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giovedì 2 Settembre 2021
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Lo stivale è marcio ancora? Storia di un libro cult

É stato un libro cult per le generazioni cresciute tra il produci-consuma-crepa a cavallo tra gli anni settanta e ottanta, una vera bibbia del marciume psico-sonoro nazionale.

Stiamo paralando de Lo stivale è marcio, di Claudio Pesceteili, una ricostruzione capillare e filologica in quasi 300 pagine dei primissimi pionieristici approcci del punk in Italia, dal 1977 al 1980.

Il tutto corredato dalle testimonianze dirette dei protagonisti. Parliamo delle gesta di Skiantos, GazNevada, Cafè Caracas, Decibel, Kandeggina Gang Elettroshock, Kaos Rock, Rats, SIB, Aedi, Incesti, Sorella Maldestra, X Rated, Tampax, Hitler SS e il Great Complotto, Dirty Actions, Rank Xerox (i primi Gang..) e centinaia di altri nomi.

Artisti scovati, uno ad uno, in ogni regione tra chi ha avuto qualche riscontro, chi lo ha trovato successivamente (da Jo Squillo a Ruggeri, da Raf, Piero Pelù e Ghigo Renzulli a Marco Conidi, i coniugi Arcieri etc etc), chi è rimasto confinato nelle cantine da cui è uscito un paio di volte per estemporanei e disastrosi concerti davanti a poche decine di persone e chi invece è restato solo un nome sulla carta

Di questo e molto altro ne pariamo con l’autore.

Lo stivale è marcio ancora Storia di un libro cult

Claudio Pescetelli: lo stivale è marcio?

Sei diventato un esperto di cultura punk italiana benché tu non sia mai stato un punk. Come è nato questo tuo interesse che ti ha portato a scrivere “Lo stivale è marcio” in cui parli anche degli anni di piombo?

Il punk, per ragioni anagrafiche, è stato il primo ‘genere’ musicale che ho vissuto in presa diretta. Adoravo tutto di quei gruppi, la musica, l’estetica, i nomi; quindi, pur non essendomi mai sentito un punk, compravo dischi, riviste, e avevo così tanta energia e tempo libero da permettermi di vedere decine di concerti memorabili punk e non, come quelli di Stranglers, Devo, Ramones, Talking Heads… dopo anni in cui qui in Italia non veniva più nessuno a suonare.

L’idea del libro mi venne proprio dalla considerazione che nessuno si fosse ancora preso la briga di raccontare quegli anni in modo esteso e il più possibile approfondito, anni belli e terribili del nostro paese come quelli che andavano dal 1976 al 1980.

Quindi provare a raccontare l’arrivo del punk in un’Italia dilaniata dai conflitti sociali, la violenta contrapposizione politica, il terrorismo, il dilagare della droga e i primi sentori di quello che sarà chiamato ‘riflusso’.

Per lo “Stivale è marcio”, hai incontrato tanta ‘bella gente’ che un tempo è stata punk. Che effetto ti ha fatto intervistare questi ‘ex ragazzi’, e sentire parlare della loro adolescenza da pionieri del Punk Rock?

Un effetto bellissimo anche perché, pur senza conoscerci, con qualcuno di loro all’epoca avevo anche vissuto esperienze condivise.

Tutte le persone che ho conosciuto le ho trovate veramente interessanti, mi hanno molto colpito – soprattutto quelle che ho potuto incontrare ‘fisicamente’ in un contesto che non fosse fatto solo di mail o telefonate, quindi gli amici romani – e secondo me sono tutte, ognuno a proprio modo, ancora punk.

Tra loro mi permetto di ricordare Roberta, una bella persona che soprattutto mi ha dato la possibilità di vedere le cose da una prospettiva femminile, essendo stata tra le prime punk romane del periodo.

Lo stivale è marcio ancora Storia di un libro cult

Cosa ti ha colpito di più intervistando questi vecchi punk?

Come detto sono stati tutti incontri interessanti, anche quelli con persone rintracciate fortuitamente e che sono semplicemente transitate in quel periodo, uscendone presto: tutti sono stati disponibili e ben contenti di raccontare la loro storia.

La cosa che mi ha più colpito è che hanno tutti delle spiccate personalità. Probabilmente è un qualcosa che era necessario per affrontare a dovere una scelta radicale come il diventare punk negli anni del terrorismo e della violenza diffusa, ma è bello vedere come ancora rivendicano orgogliosamente il loro vissuto.

Hai fatto una approfondita ricerca storica sul periodo punk in Italia che si inseriva negli anni di piombo. Puoi darmi un quadro storico del periodo e le differenze col punk rock inglese?

Beh, il punk rock inglese nasce da una situazione di forte crisi sociale e dal malcontento che ne deriva: sono gli anni in cui inizia a soffrire il modello welfare britannico e che spianeranno la strada all’ingresso in pompa magna di Margaret Thatcher.

Cresce la disoccupazione, nelle strade si accendono scontri razziali e i nuovi giovani proletari irridono tutto, persino un’autentica istituzione fino allora intoccabile come la Regina Elisabetta.

In Italia invece lo Stato sembra sul punto di collassare, con un paese squassato dal terrorismo e una situazione giovanile in continuo ribollimento. Dopo il crollo delle organizzazioni extraparlamentari e la stagione del 1977, grossi strati giovanili si trovano spaesati e indecisi sulle scelte da compiere.

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Va evidenziato che il primo, vero impatto visivo col punk, quello che ammalierà tanti giovanissimi – dopo i tanti articoli di quotidiani e periodici – si ha la sera di martedì 4 ottobre 1977, quando sul Secondo canale passa il famoso servizio all’interno del programma “Odeon: tutto quanto fa spettacolo”, che permette a tutti (me compreso) di vedere finalmente ‘sti benedetti punk in azione.

Ebbene, solo il giorno prima a Roma si erano svolti i funerali di Walter Rossi, un militante di Lotta Continua ucciso da estremisti di destra, con l’oceanica manifestazione che ne era seguita e che sarebbe stata praticamente l’ultima grande aggregazione del movimento del ’77.

In questi giorni e in quelli che seguiranno, caratterizzati da un clima di crescente caos e violenza diffusa tra gli opposti estremismi, si cementano i primi piccoli nuclei di ragazzi, quelli che decidono di diventare punk sfidando tutto e tutti col loro aspetto ‘incomprensibile’.

Immaginiamo quindi lo stupore della gente comune nell’imbattersi in un gruppo di adolescenti coi capelli dritti e un giubbotto di pelle. O del fatto che le diverse fazioni di destra e di sinistra non riuscissero a inquadrarli.

O di quanto possa essere stato poco piacevole incappare così agghindati in un controllo delle forze dell’ordine per le strade blindate delle città, nei giorni del sequestro di Aldo Moro e nei cosiddetti anni di piombo, quando il clima d’emergenza aveva dato il via libera all’introduzione di sempre più pesanti leggi speciali.

Come nasce questa tua passione per la musica anni ’60 e ’70 Beat, Rock e Punk , per la ricerca e per la scrittura?

Tutto nasce dall’amore per la musica, che però mi ha sempre portato a non limitarmi a un semplice ascolto ma a cercare di capire chi e cosa ci fosse dietro un disco.

Ciò mi ha spinto sin dall’adolescenza a divorare centinaia di riviste e di libri alla scoperta maniacale delle radici e del contesto sociale nel quale nascevano i capolavori della musica rock che stavo scoprendo.

Purtroppo erano anche gli anni in cui la musica ‘pop’ e la controcultura che la sorreggeva iniziavano a scricchiolare pericolosamente, con tutte le conseguenze chiaramente visibili a metà degli anni settanta.

Quanto allo scrivere, mi è sempre piaciuto e negli anni ‘90, in un momento particolare in cui la prima scena garage/psichedelica italiana si era praticamente esaurita, mi sono convinto a mettermi in gioco con la fanzine “Born Loser”, arrivata a essere fotocopiata in 300 copie con tanto di nastro accluso.

Una bella e faticosa avventura nella quale io e i miei compagni d’avventura avevamo già cercato di definire a 360% un preciso periodo storico – quello del sixties garage e dei suoi epigoni – e la sottocultura che vi ruotava attorno: quindi non solo musica, ma un mondo fatto di b-movies, di fumetti, di moda, di grafica…

Col tempo però mi sono accorto che le fanzines mi andavano strette e che per dare corpo e peso a degli argomenti che mi interessavano in modo particolare c’era bisogno di un veicolo più ampio e arioso: il libro.

 

Vorrei però sottolineare che io non mi ritengo né un giornalista né uno scrittore, anche perché ho sempre fatto altro nella vita, ma un semplice appassionato/ricercatore che quando ritiene di aver raccolto del materiale interessante decide di farne un libro per condividerlo con altri. E che i miei libri vertono sempre su argomenti sui quali non esisteva in precedenza nessuna pubblicazione a riguardo.

Questo non per cercare medaglie al valore o prendermi meriti particolari, ma solo per dire che se all’epoca fosse già esistito un volume sui gruppi beat femminili italiani anni ’60 probabilmente io me lo sarei comprato e letto avidamente, senza imbarcarmi nella pubblicazione del mio primo libro, “Ciglia ribelli”.

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Invece non c’era ed io mi chiedevo: ma perché queste ragazze negli anni ’60 mettevano su un gruppo sfidando l’ira delle famiglie, andando in giro a suonare senza grosso successo e in ambienti tutt’altro che evoluti, dove spesso lo scopo del pubblico era solo di guardarne le cosce e tentare di rimorchiarle?

Proprio per avere queste risposte, che non trovavo da nessuna parte, sono andato a ricercarle quasi quarant’anni dopo e mi sono fatto raccontare le loro storie.

Queste ragazze degli anni ’60 di “Ciglia Ribelli”, ora cosa fanno? Suonano ancora, ascoltano musica?

Molte di loro sono ancora a pieno ritmo nel mondo della musica, soprattutto nel campo dell’insegnamento ai giovani.

Qual è il libro che hai scritto che ti ha dato le maggiori soddisfazioni?

I libri sono tutti mie creature e quindi li sento tutti vicini allo stesso modo, anche i meno riusciti. Diciamo che col tempo la qualità della scrittura è notevolmente migliorata e quindi verrebbe naturale dire gli ultimi.

Comunque dovendo scegliere ne indico due: Lo stivale è marcio sul primo punk italiano, perché lo ritengo ben realizzato, mi ha dato molte soddisfazioni e mi ha fatto conoscere tanta bella gente.

E poi Giorni strani, giorni pop, sinora l’ultimo uscito, che ricostruisce la scena romana della prima metà degli anni ’70 attraverso la cronaca musicale e non: i concerti, le band, i locali, i festival, l’underground, la stampa, la politica, gli avvenimenti cittadini. Gran bei tempi.

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So che preferisci autoprodurre i tuoi libri. E’ difficile oggi autoprodursi e distribuirsi?

Beh, se c’era un aspetto del punk che adoravo era proprio l’autoproduzione, il ‘do it yourself’ che ti permetteva di fare una fanzine o magari addirittura un disco in proprio, pur con tutti i limiti tecnologici e di comunicazione di quegli anni.

Oggi che è tutto a portata di un clic, autoprodurre i propri libri significa soprattutto avere il controllo completo del lavoro, cosa che non puoi avere con le case editrici con le quali qualche compromesso, seppur piccolo, lo devi sempre accettare.

Diciamo che autoprodurmi come faccio io è molto semplice perché non m’imbarco mai in grosse tirature o distribuzioni. Stampo una quantità limitata di copie e le pubblicizzo su Facebook o nel giro di persone che conosco. Se le vendo ed ho molte altre richieste, ne ristampo altre.

Certo la circolazione è limitata e ti devi sbattere ad andare in continuazione all’ufficio postale, però sei libero e non ci rimetti neanche un centesimo (anche facendo prezzi per così dire ‘politici’).

Poi esiste anche il mondo delle piattaforme ‘on demand’, dove stampano e vendono i tuoi libri solo su richiesta, evitando l’obbligo di grosse tirature e obblighi vari, e ti mandano la tua quota di ricavo. Ho sentito parlarne bene ma finora non ci ho mai fatto ricorso.

Sei un collezionista di vinili?

Sono stato un moderato collezionista di vinili, anche perché, pur amandoli, non ho mai fatto follie per acquistarne. Nonostante ciò vorrei sottolineare che nei negozi ci ho lasciato parecchi soldi ma non ne sono per nulla pentito, anzi!

Le spedizioni per andare ad acquistare un disco e il correre a casa per ascoltarlo (spesso più volte di fila) rimangono tra i ricordi più belli che io abbia. Ora compro pochissimi dischi e solo se mi ci imbatto casualmente. Questo per diversi motivi, tra i quali non avere più molto tempo per ascoltare musica e per problemi di spazio in casa.

Però ad esempio quando mi sposto da Roma, nelle mie vacanze italiane ed estere che siano, faccio sempre in modo che gli itinerari turistici preparati a tavolino mi facciano incappare ‘casualmente’ in qualche negozio di dischi…

Hai un genere musicale preferito?

Non c’è un genere musicale che preferisco, farei prima a dire quello che non mi piace. Comunque diciamo che sono molto legato al periodo che va dai Beatles al punk.

Chi è Claudio Pescetelli

Claudio Pescetelli è un esperto di musica anni ’60 e ’70 Punk e Beat. Fondatore di fanzines come Born Loser e Mondo Capellone, collabora con riviste musicali è grafico di copertine di dischi.

Ha scritto dieci libri: otto musicali e un paio di romanzi. I suoi libri musicali spiccano per la quantità di informazioni, foto, documenti e per le meticolose ricostruzioni storiche.

Da ricordare: Ciglia ribelli (I libri del Mondo Capellone, 2003), Una generazione piena di complessi (Zona Editrice, 2006), I tre volumi di Nudi & crudi (I libri del Mondo Capellone, 2010, 2011 e 2012), Lo stivale è marcio (Rave Up Books, 2013), Roma Beat (Zona Editrice, 2015), Giorni strani, giorni pop (I libri del Mondo Capellone, 2017).

 

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Daniela Giombini
Ha collaborato per anni con ROCKERILLA e ha prodotto la fanzine musicale Tribal Cabaret. Ha inoltre un passato da promoter musicale nella Subway Productions di cui è fondatrice e con la quale ha promosso le tournée di artisti di fama internazionale come Nirvana, Lemonheads, Hole,Mudhoney ecc.

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