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domenica 5 Settembre 2021
TecnèRitorna il sogno di Ipazia

Ritorna il sogno di Ipazia

Il sogno di Ipazia, bellissimo spettacolo di Massimo Vincenzi, riproposto dal Teatro Belli in streaming, fino al 24 febbraio.

Il sogno di Ipazia

Il sogno di Ipazia è lo spettacolo che aveva debuttato ad Opere Festival 2009, nella cornice suggestiva del Castello Odescalchi di Bracciano, per essere poi rappresentato in molteplici occasioni a Roma e successivamente nei teatri di Napoli, Siena, Terni, Livorno, Rimini, oltre che in qualche altra prestigiosa rassegna teatrale.

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Insomma, lo si può considerare per molti aspetti un “classico”, all’interno della recente produzione drammaturgica. Più in particolare, esule dalla natia Alessandria d’Egitto, la nostra Ipazia ha trovato una nuova casa nel Teatro Belli di Roma, il cui palcoscenico ha già ospitato parecchie volte questo intenso monologo. Ed è proprio il Teatro Belli che ha voluto riproporre tale rappresentazione in streaming, nel periodo tra il 18 e il 24 gennaio.

Una decisione forte. Sia per il grande valore dell’opera scelta, sia per il segnale dato a chi guarda con un misto di nostalgia e rabbia alla sospensione degli spettacoli “in presenza” avvenuta qualche mese fa, come pure a chi poco o nulla sta facendo per ovviare a questa situazione ormai insostenibile. Con un biglietto di appena 5 Euro ci si può quindi confrontare nuovamente con Il sogno di Ipazia.

Se siete in tempo approfittatene. Perché osservare la scena da un monitor non è certo come osservarla dalle poltroncine di un teatro, ma la bellezza del testo e la commovente bravura della protagonista Francesca Bianco vi regaleranno comunque attimi di magia. Cominciamo pertanto a introdurre lo spettacolo.

Ritorna il sogno di Ipazia

Il sogno di Ipazia

di Massimo Vincenzi

con Francesca Bianco

Voce fuori campo di Stefano Molinari

Musiche Francesco Verdinelli

Videografie Giulia Amato

Regia Carlo Emilio Lerici

Video spettacolo Paolo Roberto Santo, Francesca Cutropia, Andrea Brandino

Produzione Teatro Belli

 

Ritorna il sogno di Ipazia

Sono loro che vogliono tenerci in casa, loro vogliono il campo libero. Niente, niente testimoni. Strano Dio, che ha paura delle parole, che odia i libri. Strano Dio davvero. Ma è il Dio che loro vogliono dipingere, quel che fa paura. La proiezione delle loro paure non è Dio, perchè Dio o gli Dei, li puoi chiamare in mille modi, ma se sono davvero lassù dentro le stelle sono loro che regolano tutto. Ma perché dovrebbero avere paura e di cosa? Di noi? No. La paura e la violenza appartengono all’uomo. A Dio, se c’è, appartiene l’amore.

Con queste accorate parole Francesca Bianco alias Ipazia introduce il pubblico allo sconcerto generato, in uno spirito colto e sensibile, dall’irrompere nella Storia di una setta fanatica e aggressiva, disposta a sacrificare tutta la saggezza del mondo antico sugli altari del più tetro dogmatismo. L’affermarsi, insomma, di un totalitarismo per certi versi più devastante di quelli moderni. Poiché tale fu l’imposizione della religione cristiana nei territori dell’Impero Romano, con la violenta persecuzione di tutti gli altri culti.

A ricordarcelo, con solenne musica d’organo in sottofondo, l’austera voce fuori campo di Stefano Molinari, che, prima di dar spazio anche alla feroce intolleranza del vescovo Cirillo, interrompe i flussi di pensiero della protagonista Ipazia ricordando al pubblico le drastiche imposizioni dell’Editto di Teodosio e di quelle norme, ancor più liberticide, entrate poi in vigore:

L’augusto imperatore Teodosio ad Albino, prefetto del pretorio: nessuno violi la propria purezza con riti sacrificali, nessuno immoli vittime innocenti, nessuno si avvicini ai santuari, entri nei templi e porga lo sguardo alle statue scolpite da mano mortale, perché non si renda meritevole di sanzioni divine ed umane. Se qualcuno dedito a un rito profano entra nel tempio con l’intenzione di pregare, venga questi costretto a pagare immediatamente la sanzione, con pubblica attestazione.

E a seguire altre disposizioni, sempre più opprimenti e violente.

I termini del confronto, così drammatico per il destino stesso della società occidentale, sono già sul piatto. Mentre la protagonista ostinatamente propone sul palco altre forme di pensiero e una visione totalmente diversa del divino. Vittima sacrificale che verrà presto immolata da mani tanto brutali quanto serve dell’ignoranza.

Mani cristiane capaci peraltro di cavarle gli occhi da viva, di smembrarne il corpo e dargli fuoco assieme ai suoi adorati libri. Non gli credete, bruciano il mio corpo e i miei scritti, perché non resti nulla di me. Ma si sbagliano. Il pensiero non brucia. Ricordatelo! Così recita Francesca Bianco nel vibrante epilogo meta-storico, simbolico, attraverso il quale l’autore Massimo Vincenzi, davvero encomiabile il suo sforzo, ha voluto rendere giustizia alla vittima di quell’efferato delitto.

Ma chi era veramente Ipazia di Alessandria? Alla figura della grande filosofa, citata secondo alcuni anche nel celebre affresco La scuola di Atene di Raffaello Sanzio, si era recentemente ispirato Alejandro Amenábar per realizzare Agora (2009), gran bel film per quanto a volte un po’ sbrigativo nel liquidare certe questioni.

Sia questa pellicola che lo spettacolo di Massimo Vincenzi appaiono comunque sinceri, centrati, al momento di contrapporre il pluralismo religioso e l’armonia del mondo antico alla foga distruttrice che seppero imporre, parafrasando Cioran, gli dèi nuovi.

Per approfondire la figura di Ipazia di Alessandria, “martire gentile”, rinviamo semmai a contributi come quello pubblicato da Giuseppe Barbera sulla rivista EreticaMente:

Ipazia era una insegnante del Serapeo di Alessandria: ciò implica moltissime cose che qui spiegheremo. Né era vergine perché rifiutava di essere sottomessa ad un mondo maschilista: ella era una sacerdotessa vergine del tempio terapeutico e come tale praticava lo studio della medicina sacra e dell’astronomia per identificare i migliori momenti per le operazioni sacerdotali, proprio come si faceva nel resto dei santuari di tutto il mondo. Santuari che si mantenevano con le rette degli studenti, particolarmente verso la fine del mondo antico, quando oramai lo stato (cristianizzato) non sosteneva più le accademie ed i templi.

Alla pellicola di Amenábar, agli articoli più seri rintracciati in rete, al magnifico spettacolo prodotto dal Teatro Belli, affidiamo quindi la memoria di questa donna, la cui grandezza di studiosa fu sacrificata al dilagare di un oscurantismo che, purtroppo, era appena agli inizi della sua letale carriera.

 


Stefano Coccia
Giornalista dello spettacolo e critico cinematografico da più di vent'anni, un tempo nel Comitato dei collaboratori fissi della storica Cinemasessanta, attualmente collabora con Sul Palco, CineClandestino e Taxi Drivers ->

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