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La cancellazione della conferenza di Angelo d’Orsi a Torino — su impulso della solita Pina Picierno — è l’ennesimo episodio di nuovo maccartismo in salsa liberal. Quando poi è l’opposizione (teorica) a censurare, il pluralismo democratico viene tradito doppiamente.
Il caso Angelo d’Orsi e la solita Pina Picierno
Lo storico Angelo d’Orsi denuncia l’improvvisa cancellazione della sua conferenza intitolata Russofobia, russofilia, verità, prevista presso il Polo del ’900 di Torino.
L’intervento istituzionale della vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno – che avrebbe sollecitato il sindaco della città a revocare la sala , viene evocato – giustamente – dall’intellettuale come atto di imbarazzante censura.
Il problema non risiede soltanto nell’annullamento dell’evento ma nella natura dell’acritica ripresa: d’Orsi viene accusato, a monte, di «fare propaganda» e dunque silenziato preventivamente, senza che il pubblico possa nemmeno assistere al discorso.
È paradossale che l’atto – che a tutti gli effetti limita la libertà di parola – arrivi da ambienti che dovrebbero fungere da contrappeso critico al potere.
La coerenza intermittente di chi predica libertà
La decisione di Pina Picierno di bloccare la conferenza di Angelo d’Orsi – una specialità dell’europarlamentare del PD, che da tempo si fa notare solo per queste iniziative – rappresenta un atto emblematico di ipocrisia politica: la libertà di espressione è difesa solo quando serve ai propri scopi o alle proprie alleanze internazionali.
È una logica che attraversa ormai l’intero arco politico, ma diventa particolarmente grave quando a praticarla è chi si proclama difensore dei diritti civili e delle istituzioni europee.
Facile invocare la libertà quando si tratta di proteggere chi la pensa come noi; più arduo tollerarla quando la parola si fa scomoda, controcorrente o semplicemente non allineata al mainstream.
Il silenzio complice che accompagna oggi l’episodio d’Orsi è la misura del degrado del dibattito pubblico: nessuno tra i tanti che gridarono allo scandalo per il “caso Fiano” o per altri presunti attacchi alla libertà culturale sembra oggi turbato da questa censura.
Ma il profilo della Picierno – come dicevamo – non è nuovo a simili ambiguità. Da vicepresidente del Parlamento Europeo, ha partecipato a incontri ufficiali con membri dell’Israel Defense and Security Forum (IDSF), un think tank vicino ai coloni e contrario alla soluzione dei due Stati, come rivelato da Il Fatto Quotidiano.
Allo stesso tempo, non ha mai risparmiato dichiarazioni di condanna verso chi criticava l’operato del governo di Tel Aviv o chiedeva una riflessione sulle responsabilità israeliane nella crisi di Gaza. La stessa esponente che in pubblico parla di libertà e diritti umani, poi legittima attori politici che difendono l’occupazione e la repressione. È un corto circuito etico e politico che racconta molto più di mille comunicati.
Eppure, la vicenda d’Orsi non è isolata: si inserisce in un contesto più ampio di censura politica e culturale che da anni corrode l’Italia.
L’elenco dei casi recenti è lungo. Nel 2023 il giornalista Marc Innaro, storico corrispondente Rai da Mosca, è stato rimosso e messo sotto inchiesta per presunta “parzialità filorussa”, dopo una carriera impeccabile. Pochi mesi dopo, la scrittrice Rosa Mundy ha denunciato la cancellazione di un suo intervento al Salone del Libro di Torino per la sua critica al governo ucraino, in un clima di conformismo sempre più asfissiante. E ancora, nel 2024, il filosofo Diego Fusaro è stato escluso da un dibattito televisivo all’ultimo momento perché “non in linea” con la posizione editoriale del canale: la stessa logica di esclusione preventiva che ha colpito d’Orsi.
A ciò si aggiunge la pressione crescente sulle istituzioni culturali. L’anno scorso il Museo d’Arte Contemporanea di Roma ha ritirato una mostra che includeva opere critiche verso la NATO, mentre la RAI – in nome di una presunta neutralità – ha di fatto oscurato voci dissidenti, riducendo il pluralismo informativo a un simulacro.
Questi episodi, e sono solo alcuni tra i tanti – apparentemente scollegati, sono in realtà tasselli di una stessa strategia: limitare il dissenso politico attraverso il controllo del linguaggio e della rappresentazione.
Nel caso Picierno-d’Orsi, la censura non è stata imposta da un regime autoritario, ma da un’“opposizione” che si autoproclama liberale e progressista. È questa la contraddizione più inquietante: chi dovrebbe vigilare contro gli abusi del potere si trasforma nel braccio culturale di quel potere, operando una selezione ideologica delle voci ammesse al discorso pubblico.
La democrazia non muore solo quando viene repressa, ma anche quando viene addomesticata: quando a sopravvivere sono solo le opinioni compatibili con la linea ufficiale.
Nel frattempo, le stesse figure che invocano libertà e pluralismo a Bruxelles sostengono, in Italia, provvedimenti sempre più restrittivi, come la legge anti-fake news che rischia di diventare un’arma di censura preventiva. È il paradosso perfetto: si predica l’Europa dei diritti mentre si normalizza un clima di sospetto e di autocensura.
Attenzione però, la Picierno non è un’eccezione: è un sintomo. La sua parabola politica, costellata di appelli alla libertà usati come scudo e di scelte concrete in direzione opposta, rappresenta il volto “moderato” di un’autorità che si traveste da pluralismo.
Ecco allora che il caso d’Orsi assume un valore simbolico: non riguarda un singolo evento accademico, ma l’intero sistema di controllo del discorso che si è insinuato nella vita pubblica italiana.
Se oggi a essere zittito è uno storico, domani potrà esserlo un giornalista, un artista o un docente. E quando la censura viene esercitata in nome della democrazia, è la democrazia stessa che viene svuotata.
In Italia, la nuova ortodossia non ha bisogno di tribunali speciali: basta un tweet di una deputata, una mail a un sindaco, un pretesto di “opportunità istituzionale”. È la censura gentile, quella che non vieta esplicitamente ma impedisce sottilmente, che non impone ma disinvita.
E quando chi dovrebbe difendere il dissenso lo riduce a eccezione tollerata, allora la libertà di parola diventa un privilegio, non più un diritto.

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