a ogni forma di romanticismo. Questa è, in estrema sintesi, la quintessenza della teoria del partito immortalata nel Che fare? e posta alla base del movimento mondiale della terza internazionale, la coscienza di classe non può che venire dall’esterno, superando la spontaneità, per opera di una avanguardia di rivoluzionari di professione.
La visione di Lenin eredita il Beruf weberiano e rovescia nel suo contrario, facendolo proprio, il pensiero èlitista di Mosca, Pareto, Michels e Ostrogorski. Un rovesciamento dialettico di assoluta genialità.
La sua teoria dell’imperialismo e dell’anello debole non solo ha dislocato il marxismo all’altezza della congiuntura storica del momento ma è servito di base per un movimento di emancipazione anti-coloniale che è perdurato almeno sino ai ’70 del secolo scorso.
L’URSS, cioè il superamento dell’imperialismo russo come ancien regime in una federazione di repubbliche socialiste sovietiche fu una realizzazione di straordinaria originalità e modernità.
Una sintesi insuperata dei problemi posti dall’accentramento funzionale e dal decentramento di un organismo di immensa vastità territoriale e culturale. Del principio nazionale e dell’universalismo socialista. Non un impero ma un’ecumene socialista.
Fosse vissuto altri vent’anni, invece che morire a soli 54 anni, chissà quale sarebbe stato il corso delle cose.
La Russia odierna è semmai più incline a recuperare Stalin che Lenin. Le ragioni che muovono Putin sono comprensibili. Collassata l’URSS ed entrati in una crisi epocale la possibilità di ricostruire un telos meta-identitario necessarioo per fronteggiarla non poteva più basarsi sulla rivoluzione del ’17, bensì sulla grande guerra patriottica contro il nazismo.
Tolstoj, Grossman, Solzenistin, la Russia come grande madre e Terza Roma cristiana, il panslavismo. Una reinvenzione della tradizione capace di legare la Russia zarista all’Unione Sovietica e alla Russia attuale.
Un melange ideologico di misticismo nazionale e real-politik che può inorridire, ma che non sembra avesse altra alternativa che la dissoluzione totale e la vendita all’incanto del paese ai piranhas dell’occidente. Sminuire e criminalizzare la figura di Putin (non a caso critico renitente di Lenin) è fare un torto all’intelligenza come tale.
Siccome pensavo che l’URSS non sarebbe mai crollata, ho sempre differito il viaggio a Mosca e la visita al mausoleo, cosa che mio padre ha onorato per tempo in viaggio premio col Partito. Cionondimeno c’è da star certi che nessuno oserà violare la salma di Lenin deposta sulla Piazza Rossa. Mi basta pensare che sia lì. E per sempre. Gloria imperitura per Vladimir Il’ič Ul’janov.

* Grazie a Fausto Anderlini
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