Addio a Dante Stefani. Il penultimo, in ordine d’uscita, ‘migliorista’ bolognese.

Partigiano, politico, amministratore: Dante Stefani, morto a Bologna,all’età di 95 anni,  dirigente del Partito comunista, è considerato uno dei ‘padri’, della Regione Emilia-Romagna.

Addio a Dante Stefani

Di Fausto Anderlini*

In età venerabile (a novantacinque anni) e suppongo serenamente se n’è andato anche Dante Stefani. Figura autorevole quanto ineffabile del cerchio magico allevato da Guido Fanti: capo indiscusso, almeno sino alla rottura con Napolitano culminata in epoca Ds del riformismo amendoliano bolognese (quello modenese ha una sua storia).

Se non erro di quel gruppo solo Castellucci, anche grande amico della tribù anderliniana e memoria storica delle più epiche battute di pesca, rimane in vita. Mi auguro il più a lungo possibile.

Del resto è una intiera coorte demografico-politica, quella la cui gioventù coincide con la Resistenza e i primi dei ’50 e la cui maturità culmina nel ventennio ’60-’70, che è ormai totalmente dipartita. Amendoliani e non, seguaci di Secchia e di Cossutta compresi.

Tutte varianti, anche quando critiche, del togliattismo. Ancora un piccolo tratto e tutto entrerà nella cavalleria di una storia che solo pochi eruditi coltiveranno nella scrittura e che per la più gran parte si perderà in qualche stereotipo cenno di un indefinito quanto trapassato tempo millenario.

Si pensi che noi viventi anziani stiamo al tragico e numinoso decennio dei ’40, l’alba della Repubblica, così come i padri nati a ridosso del ’15-’18 e che ci portavano per mano nei ’50 stavano alle guerre d’indipendenza e all’impresa dei mille.

Basta un attimo, un lampo, un ultimo piccolo passo degli ultimi testimoni oculari verso l’aldilà e tutto precipita nel caos metatemporale della memoria remota, solo supposta in qualche dettaglio, in poche personalità segnaletiche e per il resto colma di lacune che ad alcuno interessa riempire.

Siccome son da secoli che non l’ho più visto di Stefani mi resta qualche immagine: di bassa statura, corporatura rotonda, viso largo e quasi sempre sorridente sormontato da occhiali con raffinata montatura leggera, una folta capigliatura bianca ben in piega, sempre ben vestito, con toni calmi e suadenti, mai sopra le righe e una certa predisposizione all’ironia. Fedele al partito, sempre presente nei convivi ufficiali, era normalmente defilato rispetto alle diatribe politiche per quanto la sua affidabilità ‘riformista’ fosse una certezza.

La penombra ovattata e discreta degli incarichi amministrativi e manageriali era il suo regno. Il luogo dove più l’ho frequentato è stato lo stadio Dallara, dove usavamo ritrovarci a seguire le partite del Bologna in una conventicola che comprendeva Federico Castellucci, Mauro Olivi, il cardiologo Pinelli e il flautista Zagnoni. In un’epoca nella quale il nostro amato ‘squadrone’ scavallava fra la a la b e talvolta la c.

Periodo decisamente antieroico, dopo i fasti dozziani dei ’60, col settimo scudetto, e che perciò si offriva perfettamente all’animus ironico e bonario quanto salace della bolognesità.
Stefani aveva fatto l’avviamento e aveva cominciato a lavorare come disegnatore tecnico.

In potenza un operaio intellettuale, quali erano i disegnatori e i modellisti delle fonderie. Artisti artigiani a monte della produzione di serie. La più gran parte di quel gruppo dirigente era di estrazione operaia e aveva alle spalle studi brevi e approssimativi.

Castellucci aveva tentato di diplomarsi a Torino, per corrispondenza. Giancarlo Ferri, gran sodale di Fanti, era invece un geometra, come Armando Sarti era un ragioniere (solo Fanti aveva frequentato l’università).

Per la generazione di quell’epoca, in un partito colmo di contadini semi-analfabeti, titoli non da poco, peraltro condivisi con larga parte dell’èlite industriale e finanziaria. I geometri sono stati il nerbo del ciclo edilizio, come i ragionieri di quello finanziario. I periti e gli ingegneri sono arrivati dopo.

Ma la vera scuola che faceva dei dirigenti comunisti una super-èlite era articolata in due step decisivi: l’inculturazione politico-filosofica come funzionari di partito (vera università di Tubinga e seminario arcivescovile) e l’esperienza come amministratori o manager di società di capitale a partecipazione pubblica (vero politecnico).

Una doppia laurea sul campo, honoris causa, che li arricchiva di un superadditum anche rispetto ai professorini democristiani e ai luminari professionisti dei partiti laico-liberali. Avevano una marcia in più: il sistema di partito.

E qui colgo l’occasione per un brevissimo excursus sul ‘riformismo emiliano‘ e i suoi interpreti ‘miglioristi’.

Togliattismo realizzato fu, cioè operosa socialdemocrazia. Sistema di partito più servizi sociali ed economie esterne. Dialogo con le forze politiche e sociali, cioè orientamento costituzionale e ‘nobilmente compromissorio’, un consociativismo da posizioni egemoniche.

Attenzione ai ceti medi, lotta alle rendite, agrarie e urbane, e ai monopoli. Piccola impresa e capitalismo popolare cioè cooperativo. Sviluppo, cioè crescita senza fratture. Un modello renano di società ad elevata partecipazione politica e sociale.

Una svolta rispetto al partito agrario, mezzadrile-bracciantile, che si compie nei ’50 e coincide con la trasformazione agrario industriale della regione. Sorta di ascesi intramondana. In attesa che l’ora ics scatti e che venga il tempo escatologico della parusia, cioè del transito a un nuovo mondo, tanto vale darsi da fare in questo mondo per renderlo ‘migliore’.

Il partito diventa moderato e conservatore, nel senso che vuole innanzitutto persistere come ente identitario e funzionale. Stato nello stato, che basta a sè stesso, ma anche agente di governo nel segno socialdemocratico. Cioè forza innovatrice concreta.

L’orientamento al compromesso e la moderazione sono le sue cifre. Sanare le fratture sulla via del ‘progresso’. Una missione che assume cogenza proprio perchè la lotta di classe è stata nella regione una guerra civile durata un secolo e combattuta con inaudita violenza.

Il partito conserva una natura classista e di massa, ma le sue basi sono mobili: gruppi sociali in evoluzione, contadini che diventano operai e aderiscono alla transizione urbano-industriale, operai che diventano autonomi, cooperatori, piccoli imprenditori. Partecipando del ‘benessere’.

Il partito vuole andare ‘avanti’, ma ‘piano’, cioè senza mettere a repentaglio ciò che è acquisito. Nel mantra dell’estremismo malattia infantile del comunismo si compendia la sua natura leninista. L’Urss mondata del bolscevismo resta il suo faro: modello d’ordine e di moderazione, orientamento alla coesistenza pacifica, kruscevismo, emancipazione e conquista dello spazio. Perchè l’era delle rivoluzioni è finita.

I riformisti amendoliani sono il personale politico di punta di questa transizione e fra di essi si distinguono due tipi. Due nature sovente sovrapposte. Una natura dinamica e progettuale animata da una sorta di euforia del fare concreto, ma anche del progettare, del pianificare, dell’innovare.

E una natura intimamente moderata, perennemente timorosa che l’equilibrio si rompa. Fanti e Lanfranco Turci sono emblematici del primo tipo di personalità. Spiriti inquieti, e non per caso in età avanzata abbandoneranno il ‘migliorismo’ per abbracciare posizioni socialiste ‘radicali’ in opposizione all’evoluzione assunta dai Ds e poi dal Pd.

Mentre altri, si pensi al modenese Bulgarelli proseguiranno sino alle soglie del liberismo, anticipando il Pd. Molti dei cooperatori, grande e potente salmeria del ‘riformismo’, evolvono nel segno di un ibridus che coniuga stakanovismo e un economicismo che molto concede al capitalismo delle origini. Più realisti del re, più capitalisti dei capitalisti.

Poletti non è certo un caso isolato. Moderatismo sociale e pragmatismo autoreferente diventano la prerogativa dei più: una classe politica e amministrante che degrada come ceto posizionale in un sistema rigido e un po’ barocco di interessi e convenienze.

Un siglo de oro ormai spento, il mondo di Dante e dei suoi compagni, ma del quale persistono inerti e modi operativi. Tanta era la sua forza e la sua intrigante complessità.

* Grazie a Fausto Anderlini 

 

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