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Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, alias Franco e Ciccio, la coppia per antonomasia della comicità popolare italiana, più improbabili e assurdi che mai, capaci di travolgere il cinema e lo spettacolo italiano con l’irruenza dei veri fenomeni.
Franco e Ciccio, geniali maldestri
Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, alias Franco e Ciccio interpretano se stessi: utilizzarono esclusivamente i loro diminutivi artistici, come Stanlio e Ollio.
La loro coppia si formò prima ancora delle loro attività nel teatro e nel cinema. Erano già definiti prima della loro unione. Inscenavano nelle piazze dei paesi situazioni surreali, tragiche, comiche, ridicole che partivano dalla quotidianità. I passanti, e gli spettatori consapevoli all’inizio non erano in grado di comprendere le vicende e le scene allestite.
Sembravano vicende reali. E ciò suscitava lo sgomento, la rabbia, o la presa di parte per uno dei due contendenti. Franco e Ciccio provenivano dalle case vicine, dalle campagne, dalla periferia, da luoghi diversi: gli estranei. E anche se fossero stati cittadini del luogo, sempre erano di qualche ramo di parentela lontano, rigettato, spurio.
Nei paesi della Sicilia in cui si avventurarono erano rivenditori, fabbri, falegnami, oppure prestatori di servizi, braccianti goffi, improbabili, patetici, incapaci. E seppure manifestassero talvolta qualche capacità o furbizia, queste erano annichilite dalla stupidità e dall’avventatezza del compare e viceversa. Di volta in volta assumevano i ruoli, i lavori, le posture, gli stili di comunicazione dei luoghi in cui rappresentavano le scene, senza che preavvertissero il pubblico.
Poteva accadere che i passanti intervenissero durante i loro finti litigi per interporsi tra i loro scontri. Non esisteva una scena. Il luogo era lo stesso teatro. L’origine della rappresentazione era certamente una finzione architettata dai due, ma lo snodarsi della vicenda incorporava il flusso del vivere quotidiano delle vie e delle piazze del luogo.
La materia cui attingevano era inesauribile: la comunità nei suoi cicli quotidiani. Tutto assorbivano Franco e Ciccio, e lo riportavano in termini oppositivi creando la dissonanza, il disastro, l’inversione tra gli scopi e i mezzi, le ambizioni e i fallimenti, l’idea di aver compreso i fatti, e la realtà di non aver inteso alcunché. Ridicoli anche nella rabbia simulata.
Sembrerebbe allora che fossero bravissimi nelle pantomime e nelle satire verso qualcuno di potente o di qualche figura tipica del luogo. In realtà, invece, ciò costituiva talvolta un aspetto accessorio. I bersagli erano loro stessi. Il ridicolo, il comico, il fallimento, erano autoinflitti. Assorbivano il mondo, per esserne sopraffatti, senza poterne fare a meno, perché da esso attingevano alle parole, all’identità dei ruoli che via via assumevano, restando uno Franco e l’altro Ciccio, divenendo una coppia per opposizione.
Il conflitto è quello del mondo che muta nel tempo, che conferisce un senso al loro operato e al loro vivere quotidiano nello schiantarsi continuamente nel fallimento, ovvero nell’impossibilità di essere certi di raggiungere i propri scopi, o di aver fornito risposte chiare e sicure, rispetto ai loro dubbi verso tutto ciò che sperimentavano.
Non possiamo neanche considerarli gli “scemi del villaggio”, perché nelle comunità quasi a noi contemporanee, questi ultimi avevano qualche capacità divina di comprensione a noi oscura. Loro, invece, risultavano ridicoli nel disastroso tentativo di sopravvivere e di uniformarsi agli stili di vita del luogo e al senso comune.
Per accentuare l’opposizione, uno sceglieva un polo fittizio avverso all’altro. Magari uno più riflessivo, e l’altro irruento, ma sempre e comunque inadatti e inadeguati. Erano veramente gli stranieri. Per ogni gruppo di individui che incontrano, lo trasformano in un pubblico, con il quale cercano invano di entrare in contatto. L’unica conseguenza è la risata per l’incomunicabilità, travestita dal ridicolo che li trasforma in comici.
La questione più profonda è che Franco e Ciccio rappresentano la natura nascosta delle relazioni sociali, le quali dipendono da un patto inespresso che cela un atto di fede (di fiducia) che può essere sempre rotto, o divelto dagli eventi imprevedibili. Anche quando cercano di rappresentare una finzione, nella veste di comici, falliscono. Il pubblico non si accorge che questi due maldestri, non sono uno specchio, ma la loro eco.
Sono seri. Non ridono. Tutto ciò di cui litigano, e su cui agiscono è tremendamente vero. Il comico è il giudizio di difesa del pubblico che non vuole vedersi, non vuole capirsi. Non hanno una biografia o una propria storia. Acquisiscono un senso esclusivamente nel tempo presente, entrando in contatto con l’urbe, più in generale con la società. Evocano ciò che non possono dire, a un pubblico che è cieco verso se stesso. Questi due fallimenti sono la matrice inesauribile di spunti in cui Franco e Ciccio ripetono il comico attraverso i loro scontri dialettici.
Sono siciliani in un senso ancora più profondo: sono echi e voci della natura che entrano nelle vie delle città e nei luoghi chiusi. Franco e l’urlo, Ciccio è il gemito. Ogni suono colpevolizza l’altro, ma anche ciò è un inganno, perché è la stessa emissione sonora: l’urlo del vivere e il patimento di sentirlo. È veramente la Sicilia che erutta vita: il mito della grande madre che emana i flussi e i canti del mar di mezzo, tra i popoli e le ombre che richiama ogni sua figlia o figlio, ovunque.
Cercano il potere, l’autorità, la ricchezza, ma questi segni appena sono da loro indossati, mostrano la maschera caduca e depressa. È un canto riguardo all’assurdo del vivere che richiama il contro canto dell’impossibilità di farne a meno: la tragedia: la Tragoidia che è espressa innanzi ai passanti nella pubblica piazza.
Tutto ciò accadde prima ancora che entrassero nella rivista del cabaret e dei teatri, e nel circuito cinematografico. I tempi del teatro sono più stretti, nell’ambiente artefatto del palcoscenico. Non è un caso che assieme ad altri attori comici girassero per le città e i paesi, traducendo la loro visione del mondo in scenari precostituiti e più ordinati, sia nel tempo dato a loro a disposizione sia nei contesti più intimi e privati.
La ricostruzione durante il primo dopoguerra procedeva speditamente. Cambiavano i rapporti tra le città e le campagne, e il modo di vivere nelle strade, in modo discontinuo, a macchia di leopardo. Entrano nuove parole.
E anche qui Franco e Ciccio entrano a loro modo: tra le cucine, le cantine, i luoghi di rimessa dei negozi, dei falegnami, i corridoi dei nuovi uffici delle amministrazioni municipali e delle forze dell’ordine: i nuovi poteri. Come quelli dei nuovi studi medici e negli ospedali, dove lo spazio diveniva sempre più razionale. Vi era una costante nel creare una crepa dissonante già con la presenza: inadeguati, ignari delle regole e delle parole di ordine per interagire in queste nuove comunità linguistiche e di senso. Goffi, ma sinceri nell’assumere una serietà che dona lo sgomento, l’urlo e la successiva afasia.
Nel passaggio tra il teatro e la rivista e il cinema, acquisiscono altre tecniche di comunicazione. Ora il pubblico è totalmente separato fisicamente, sicché utilizza sempre più l’occhio, non essendo più sopraffatto dalla loro irruenza. Perché prima di tutto, questa coppia agisce attraverso il fisico, il modo di muoversi in modi irriverenti, invasivi, strabordanti, rumorosi. Mancando l’azione dei vortici di disordine da loro evocati in senso volumetrico, non è un caso che debbono esaltare e rendere ancor più sofisticata la loro mimica facciale in rapporto alla voce, al corpo, e alle interazioni con le scene allestite nella ripresa filmica.
Franco esagera e deforma continuamente il volto.
L’eloquio diventa innaturale. Gli aggettivi declinano sempre più in modo superlativo. Le frasi variano da uno stato acuto a quello basso. Il tono non è mai e sereno. È una barca a remi in balia di una tempesta. Le mascelle, gli occhi e la fronte divergono per poi scontrarsi bruscamente con l’inversione di fase durante gli sproloqui. Nei momenti topici, neanche emette più parole compiute: la vocalità è ancestrale: un vero e proprio canto primordiale.
Anche quando è muto, Franco parla. Talvolta qualcuno disse che assomigliava a una marionetta, anzi a un pupo siciliano. È un argomento controverso. Forse si potrebbe controbattere che è vero il contrario, perché non può avere fili dato che, sebbene sia continuamente non coordinato, vi è comunque un tono di fondo delle sue posture che è interno. Non può essere eterodiretto, perché è imprevedibile, ma razionale nel confrontarsi alla pari con Ciccio. Franco sembra un uomo a quattro dimensioni: una voce che si decompone in più parametri. Nel cinema, i momenti in cui paradossalmente, tace, emette suoni gutturali, tratteggiando in modo unico le scene. Lì è il suo marchio indelebile.
Ciccio, in termini oppositivi, diventa, quello che noi nel nostro immaginario di generazioni nate con il cinema in relazione con la televisione, consideriamo una figura ieratica. Le sue espressioni mimiche si riducono sempre di più. Gli occhi si accigliano. La bocca emette sibili o toni bassi. Le parole evaporano da una pentola che bolle socchiusa. Si nutre delle tempeste di Franco, ma le accoglie, perché allarga sempre di più i toni bassi: il ritmo della terra: quello che è detto la ctonia. L’ordine delle ombre e di ciò che è oltre il villaggio, l’urbe, la città: dove non vi è l’illuminazione. È lo scuro del bosco e dei sotterranei. Del sottosuolo che vuole essere un principio ordinatore, ma che risulta incomprensibile e non coerente.
Ciccio è un vapore indistinto.
Il suo fisico sta e si muove esclusivamente per il marchio dei ruoli che interpreta: l’insegnante che sta seduto, il medico in piedi che si curva per dialogare o visitare quel paziente strano di nome Franco, l’impiegato seduto a scrivere in un banchetto, rannicchiato tra la sedia, la penna del potere, e il foglio dell’ordine temporale e spaziale. Se Franco si esprime senza avere alcunché intorno, Ciccio risponde con le posture, i vestiti e i manufatti del mondo. È vuoto: i linguaggi non possono definirlo. Attenzione non che Ciccio sia inessenziale, piuttosto è inafferrabile, leggero, sfuggente. Franco cerca un ordine, uno scettro tangibile per conferire senso al mondo, ma ogni tentativo cade, perché è al tempo impossibile da circoscrivere e impotente ad adeguarsi alle dimensioni linguistiche e di scopo delle comunità.
Ed infatti, Ciccio, non può che esprimersi soltanto attraverso il suo antagonista che gli fornisce la materia in cui può essere raffigurato per opposizione. Ciccio tenta di divenire reale, nel configurare un soggetto sociale che imporrebbe un ordine a quella materia vulcanica che è Franco, ma fallisce, perché i suoi vestiti, le parole, e le interpretazioni del mondo crollano, spingendo all’estremo il paradosso caotico che è Franco.
E i nostri due eroi, che tali non sono, ricominciano daccapo, portando con sé la scena filmica, anzi la stessa sceneggiatura che non arriva a una fine, o a un compimento delle avventure: il ritmo filmico deraglia e si decompone in nuovi frammenti che rivengono attirati dal vortice conflittuale di questa coppia.
Noi ridiamo degli eventi contingenti scaturiti dai due maldestri apprendisti del vivere civile, già inadeguati e fuori tempo. Però, forse, quella risata non è totalmente liberatoria, perché la tensione d’energia che esprimiamo nel sentire il lato buffo del fallimento e quello comico della contraddizione tra gli scopi e i mezzi impiegati da parte di loro due, non esce fuori dal nostro petto e dalla nostra bocca. Una parte ci rimane nel petto e ci pesa. Ci richiama verso qualcosa di cui noi stessi ne facciamo parte. Attraverso loro due siamo richiamati in modo ancestrale nel vederci in bilico tra due abissi di insensatezza: la fede ingiustificata nel porci detentori della capacità di formulare un perché delle cose e della consapevole impossibilità di ottenere una risposta, se non per mezzo di continue contraddizioni.
Franco e Ciccio: una cartina di tornasole che informa dell’assurda esistenza di un ente che ride volendo farlo, tra certezze e verità.

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