19.2 C
Rome
giovedì 2 Settembre 2021
TecnèMusicaPunk e post punk: Stefano Gilardino è un archivio umano...

Punk e post punk: Stefano Gilardino è un archivio umano…

Stefano Gilardino  è nato e cresciuto a Biella, un paese nel nord del Piemonte, dove in tenera età ha iniziato a comprare dischi punk e ad andare ai concerti.

Già da giovanissimo aveva un particolare interesse verso la musica punk rock e new wave italiana, tanto da scrivere un quaderno insieme a suo fratello, in cui venivano raccolte tutte le informazioni riguardo i gruppi dell’epoca.

Un diario che verrà pubblicato tanti anni dopo e darà il via ad una serie di libri sul punk e post-punk, che oggi fanno di lui uno dei giornalisti musicali italiani più quotati.

Stefano gilardino: hai iniziato ad interessarti di musica che eri giovanissimo, grazie a tuo fratello più grande. Dimmi, ricordi qualcosa di quel periodo in cui scrivevate “il quaderno punk”? Come è iniziata questa vostra avventura nel mondo musicale?

Diciamo che è in parte grazie a lui. Prima dei 16 anni, mio fratello non aveva mai ascoltato musica e, in realtà, i dischi abbiamo cominciato a comprarli in contemporanea. Il nostro interesse deriva dal famoso servizio di “Odeon” e “L’altra Domenica”, quello con Michel Pergolani da Londra. Più tardi, nel 1977, per pura curiosità, cominciammo a chiedere dischi punk nei pochi negozi che c’erano a Biella.

Ricordo un negozio in particolare, ‘La discoteca di Valerio’, dove questo signore sui trent’anni, appassionato dei Velvet Underground, di Lou Reed, di Bowie e del glam rock, era rimasto colpito dal punk e riusciva sempre ad avere qualche copia di dischi di importazione. All’epoca stampavano tutto in Italia, anche i gruppi più scarsi, nella speranza di vendere, quindi si trovavano un sacco di dischi. Così, cominciammo a collezionare gruppi come gli Stranglers, i Ramones, i Sex Pistols e tutti i classici punk.

Punk e post punk Stefano Gilardino è un archivio umano...

Nel 1979, quando nacque “Il quaderno punk”, stavano uscendo riviste come “Ciao 2001”, “Popster”, “Re Nudo” e “Rockerilla” che trattavano quello stesso genere di musica. Nel frattempo, la nostra collezione di dischi si stava ampliando col punk e la new wave italiana, erano gli anni degli Skiantos e dei Gaznevada, gli stessi anni in cui iniziai a scrivere e tampinare Oderso Rubini.

La mia amicizia con Oderso cominciò con una lettera che gli mandai all’età di 12 anni e che, nel 2019, ho trovato appesa, tra manifesti e fotografie, alla mostra dei 40 anni del Bologna Rock. Nella lettera, lo chiamavo “egregio direttore”, pensando che fosse il direttore della casa discografica e gli chiedevo delle notizie sui gruppi di cui, poi, mi mandò fanzine e cassette.

Quando mi chiedono come mai cominciammo quel quaderno, l’unica cosa che realmente mi viene in mente è che fosse, in realtà, un modo per fissare su carta, in maniera definitiva, tutto quello che sapevamo: creando questa sorta di archivio, potevamo tenere sotto controllo una passione e dividerla per aree geografiche, cercando di contrastare la paura di dimenticare. A volte i nomi erano sbagliati, altre volte, per distrazione, scrivevamo dei nomi a caso che avevamo letto o creduto di leggere da qualche parte.

Poi mio fratello si allontanò dal progetto ed io proseguii per un altro anno e mezzo, facendo l’aggiornamento ogni mese, con tutte le notizie che riuscivo a reperire sui cambi di formazione e le uscite discografiche. Trascrivevo tutte le notizie che trovavo nelle riviste, musica italiana, come Gianna Nannini e Vasco Rossi, compresa.

Sex, drugs and rock and roll: il pub rock prima del punk

La cosa buffa è che, nonostante fosse una sorta di diario, scritto come se qualcuno avesse dovuto leggerlo, nessuno, eccetto io e mio fratello, l’ha mai letto; da un lato perché lo facevamo per noi due, dall’altro perché non avevo amici che ascoltavano quel tipo di musica e purtroppo non ne ho avuti fino ad età molto più adulta.

Quando facevo ascoltare qualcosa ai miei compagni di scuola, mi guardavano come se fossi scemo, perché loro, all’epoca, ascoltavano i Pink Floyd e i Led Zeppelin; ma questo mi fece capire quanto fosse per me una passione folgorante che sentivo di voler proseguire nonostante il senso di emarginazione che comportava.

Per fortuna, mio fratello, verso i 18 anni, si trasferì a Milano per fare l’università. All’epoca, avevo 14 anni e prendevo il treno da solo per andare a trovarlo. Lì aveva trovato degli amici che avevano i suoi stessi gusti musicali, perciò andava ai concerti più volte a settimana e, quando capitava, si portava dietro il fratellino quattordicenne.

Lo stivale è marcio ancora? Storia di un libro cult

Torniamo agli inizi: eri punk e poi post punk?

Diciamo che quando ho cominciato non ero niente, perché avevo 10 anni e non avevo la più pallida idea di come ci si potesse vestire e, inoltre, non avrei mai potuto indossare una roba stracciata, perché mia mamma mi avrebbe menato. Mi ricordo che verso i 16 anni mi feci la cresta e mia madre non mi permise di fare la carta di identità, perché non voleva che nella foto fossi conciato in quel modo. Perciò giravo senza documenti e ogni volta che mi fermavano – cosa che accadeva spesso proprio a causa della cresta, oltre che per i pantaloni rotti e le magliette con su scritti i nomi dei gruppi – e mi chiedevano i documenti, dovevo dirgli:

“Guardi, mia mamma non me li fa fare, perché non vuole i documenti con la cresta!” e questi puntualmente dovevano telefonare a casa per chiedere se fossi effettivamente loro figlio.

In seguito, mi appassionai agli stivaletti a punta e alle giacche di pelle, ma in realtà non ho mai prediletto uno stile in particolare. L’attitudine punk c’era, ma più in testa che nei vestiti.

All’epoca si ascoltava tutto, perché tutto era nuovo ed io non rifiutavo niente. Inoltre, più drammatico ancora del trovare i dischi, era il trovare dei vestiti. In quegli anni, tutti avevano i pantaloni a zampa d’elefante, perciò l’idea che qualcuno ti potesse vendere dei pantaloni neri a tubo era inconcepibile. Ad esempio, le giacche di pelle nere non si trovavano proprio; c’era il chiodo, ma era più da metallaro o hard core alla Discharge e, tra l’altro, costava troppo.

L’unica cosa che avevo in linea con lo stile punk, erano un paio di anfibi che avevo trovato al mercato militare.

A Roma, più che a Biella, c’erano dei bei negozi dell’usato. Ad un certo punto, i ragazzi cominciarono a vendere i vestiti anni ’60 e ’70 dei propri genitori e, così, nel periodo new-wave la moda divenne quella.

Lo stivale è marcio ancora Storia di un libro cult

Quando sei andato la prima volta a Londra?

La prima volta che sono andato a Londra era il 1983. Qualche anno prima, nel 1981, ero andato a studiare in Inghilterra, a Great Malvern. Quando il mio professore di inglese scoprì che ascoltavo la musica punk, mi portò a vedere gli Stiff Little Fingers.

Mentre nell’83, la prima volta che andai a Londra, ci misero in un posto orrendo a Brixton, all’epoca ancora piuttosto turbolenta. Ricordo che una sera decidemmo di scappare attraverso le finestre, dopo aver studiato il percorso, per andare a vedere i Clash al Brixton Academy; era il tour del 1982-83 l’ultimo con Mick Jones. Quello era stato un colpaccio, avevo 15 anni ed ero gasatissimo.

Suonavi in una band?

Sì, suonavo in un gruppo che si chiamava “Mother Superior”, di cui avevamo fatto uscire un mini CD con l’etichetta di Rudy Medea. Suonammo 10/15 concerti, tutti in zona Biella. Diciamo che non ho mai avvertito questa smania di dover fare il musicista; poco dopo capii che mi piaceva scrivere sulle riviste e, infatti, è ciò che feci una volta sciolto il gruppo.

Come sei diventato giornalista musicale?

A parte l’inizio, quando avevo fatto il quaderno musicale e, in seguito, una fanzine di hard-core chiamata “Senza Nome”, nel 1983-84, già non scrivevo più. Ad un certo punto, quando la rivista “Blast” chiuse, Paolo Piccini, Emilio Celora ed altri fecero una nuova rivista che si chiamava “Dynamo”, di cui casualmente la casa editrice e il direttore erano di Biella. Il direttore, Mauro Zola, era un mio amico e scriveva per “L’Eco” di Biella, un bisettimanale. Ci conoscevamo perché gli avevo fatto sentire dei pezzi che avevo scritto ed ascoltavamo le stesse cose.

Proprio lui mi disse di provare a scrivere qualcosa, ma avendo scritto in realtà molto poco, cominciai col fare le cose più tremende: alle prime armi in questo mestiere, devi passare per cose come la pagina dei demo, le recensioni che tutti scartano, i gruppi italiani, i pezzi più brevi, le tipiche cose da gavetta, insomma.

Punk e post punk Stefano Gilardino è un archivio umano...

Nel 1994, andai ad abitare a Londra, perché la mia fidanzata viveva là, perciò divenni il corrispondente da Londra per la rivista. Ricordo che una volta andai ad intervistare Jayne County che suonava in un pub con le basi pre registrate – una cosa terrificante – e quando, a fine concerto, le chiesi di intervistarla, lei mi guardò come per dire “Ma tu sei pazzo!”.

Era un posto pieno di ubriachi, dove nessuno l’aveva vista o sentita suonare, quindi era giustamente sorpresa dal fatto che qualcuno volesse parlare con lei. Parlammo per un paio d’ore nel suo camerino e alla fine mi regalò anche una copia del suo libro che stava per uscire, “Man enough to be a woman”, insieme a un sacco di fotografie, promo e tutto quello che aveva.

Scrissi l’intervista a mano, su dei fogli protocollo che spedii in una busta ed arrivarono dieci giorni dopo a Biella, dove il tipo della redazione che riscriveva ogni intervista sull’unico computer esistente, riscrisse tutto quello che avevo mandato… non mi ero accorto di quanto fosse lunga, poverino. Quello fu il primo pezzo lungo che mi pubblicarono.

Sempre a Londra, feci anche un’intervista ai NOFX che avevano appena cominciato ad essere famosi.

Fu così che iniziai la mia carriera musicale: entrando nella redazione di “Dynamo”, per poi continuare in “Vida”, una specie di proseguimento della prima.

Ti pagavano?

Sì, mi pagavano, anche se poco. Era una cosa semi professionale, ma non dilettantistica. Dopodiché, l’unico curriculum che ho inviato in vita mia è stato a Rock Sound, allo speciale punk, perché era ciò di cui volevo scrivere. Incredibilmente mi fecero un colloquio. Mi cominciarono a pagare per dei pezzi che facevo da esterno. Rispetto al mio incarico precedente, quest’ultimo era più professionale: avevo anche un computer! Qualche mese dopo, mi chiesero di entrare a far parte della redazione e firmai un contratto.

Per me fu un grande momento, perché mi pagavano per scrivere su quello che più mi appassionava. Devo dire di essere stato molto fortunato… ho preso l’ultima onda divertente della discografia e del giornalismo musicale. Poi, nel 2009 Rock Sound ha chiuso, quindi ho cominciato a collaborare con XL, fino alla sua chiusura nel 2015.

Punk e post punk Stefano Gilardino è un archivio umano...

Qual è la rockstar più interessante che hai intervistato?

Joe Strummer. Lui era un mio idolo da ragazzino, perciò è stato veramente emozionante stare con lui. Era una persona speciale, esattamente quello che ti saresti aspettato, senza rimanerne deluso. Poi mi sono piaciuti molto Henry Rollins e Iggy Pop. Tanti musicisti italiani sono diventati miei amici, stranieri di meno, perché li si becca magari solo un paio di volte nella vita.

Devo dire che raramente ho avuto esperienze negative, non ho mai litigato con qualcuno e solo un paio di volte mi sono capitati musicisti scortesi, come Kim Gordon dei Sonic Youth che non aveva voglia di fare l’intervista…però ci sta, magari aveva litigato cinque minuti prima col marito. Oppure, J Mascis dei Dinosaur JR. che è stato un disastro, perché non parlava, mentre Pete Doherty dei Libertines si era addormentato durante l’intervista.

Ho un sacco di bei ricordi di quegli anni, mi piaceva fare le interviste… Anche i Beastie Boys mi erano piaciuti molto; ero andato a Londra proprio per incontrarli e mi sono divertito tantissimo durante l’intervista.

Come hai iniziato a scrivere libri?

Sono stato fortunato, perché conoscevo Ezio Guaitamacchi per motivi giornalistici ed eravamo amici. Lui aveva iniziato col fare il curatore di diverse collane di libri di musica, prima “La storia del Rock”, poi “La storia del Blues” e quando fu l’ora di “La storia del Punk”, mi contattò. Non avevo mai pensato di scrivere un libro, ma gli diedi la mia disponibilità, perché mi sembrava la chiusura di un cerchio.

Nel Settembre del 2016 gli presentai il piano dell’opera e un anno dopo il libro uscì.

Grazie all’Hoepli che ha dei mezzi che poche case editrici hanno, avrò fatto una cinquantina di presentazioni in tutta Italia, tutte pagate e spesate. E’ stato un vero spasso: tutti i week end in giro per l’Italia, con presentazioni in posti diversi; forse il momento in cui mi sono divertito di più durante la mia carriera. Alla presentazione del libro a Milano, Glen Matlock dei Sex Pistols era presente, fu allora che pensai di cominciare a scrivere a livello professionale.

Il lavoro che svolgo tutte le mattine da un mio amico per SoundDogs, un sito di vendite online di musica sperimentale e d’avanguardia, dove mi occupo dei pacchi e della logistica, mi permette di poter impiegare i miei pomeriggi nella scrittura.

Punk e post punk Stefano Gilardino è un archivio umano...

Il Quaderno Punk” è nato per puro caso: ho pubblicato su Facebook un paio di note del quaderno che avevo ritrovato, senza immaginare che 150 persone mi avrebbero chiesto di farne delle fotocopie. Così, poco prima di portarlo in copisteria, mi chiamò Goodfellas dicendomi che me lo avrebbero stampato loro. Dopodiché, la Hoepli mi propose il libro sul punk e, in seguito, ne proposi uno sul post punk italiano – Shock Antistatico- a Goodfellas.

Com’era Glen Matlock, il bassista dei Sex Pistols?

Molto simpatico. Si era prestato per due giorni a Milano, per farmi da spalla e per me era buffo pensare che fosse lì per parlare del mio libro, oltre che dei Sex Pistols.

Per combinazione, la presentazione del libro avvenne nel 2017, dopo 40 anni dall’uscita di “Never mind the bollocks” (27 Ottobre 1977). Erano presenti circa 200 persone, interessate soprattutto a Glen Matlock. Fuori dalla libreria si era creata la coda per l’autografo e, tra i vari volti, scorsi quello di Alberto Fortis che era lì per comprare il libro, il che fu per me un bellissimo momento.

Quando invece ho fatto la presentazione a Biella, in un negozio di dischi, c’erano tantissime persone, benché il posto fosse piuttosto piccolo e, a parte gli amici, c’era anche mio padre e mia zia. Quel giorno era come se stessi dicendo a mio padre: “Guarda papà, ti ho rotto le scatole per quarant’anni, sperperando tutti i soldi che avevo per comprare dischi, libri, cd e cassette, ma almeno, hai visto che a qualcosa tutto ciò ha portato.” Mio padre ha capito che ero diventato famoso quando ha visto la notizia sul televideo.

Hai un gruppo preferito e un album preferito?

Più di uno sinceramente, anche se il mio disco preferito è Low di David Bowie. L’ho comprato quando è uscito nel 1977 con mio fratello e l’ho ascoltato tantissimo. Ancora adesso lo ascolto spesso e non riesco a capacitarmi di come sia al passo coi tempi, nonostante siano passati 44 anni.

All’epoca ne restai folgorato, non avevo mai sentito niente del genere e mi colpì tutto, a cominciare dalla copertina. Poi ce ne sono tanti altri: “Black and White” degli Stranglers, il primo dei Clash, i Ramones, Never Mind the Bollocks, Black Flag, Death Kennedys, poi Big Black, Pop Group, Gang of Four tutta roba dal 1976 al 1982.

Punk e post punk Stefano Gilardino è un archivio umano...

Tra i gruppi attuali c’è qualcuno che ti piace?

Devo dire che non mi dispiace il ritorno del post-punk. Nonostante gruppi come Shame, Clinic, Fountain DC, siano derivativi, li considero validi. Sto ascoltando anche gruppi come Orbital e punk bands australiane. Quando hai sentito tante cose, quasi nulla ti sorprende. Ho scoperto la musica krautrock i Can, nella metà degli anni ’90, una piccola rivelazione per me di cui ho scritto un libro.

All’epoca ascoltavo anche il Grunge e potevo permettermi di andare in giro a vedere due o tre concerti a settimana, perché in quegli anni tutti passavano da Milano e Torino e spesso anche da Biella, al Babilonia.

Al Babilonia hanno suonato dai Red Kross ai Butthole Surfers, oltre che i Jesus Lizard… quella è stata la vera rivincita: erano gli altri che dovevano arrivare fino a Biella per vedere concerti, arrivando laddove io andavo con cinque minuti di macchina.

Lì c’era Aldo, il proprietario, un mio amico dal quale per anni ho comprato i dischi e che, quindi, mi faceva entrare gratis. Ci andavo il pomeriggio e dato che in quel periodo scrivevo per Dynamo, a fine concerto intervistavo gruppi come Voivod, Melvins, Neurosis e tutti quelli che passavano da lì.

Il concerto più bello che hai visto?

Sono tanti, Sonic Youth e Pavement a Milano il tour di Dirty per me era stato epocale. I Jawbox della Dischord a Montreal perché mio fratello abitava lì. Clash , Ramones, Stiff Little Fingers, Lords of the New Church, Redskins, Soundgarden, Mudhoney quando avevamo i capelli lunghi e tantissimi altri.


Daniela Giombini
Ha collaborato per anni con ROCKERILLA e ha prodotto la fanzine musicale Tribal Cabaret. Ha inoltre un passato da promoter musicale nella Subway Productions di cui è fondatrice e con la quale ha promosso le tournée di artisti di fama internazionale come Nirvana, Lemonheads, Hole,Mudhoney ecc.

Ti potrebbe anche interessare

1 COMMENT

Comments are closed.

Ultimi articoli