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lunedì 24 Gennaio 2022
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Osannaples, ritorna il rockumentary grazie a M.Deborah Farina

Con Osannaples, il suo quarto lungometraggio presentato in anteprima ‘director’s cut’ al “Seeyousound” di Torino, Deborah Farina si conferma tra le firme autoriali più consolidate del cinema indie italiano (quello vero). Dopo il ‘caso Paranoyd’, Anarchitaly e Dowm by Di Leo, parliamo con lei di questo rockumentary dal sapore psichedelico e analogico, come gli anni che tratta, i Settanta, che nulla ha da invidiare alle produzioni dai megabudget, anzi.

Osannaples, ritorna il rockumentary grazie a M.Deborah Farina

M.Deborah Farina, indie queen del cinema italiano: “Con Osannaples riporto in scena il rockumentary”

Prima di realizzare film, hai pubblicato diversi testi di storia del cinema, quanto ha influito questo background di studiosa nel tuo lavoro di regista e autrice cinematografica?

Quando ho iniziato a studiare i corsi di cinema all’università, ho scoperto, oltre alle già note Avanguardie storiche, i successivi movimenti di rottura con la tradizione, quali le varie new wave come la Nouvelle Vague, il Free Cinema, lo Junger Deutscher Film, il Cinema Novo e soprattutto il New American Cinema con le sue correnti fiction e non fiction coast to coast. Provenivo da studi artistico-figurativi e, un certo cinema sperimentale, mi sembrò essere come la continuazione del mio percorso sull’arte contemporanea.

Essendo anche, da sempre, scrittrice di storie, poesie (ho pubblicato una raccolta poetica dal titolo “La notte”), soggetti, ma anche di repertorio comico e teatrale, ho trovato nel mezzo cinematografico la perfetta unione tra arti e letteratura. Non a caso, intendendo un film come un’opera d’arte totale, curo ogni aspetto della realizzazione (dalla scrittura, al girato, al montaggio).

A livello critico, l’anello di congiunzione fu scoprire figure di cineasti-autori nonché storici e critici del cinema (collaboratori o anche fondatori di riviste quali i “Cahiers du Cinema” o “Film Culture”), che mi hanno aperto l’orizzonte al ‘tutto’ e a cui mi guardo come riferimenti.

Contestualmente, ‘fare’ un film’ ha assunto per me, anche un ruolo politico: in un’epoca in cui sembra impossibile poter realizzare prodotti cinematografici senza l’uso di enormi capitali economici, i miei film sono l’esempio reale e pratico del contrario.

Osannaples, ritorna il rockumentary grazie a M.Deborah Farina

 

Nel tuo percorso di cinema ‘underground’, come nasce l’idea di realizzare Osannaples?

L’idea di realizzare un rockumentry nasce da lontano, dai miei gusti musicali coniugati ai miei studi e alla frequentazione di un ambiente musicale di matrice rock. Tra i miei saggi, uno in particolare, Rockumentary & Concert Film. Manuale del Cinema Rock, si focalizza proprio sull’argomento (non a caso, la mia tesi di laurea alla Facoltà di Lettere e Filosofia de La Sapienza di Roma, si intitolava Direct cinema e Film Concerto).

Ammiravo soprattutto le pellicole dal profilo storico-sociale-politico che, accanto alla visione del concerto o del festival pop, svelavano un’epoca (e parlo di Woodstock come Message to love o di Gimme Shelter e Monterey Pop). Questa serie di suggestioni cine-musicali, l’ascolto quotidiano della musica hard rock e psichedelica angloamericana (dai Deep Purple ai Led Zeppelin, dai Cream ai Pink Floyd di Syd Barrett, passando per Jimi Hendrix e gli Who), sarebbero emerse, anni dopo, nella scelta del soggetto di un mio nuovo film. In quegli anni di scoperta, si è accesa definitivamente una scintilla, con la visione del film di Fernando Di Leo Milano calibro 9.

L’ascolto della sua colonna sonora, scritta da Luis Bacalov, mi colpì così fortemente, che pensai che a suonarla fosse il più grande ensemble di musicisti di sempre, dando per scontato si trattasse di una rock band britannica. Mai avrei immaginato che fosse un gruppo di Napoli: gli Osanna. La band divenne, per me, subito di culto. Molti anni dopo, appare chiaro che, nella scelta di un soggetto per il mio rockumentary il posto d’onore sarebbe stato riservato agli Osanna e non solo per un motivo strettamente musicale, ma anche quali precursori del Naples Power, e centrali nell’ottica della ricostruzione di un affresco della controcultura partenopea a loro contemporanea.

Osannaples, ritorna il rockumentary grazie a M.Deborah Farina

In Osannaples c’è un incredibile uso dei materiali: dalle immagini storiche di repertorio, alle attuali con inediti anche musicali. Quanto tempo è trascorso per arrivare a questo risultato e come hai svolto il lavoro svolto di selezione?

L’idea si è concretizzata nel novembre 2017, quando ne ho parlato a Lino Vairetti, membro storico degli Osanna e suo leader rifondatore dal 1999 con diverse line up (nonché protagonista del doc), che l’ha subito accettata con grandissimo entusiasmo. Quindi ho iniziato la scrittura del soggetto e della sceneggiatura.

Contestualmente, ho intrapreso un profondo e impegnativo lavoro di ricerca sul reperimento dei materiali d’epoca a supporto della narrazione. In una prima stesura della sceneggiatura, avevo previsto alcune scene di fiction rievocative; successivamente, ho optato per la totale ricostruzione della realtà, attraverso un montaggio strutturale. Un’idea pensata per creare una storia con la fluidità della fiction, ma su immagini reali dell’epoca. I materiali provengono innanzi tutto dall’Archivio di Lino Vairetti. E’ così che sono apparsi fantastici inediti che ho inserito su Osannaples e da fonti diverse (dai collezionisti privati agli archivi storici). Quindi ho dovuto selezionare ore infinite di immagini che ho poi scelto e completamente rimontato.

Osannaples, ritorna il rockumentary grazie a M.Deborah Farina

Su Osannaples appaiono delle splendide locations naturali e di forte impatto emotivo. Come è avvenuta la loro scelta?

Avevo previsto nella sceneggiatura una serie di momenti totalmente psichedelici, con una veste estetica ‘anni Settanta’ per dare continuità alla storia visiva degli Osanna storici, da girarsi in luoghi molto simbolici e rievocativi, per rappresentare da una parte, lo spirito ‘epico’ del prog e, dall’altra, il mondo interiore del narratore principale, Lino Vairetti. È stato un confronto con il tempo, lo spazio e i suoi stessi personaggi, creati per le opere Palepoli e El Tor (come la figura dell’Incensiere che rappresenta una sorta di raccordo onirico tra il passato e il presente).

Alla ricerca di locations, ho subito trovato un set naturale, bellissimo e quasi ‘post-atomico’, tra i luoghi del Villaggio Coppola a Castel Volturno (in provincia di Caserta), dove ho ambientato i brani Oro caldo e Animale senza respiro. La spiaggia, dominata da un castello di cemento giallo abbandonato, come fosse il “Castello dell’Es”, è stata una visione assoluta, pittorica e, in un attimo, ho ‘visto’ su quella sabbia i miei ‘musicisti-sacerdoti” (la contemporanea line up degli Osanna con Gennaro Barba, Pasquale Capobianco, Nello D’Anna, Sasà Priore, Irvin Vairetti).

Stessa fascinazione per la splendida “Riserva Naturale della Foce del Volturno”, dove mi sono potuta spostare dalla terraferma all’acqua, grazie all’uso di una barca dei pescatori residenti, che ha fatto assumere ai miei personaggi anche il ruolo di ‘traghettarori’ tra dimensioni. Ho trovato il livello più ‘abissale’ nel passaggio dalla galleria cieca sul lungomare di Pozzuoli, all’interno delle Grotte di Castelcivita, in provincia di Salerno, location magica e dantesca. Last but not least, cercavo un luogo a Napoli, che potesse dare l’idea di un ‘volo’, di una sospensione della band sul profilo del suo incredibile Golfo e che, al contempo, desse quella ‘circolarità’ descritta in sceneggiatura.

L’ho trovato sulla cima della collina di San Martino. Lì ho ambientato il brano Mirror train e lì ho fatto ‘incontrare’, in una gig straordinaria, gli Osanna storici Lello Brandi e Massimo Guarino, accanto a Lino Vairetti, trait d’union tra le parti, che per l’occasione sono tornati ad indossare sai e trucco, con la nuova formazione. E poi il Vomero, i Decumani, il Centro Storico di Napoli, la casa di Danilo Rustici a Giugliano. “Osannaples” è un film completamente girato in Campania.

Osannaples, ritorna il rockumentary grazie a M.Deborah Farina

La visione dell’anteprima di Osannaples è stata seguita, il giorno dopo, dalla scomparsa di Danilo Rustici, leggendario chitarrista storico degli Osanna. Nella pellicola vi è la sua ultima apparizione, come hai vissuto questo momento?

Tra la fortissima emozione per l’anteprima del 25 febbraio al “Seeyousund Film Festival” di Torino (avvenuta dopo un lavoro infinito fatto di sacrifici, viaggi, concentrazione estrema, attese e, tra l’altro, in un momento tra i più difficili della nostra storia), e lo shock per la successiva notizia della sera del 26 febbraio, credo di aver vissuto uno dei momenti interiormente più intensi della mia vita. Per una rockettara appassionata di hard rock seventies, il suono della chitarra è centrale.

Danilo per me è stato e rimarrà il chitarrista dei miei sogni ed averlo eternato nella sua ultima, poetica e commovente ‘performance’, mi rende felice e serena anche per la consapevolezza di avergli potuto dar modo di esprimersi a una distanza siderale dalle sue apparizioni precedenti, eternandolo nella contemporaneità. È il regalo più grande che ci siamo fatti a vicenda. Credo che esistano dei legami karmici tra persone, pertanto è sembrato naturale averlo incontrato. Sembra come se doveva andare così, e il fatto che ci abbia lasciati proprio il giorno dopo l’uscita del film, assume una profondità mistica.

Il nostro primo incontro è avvenuto nell’estate del 2018 nella sua casa, dove sono andata con Lino, per girare la sua prima intervista. Lo ricordo come un uomo dolcissimo, con le mani grandi e le dita affusolate, ricordo i suoi occhi blu e il suo sguardo acuto, la sua voce gentile, che diventava sempre più forte e presente nel fiero ricordo del suo tempo e della sua genialità musicale.

Alla seconda intervista c’erano tutti i suoi compagni storici della formazione dal 1971 al 1974 (Lino, Massimo, Lello, tranne Elio D’Anna) e quella del 1978, periodo di Suddance (con l’aggiunta di Fabrizio D’Angelo e Enzo Petrone). Avevamo organizzato di portargli una torta a sorpresa per il suo settantesimo compleanno. Grazie a questo film documentario, sono riuscita a creare, dopo forse quarant’anni, questa reunion: una giornata indimenticabile, in cui ho sentito in tutti (e ripreso), circolarmente, felicità ed emozione.

La notte tra il 25 e il 26 febbraio, ho sognato un mare scuro, agitato, con le onde nere come fossero nastri, che però via via si scioglievano, diventando azzurre e baciate da un sole splendente. Sapevamo che Danilo era in ospedale in gravi condizioni. La sera del 26 febbraio Danilo ci ha lasciati. Io voglio credere che quel sogno sia il suo messaggio di libertà.

 

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