Dal palco dell’Ariston la nuova voce del padrone attraverso monologhi riempiti di “lettere a sé stessi”, lancia vademecum su come adattarsi alla civiltà di mercato per evitare di cadere nella “rancore sociale”.
I papaveri e la nuova egemonia culturale
Quando la televisione era di Bernabei nessuno negava agli alti papaveri o alle barche che andavano la loro capacità di disegnare un’ideologia e di rappresentarla culturalmente.
E in più che con quella scenografia si avverassero gli imperativi morali del potere. Allora però esisteva anche una contro-cultura, capace di inserire, tra le righe e il non detto, allusioni o metafore scomode. Il Festival era una catechesi del buon senso comune con delle piccole ma significative variazioni sul tema.
Oggi, non si sa bene per quale motivo, si è portati a pensare che la manifestazione ideata per veicolare la voce del padrone, possa contenere qualità provocatorie o critiche. Dall’alto del prestigio economico dei suoi attori, passano in mondovisione espliciti contenuti rivoluzionari. Vi deve essere una buona dose di schizofrenia collettiva per pensarla realmente così.
In realtà il sogno dell’inclusione rappresenta il vero mandato imperativo che quel potere impartisce all’individuo. Dio, patria e famiglia sono andati in soffitta. I diritti si identificano con l’inclusione. Tutti devono integrarsi nei meccanismi di consumo e d’impresa. Così essenziale sarà combinare quel sogno con la forza di volontà individuale. Grazie alle proprie capacità si superano preconcetti, arretratezze, arcaicità culturali che allontanano dal progresso. E si diventa vincenti.
In questo modo l’inclusione diventa un principio adatto a creare una nuova esclusione e una sostanziale incomunicabilità sociale. “Nessuno mi può capire, nessuno può comprendere le mie sofferenze, nessuno può giudicare il mio successo”. Perché è meritato. Il merito delimita così la cittadinanza. Essa diventa piena solo se ci si veste di specifiche condotte comportamentali. Aperte, tolleranti, collaborative, resilienti. Mai resistenti o rivoluzionarie. Si educa a un determinato “saper essere” che sarà apprezzato soprattutto nei luoghi di lavoro. Un vero e proprio lasciapassare per l’impiego.
Paradigmatici i monologhi riempiti di “lettere a sé stessi”. Lì si snocciola un vademecum su come adattarsi alla civiltà di mercato. Una classificazione puntigliosa di regole, di strutture mentali da applicare nella vita di tutti i giorni per evitare di cadere nella trappola del “rancore sociale”. Nessuno ama i frustrati; rimodellati così in invidiosi. E quindi giustamente esclusi dalla democrazia.

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