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lunedì 6 Settembre 2021
TecnèL’opera al tempo del Covid: parla Pietro Spagnoli

L’opera al tempo del Covid: parla Pietro Spagnoli

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Un italiano a Bilbao: cosa accade dove i teatri continuano a essere aperti? Intervista al cantante lirico Pietro Spagnoli.

Pietro Spagnoli e l’opera al tempo del Covid

Pietro Spagnoli è un baritono italiano di fama internazionale, spesso impegnato all’estero, dove i teatri continuano a essere aperti, da qualche parte, alle prese con le restrizioni imposte dalle misure adottate nei vari paesi per contrastare la pandemia. Lo raggiungo con una videochiamata a Bilbao, dove si trova per lavoro: è Prosdocimo nel Turco in Italia, di Gioachino Rossini, che andrà in scena fino al 2 novembre. Con qualche restrizione.

Bilbao è una città magnifica, dove ho lavorato benissimo. Ci sono state delle restrizioni: si è passati da 600 a 400 posti disponibili in un teatro molto grande, con una capienza di oltre 2000 persone. Il Governo di Euskadi, cioè dei Paesi baschi, ha deciso di ridurre il pubblico a circa un quarto della capienza, chiedendoci di fare un sacrificio, accettando di fare più date con lo stesso compenso per permettere a tutto il pubblico di assistere allo spettacolo.

Che accorgimenti state usando per prevenire il contagio, in scena?

Abbiamo fatto un tampone, prima di cominciare. Si è lavorato con le mascherine durante le prove, cercando sempre di mantenere le distanze. Alla nostra “bolla”, intendo quella dei solisti, dei cantanti, dei colleghi, è stato richiesto di fare una vita molto riservata: casa e lavoro, niente vita sociale, al massimo un salto al supermercato per fare la spesa.

Finite le date a Bilbao proseguirai con altri impegni?

Avevo un impegno in Germania, ma è saltato, perché lì hanno chiuso tutto, quindi mi fermerò in attesa che si sblocchi un po’ la situazione.

Durante l’anno com’è andata?

Ero a Bari, al Petruzzelli, dove debuttavo con un’opera molto importante per la mia carriera, Adriana Lecouvreur, di Francesco Cilea. Finito lo spettacolo è venuto il soprintendente, che ci ha detto: bravissimi tutti, è stato uno spettacolo meraviglioso, grazie. Domani si chiude il teatro. Era il 4 marzo.

Come hai trascorso il lockdown?

Da solo, lontano dalla mia famiglia, a casa, in Svizzera. É stato triste. Ho ripreso a lavorare dopo l’estate, prima ad Amburgo, poi a Bilbao. Ora, saltato l’impegno in Germania, spero di poter riprendere a Zurigo a fine novembre.

In Svizzera che restrizioni ci sono per i teatri?

Per ora hanno chiuso, come in Germania. Ammettono eventi al massimo da 50 persone: tra cantanti, macchinisti, sarti, operatori del palcoscenico, maestri accompagnatori a 50 ci arriviamo subito…

L’opera al tempo del Covid parla Pietro Spagnoli

Come si gestisce il danno economico per tutta questa gente? Sono lavoratori stipendiati o…

Ci sono lavoratori dipendenti dal teatro, almeno a Zurigo: orchestrali, macchinisti, sarti, operatori sono in gran parte stipendiati, quindi non hanno particolari problemi. Ci sono lavoratori a contratto, quindi precari, che possono andare incontro a grosse difficoltà.

Come hanno ripreso dopo lo stop di primavera?

A Zurigo sono molto avanti. Hanno ripreso già a giugno, inventandosi una forma molto ardita: hanno messo l’orchestra e il coro in una sala che dista dal teatro circa un chilometro. Un ambiente molto grande, che spesso viene utilizzato per le prove, collegato via cavo con degli altoparlanti al palcoscenico. I cantanti hanno davanti uno schermo collegato con il direttore d’orchestra.

Una soluzione facile?

Certo che no: c’è un ritardo, bisogna adattarsi, sapere come si può far funzionare tutto. Così facendo però hanno consentito all’orchestra di non stare in buca e al coro di non stare in palcoscenico, favorendo il distanziamento.

E gli altri teatri?

Ogni teatro fa un po’ come gli pare. Curioso che non siano stati individuati dei parametri generali, in un’Europa che disciplina in modo maniacale un po’ tutto. Per esempio, Amburgo non ci ha chiesto i tamponi. Ci hanno chiesto di fare una vita riservata, durante le prove non potevamo avvicinarci e non potevamo cantare rivolti in direzione del collega, mantenendo una distanza di tre metri.
In palcoscenico dovevamo stare a 4 metri dal bordo, per evitare di stare troppo vicini all’orchestra, che era molto ridotta: 20 orchestrali invece di 40.

Questo ha condizionato la rappresentazione dell’opera?

Normalmente Così fan tutte dura tre ore e mezza, nella circostanza è stata ridotta a un atto unico di due ore e mezza. La regia è stata stravolta.

E a Bilbao?

Anche qui abbiamo portato una versione ridotta de “Il Turco in Italia” di Rossini. In pratica è un bignami di un’ora e mezza. Qui hanno richiesto il tampone all’arrivo e hanno voluto che lavorassimo con la mascherina, ma non ci hanno chiesto di stare a distanza. Io comunque mantengo una distanza di sicurezza. Meglio stare lontani: un collega può essere contagioso, ma anche io posso esserlo. Stare a distanza è una forma di salvaguardia sia della salute personale che di quella degli altri.

Hai seguito le polemiche che ci sono state in Italia per la chiusura incondizionata di teatri e cinema?

Certo, ho diversi colleghi che sono in una situazione molto difficile. Io ho la fortuna di lavorare soprattutto all’estero, raramente in Italia. Conosco colleghi che si sono trovati senza lavoro per mesi: un cantante lirico, tolti i grandissimi nomi, non guadagna grosse cifre. Vive anche bene, magari, ma certo non diventa ricco.
Molti italiani si sono trovati a non poter accedere a nessun tipo di ammortizzatore sociale e sono stati costretti a tirare la cinghia e a chiedere aiuto.

Cosa chiederesti al ministro Franceschini?

Io vorrei che fosse riconosciuto al reparto artistico italiano, a tutti quelli che ci lavorano, attori, registi, macchinisti, operatori, addetti alle luci, sarti, di rappresentare una ricchezza non soltanto economica, ma una conoscenza che va tramandata, che non si può lasciar morire. Non parlo solo dell’opera, anche della prosa, del cinema, della musica. Si rischia che questa fase dia il colpo definitivo a certi settori che da tempo sono in difficoltà.

L’opera al tempo del Covid parla Pietro Spagnoli

All’estero è così?

L’opera è nata in Italia. Ma si dovrebbe prendere esempio, almeno in parte, dalla Germania. Molti teatri sono gestiti dallo Stato, o dalle Regioni, che si accollano il grosso del mantenimento della struttura. In Italia si parla di ridurre le fondazioni: alcuni teatri verrebbero gestiti dallo Stato. Ma perché questo funzioni occorre aumentare le produzioni di opere in cartellone. Questo consentirebbe, oltre a creare posti di lavoro, anche di ridurre le spese. Un allestimento, una volta fatto, si può portare in giro in altre realtà più piccole, perché la cultura va portata ovunque. Si deve fare in modo che i teatri diventino uno dei centri culturali delle città. Bisogna aumentare il pubblico degli spettacoli, che creano anche un ricco indotto: c’è un mondo che si muove, dietro ai teatri.

In Italia si ritiene che teatro, cinema, musica siano generi voluttuari e in quanto tali di secondaria importanza. Almeno questo traspare dai decreti e da molte dichiarazioni che li hanno seguiti. Ma è così?

Bisogna avere governanti che amino il teatro e gli spettacoli, che non solo aiutano la gente a uscire di casa e incontrarsi, ma servono a nutrire il cervello, a riflettere, a emozionarsi. Il teatro è dal vivo. L’opera è dal vivo. L’emozione del momento in cui si spengono le luci e si apre il sipario non si può riprodurre in televisione. Passi in un frangente come questo, ma è necessario che il teatro, l’opera, la musica diventino il fulcro della cultura del Paese. In questo momento, invece, non gli si dà importanza.

Fermare i teatri oggi è giusto?

Io credo che sia legittimo, vista la situazione. Il problema è che manca un programma per farli ripartire. Qual è il progetto? Che vogliamo fare dell’arte? Non so cosa accadrà l’anno prossimo, se usciremo da questa follia. Spero che la chiusura duri poco e si permetta a tutti di tornare a teatro. Il pubblico che va a teatro è un pubblico diligente. Non ci sono scalmanati, c’è gente che accetta le regole e applicando le misure di sicurezza non si corrono grossi rischi.

Negli stadi è diverso.

Lo stadio sarebbe un luogo perfetto: è all’aperto, lo spazio è tanto. Il problema è che il pubblico è meno disciplinato e tende a stare a contatto. C’è stato molto lassismo, comunque, quest’estate: ci si è comportati come se niente fosse, ovunque. Le regole, invece, vanno rispettate. Serve una disciplina personale.

Difficile imporla.

Per amor di democrazia lasciamo che prendano la parola i negazionisti. Giusto. Io amo la democrazia e la difendo. Ci deve far riflettere, però, il fatto che Paesi che hanno usato metodi coercitivi siano, oggi, in condizioni meno difficili.

 

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Pancrazio Anfuso: Le canaglie di Maestrelli


Pancrazio Anfusohttp://postpank.wordpress.com
ha scritto un libro per Iacobelli editore (Centocelle - Storie e nomi dalla A alla Z), ha un blog, Postpank (postpank.wordpress.com), ama la moglie, i gatti, la Lazio, Amatrice e il rock

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