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Robert Redford, icona di Hollywood e attivista progressista, ha incarnato il cinema politico e civile dagli anni ’60. Tra CIA, Watergate, rivoluzioni e diritti civili, ha usato il suo talento per denunciare ingiustizie, promuovere il documentario e sostenere la libertà e l’ambiente.
Addio Condor: Robert Redford, il radical temperato di Hollywood
“Nessuno è mai apparso più figo sullo schermo di Robert Redford, con basette troppo lunghe e un abbigliamento di jeans sbiadito, che va a prendere un panino e un caffè poco glamour per i suoi colleghi ne ” I tre giorni del Condor” proprio nel momento in cui vengono tutti assassinati perché in realtà sono agenti della CIA sotto copertura che sanno troppo senza sapere quello che sanno.”
Eileen Jones, Robert Redford Knows Too Much, Jacobin magazine
‘I tre giorni del Condor‘ è probabilmente il film che ho visto più volte in vita mia. Un film di successo di metà anni ’70 mostrava il lato oscuro dell’Occidente con una franchezza che oggi è introvabile tra gli opinionisti che imperversano sugli schermi tv.
Il piano segreto della CIA che nel 1975 andava tenuto segreto era l’invasione americana del Medio Oriente che poi dal 1990 si è progressivamente concretizzata causando milioni di vittime.
Nel 2007 con ‘Leoni per agnelli‘ sulla finta “guerra al terrorismo” fa incavolare i repubblicani che lo definiscono “film comunista”. “Dopo l’11 settembre, ci è stato detto di andare a fare shopping per non fare domande. Spero che questo film ricordi alla gente quali sono i fattori che ci portano in queste situazioni. C’è uno schema di comportamento ricorrente: Iran-Contra, Watergate, McCarthy… Il film ci chiede di fermarci e di guardare attentamente a tutto questo.”
D’altronde era stato il protagonista di ‘Tutti gli uomini del presidente‘ sul Watergate.
È tutto il cinema di Redford un manifesto dell’altra America che molto imparava dall’Europa dove c’erano una politica e una cultura di sinistra che negli States erano state bandite dopo il New Deal.
“Quando sono andato in Europa a 18 anni, è stata una vera e propria scoperta; è stato allora che la mia mente si è aperta. Ho iniziato a vedere il mio Paese da un punto di vista diverso. Non mi interessava la politica finché non mi sono state poste domande sul mio Paese a cui non sapevo rispondere.”
In ‘Come eravamo‘ i comunisti da mostri della propaganda maccartista diventano Barbara Streisand.
Sono particolarmente affezionato a ‘La caccia‘ di Arthur Penn con Marlon Brando. Un film del 1966 che fa capire da dove viene la cloaca razzista trumpiana.
Lo ricordo in Brubaker che cerca di cambiare la realtà carceraria nel paese che ha più detenuti al mondo.
Non poteva che essere lui in ‘Havana’ a raccontare la rivoluzione cubana. Divenne amico di Gianni Minà che gli presentò Fidel Castro e produsse il film sui ‘Diari della motocicletta‘ del giovane Ernesto Che Guevara.
Ormai anziano rese omaggio allo spirito degli anni Sessanta con film come ‘I signori della truffa‘ e ‘La regola del silenzio‘, omaggi espliciti ai giovani del movement che si schierarono dalla parte delle Pantere Nere e del Vietnam ma anche alle lotte delle nuove generazione per i beni comuni e l’ambiente contro il saccheggio delle multinazionali.
In Incident at Oglala prestò la sua voce per smascherare la montatura dell’Fbi contro il leader dell’American Indian Movement Leonard Peltier.
Da attore, produttore, organizzatore di cultura (Sundance Festival) Robert Redford è stato un esempio di integrità roosveltiana, democratica, progressista, schierato per la libertà di opinione, la tolleranza, lo stato di diritto, parità di diritti per tutti, contro la guerra, il razzismo, la distruzione dell’ambiente, dalla parte della ‘Gente comune‘ con cui vinse un Oscar.
È stato definito “il radical temperato per eccellenza” e non a caso i necrologi sottolineano che è stato anche un attivista, ambientalista e non solo.
“Ho imparato che i poteri forti delle aziende non saranno interessati ai frutti del tuo lavoro e della tua passione se non sei abile nel comprendere i loro obiettivi e nel parlare il loro linguaggio. Devi sempre presentarti in modo più conservatore di quanto pensi di essere in privato. Non puoi essere aggressivo, rumoroso, polemico o dichiarativo. Devi vendere ciò che hai alle loro condizioni. (…) Hollywood non è arte; lo sapevo. Ma non sapevo che se vuoi davvero che uno studio produca e distribuisca il tuo film, devi rispondere all’unica domanda che conta per i dirigenti del settore: come farà a guadagnare il tuo progetto?”
Il suo modo di essere attivista e produttore era molto americano. Da imprenditore alternativo. Al New Yorker disse che il suo modello era la libreria City Lights di San Francisco fondata da Ferlinghetti: “Ci sono entrato per caso una volta, anni fa, cercando jazz, e ho pensato: ‘Aspetta un attimo, che peccato’. C’erano questi tipi strani seduti su un palco che farfugliavano in un modo che non aveva senso, e all’improvviso è successo qualcosa. C’erano Allen Ginsberg e Gary Snyder. Lo spazio era insignificante, minimale. Non importava. Stava succedendo qualcosa.”
Apparteneva alla generazione che aveva attraversato la rivoluzione culturale e politica degli anni ’60 e in un’intervista del 1970 dichiarò: “Non sono un uomo di Hollywood. Ricordate quel tizio che entrava e usciva da The Time of Your Life di William Saroyan , dicendo ‘Non c’è fondamento, non c’è fondamento, su tutta la linea’? Beh, questo è ciò che penso di Hollywood. Non si può più gestire una forma d’arte come un’azienda, e loro ci provano ancora. Per loro i film sono come aspirapolvere o frigoriferi. Questo approccio mi disgusta.”
Diventato una star della New Hollywood non perse mai quello spirito e mise il suo successo a disposizione del cinema indipendente e del documentarismo. Dopo l’Oscar ha fondato il Sundance Film Festival e il Sundance Institute poi anche una fondazione al servizio dell’attivismo ambientalista.
Artista politicamente cosciente aveva sostenuto Obama ma non mancò di criticarlo alla fine del mandato: “Uno dei motivi per cui ho sostenuto il presidente Obama è perché ha affermato che dobbiamo proteggere l’aria pulita, l’acqua e la terra. Ma a cosa serve dire la cosa giusta se non si agisce di conseguenza?”
Già con ‘Il candidato’ negli anni ’70 aveva messo alla berlina un sistema politico in cui la cosmesi conta più della sostanza e questa preoccupazione è cresciuta negli anni 2000 dopo la sentenza che ha legalizzato il finanziamento privato senza limiti delle campagne elettorali: “Credo che togliere i soldi dalla politica sarebbe una cosa molto sana. E invece eccoli lì, con tutti i soldi del mondo.”
Non gli piaceva Trump e non lo ha mai nascosto: “per la prima volta mi sento fuori posto nel Paese in cui sono nato e nella cittadinanza che ho amato per tutta la vita”.

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