Il cinema italiano che nega le radici, continua ad affidarsi ai remake francesi

Il cinema italiano, un tempo maestro della commedia, oggi funziona così: per smarcarsi da ogni responsabilità d’insuccesso, aspetta l’uscita della “deliziosa commedia francese”.

Il cinema italiano e i remake francesi

Petrolio, gas e trama. Quando l’Italia va in affanno, non produce e non inventa, sperpera e non si arresta, ricorre a un unico espediente, metodo infallibile a cui appellarsi: importazione e deferenza.

Se la materia prima manca, inutile tormentarsi con la ricerca sulle rinnovabili e alternative: tirare i remi in barca e chiedere, senza neanche accertarsi di costi e opzioni migliori. Si prende quel che c’è, per una soluzione a lungo termine si vedrà.

Per un ramo della commedia italiana funziona così: il genere da anni in crisi per smarcarsi da ogni responsabilità d’insuccesso, aspetta l’uscita della “deliziosa commedia francese”, assiste all’accoglienza dell’annata e poi: la importa. “Io non ne posso più dei remake francesi” ripete Claudio Maiorana nella serie Call My Agent – Italia, creando una vertigine di gioco farsesco.

Perché cos’è il prodotto a puntate Sky, se non un rifacimento di un format francese? È un cane che si morde la coda: per i primi secondi fa ridere, poi l’immagine diventa motivo di perplessità.

Ma da quando l’Italia ha dismesso la sua comicità, capacità di analisi e critica, abilità di intercettare e ascoltare un malessere per raccontarlo? Perché lo sguardo trasversale del nostro cinema, in grado di parlare al preside come al bidello, ha abbandonato la sua missione per sedimentare un linguaggio patinato e irreale?

La commedia italiana è condannata all’importazione di materie prime per sopravvivere? Certo, la trasposizione della commedia non è un fenomeno nuovo né recente. Basta vedere Ernst Lubitsch per quanti remake sia stato d’ispirazione: da Alan Johnson e Mel Brooks (Essere o non essere, 1983) a Nora Ephron (C’è posta per te, 1998).

Da indiscussa guida in campo cinematografico del genere, ha stabilito canoni, dettato tempi e modi di scrittura; non è un caso che sulla parete, accanto alla scrivania di Billy Wilder ci fosse la scritta incorniciata “How would Lubitsch do it?”: nei momenti di crisi, alzi lo sguardo e pensi a cosa avrebbe fatto “il gigante”, come lo chiamava Orson Welles.

È comprensibile volersi misurare, sfidare e fare proprio un modello intramontabile. Anche solo per calcolare la distanza. Ma quando si smette di guardare ai giganti per emulare qualcosa di più accessibile, anche facilmente migliorabile?

Tocca agli americani andare oltreoceano per trovare nuove trame, espressioni e azzardi, e la Francia propone un modello ottimale: tematica sociale di sfondo ma senza eccessivi spunti critici (Due padri di troppo, 1997, remake della pellicola del 1983 Les compères – Noi siamo tuo padre, oppure Piume di struzzo, 1996, remake del celebre film Il vizietto, 1978, di Édouard Molinaro), ricerca del ridicolo e storia d’amore (True Lies, 1994, remake del film diviso tra spionaggio e commedia, La totale!), ambientazione per lo più borghese (Tre scapoli e un bebè, 1987, remake di Tre uomini e una culla), ma soprattutto un ecumenico lieto fine. La scuola di comicità francese ha come riferimento un macaron: dolcissimo, colorato e più leggero di una piuma, meglio se in serie.

Tutt’altro discorso per gli italiani: una commedia brutta, sporca e cattiva. Fin dagli inizi è un genere che vive di colpi di soliti ignoti, furti e vigliaccherie, miserie umane e povertà.

Se finalmente dal secondo dopo guerra a chi scrive è restituito il diritto di poter rappresentare la realtà e raccontarla senza distorsioni, allora la commedia non fa sconti a nessuno, soprattutto alla politica.

E anche quando sono i rapporti interpersonali ad essere centro della trama (L’anatra all’arancia di Luciano Salce, Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto di Lina Wertmüller, Amore mio aiutami di Alberto Sordi) è il linguaggio, lo sguardo e la capacità di tessere un rapporto diretto con le evoluzioni della società a farne sempre un film politico. Scontato il risultato: a un sistema di intrattenimento, come quello americano, non può interessare una scrittura così amara e tagliente. E quando qualche regista si avventura in un remake hollywoodiano, il risultato lascia molto a desiderare.

Luciano Salce (Foto da Sentieri selvaggi)

Le domande a questo punto invece di diradarsi si moltiplicano: perché avendo una grande tradizione iniziata dai Monicelli, Scola, Germi, Risi, l’Italia ha fatto tabula rasa e cominciato a guardare oltralpe per trovare dei riferimenti, regalandoci ogni stagione un nuovo remake di Luca Miniero? È incapacità di fotografare le città che abitiamo o decisione di addolcire il contesto, con parametri diversi?

Non che l’autarchia della risata possa essere una soluzione: allargare i rimandi è sempre possibilità di sperimentazione e strade inesplorate. Appare singolare che si prenda come canone un’unica tradizione.

Si smarrisce il surrealismo di Sergio Cabrera (dalla Colombia, regista con Colpo di stadio e La strategia della lumaca), si allontanano i silenzi e i perfetti tempi comici di Elia Suleiman (palestinese, regista di Il tempo che ci rimane) ma anche la coralità e l’emarginazione di Emir Kusturica.

È come se il cinema italiano avesse investito i francesi nell’ultimo decennio (da Il nome del figlio, remake del film francese Cena tra amici a Corro da te, remake del francese Tutti in piedi di Franck Dubosc) del potere di dettare parametri e schemi della commedia. Un processo di omologazione, politicamente corretto, dal razzismo alla disabilità, che assomiglia a una direttiva europea: dato il modello, tocca adeguarsi, è l’unico modo per poter ridere e magari indignarsi.

La commedia italiana ha dimenticato i cento Mario, tutti ladri, de I soliti ignoti, oppure vuole interrompere lo sguardo e scordarsi dei nuovi poveri, emarginati, diversi che vivono sempre nei suoi confini?

In fin dei conti alla commedia italiana non serve un piano di importazione, ma solo coraggio. Allontanarsi dai salotti con tradimenti, discussioni sugli alimenti ed eredità, scendere le scale e rimettersi in strada, in ascolto sulle metropolitane e i bar, i punti Snai e i centri di accoglienza.

In mezzo a quell’umanità che non ha mai avuto paura di mostrarsi esattamente com’è, sgraziata e pesante, un po’ grigia e unica, ma mai come un macaron.

 

 

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Bianca Fenizia
Bianca Fenizia
Scrive di letteratura e cinema per Tortuga e cura la redazione del Laceno d'Oro e Matera Film Festival.

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