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giovedì 19 Maggio 2022
TecnèFederico Mattioni, un urlo liberatorio per il cinema

Federico Mattioni, un urlo liberatorio per il cinema

Cinema indipendente italiano: conversando con Federico Mattioni, l’autore di alcuni originali racconti cinematografici.

Federico Mattioni, il guerrilla filmaker del cinema indipendente

Un urlo liberatorio, per il cinema. Un urlo che uccide. Dopo aver visto tempo fa in anteprima assoluta il suo nuovo cortometraggio, The Shout, ci siamo subito fomentati.

Un po’ perché la poetica di Federico Mattioni, giovane e originalissimo autore, ci piaceva già da prima, ovvero da quando abbiamo scoperto opere coraggiose, totalmente fuori dai consueti schemi narrativi e produttivi italiani, come i lunghi Tundra e Dalle parti di Astrid o come i corti realizzati in precedenza.

Ma la nostra reazione entusiasta è dovuta anche al fatto che Federico, da un’angolazione senz’altro particolare, ha scomodato stavolta nomi importanti della letteratura e della settima arte, nel senso che il suo breve ma folgorante lavoro cinematografico è ispirato all’omonimo racconto di Robert Graves da cui un Maestro come il polacco Jerzy Skolimowski trasse a suo tempo L’australiano (The Shout, 1978): una pellicola conturbante, magica, spiazzante, che si è sedimentata in maniera indimenticabile nelle nostre memorie cinefile.

Di questo e di molto altro ancora abbiamo conversato con Federico, guerrilla filmaker attivo a 360° in campo cinematografico (tra i pochi, ad esempio, che riescono a coniugare brillantemente l’attività di cineasta con quella di critico e giornalista), che oltre a presentarci i suoi nuovi progetti si è prestato anche a tastare il polso assieme a noi al variegato e troppo spesso ignorato panorama delle produzioni indipendenti in Italia.

Un urlo liberatorio, per il cinema Federico Mattioni

Federico, partiamo proprio da The Shout, l’ultimo corto da te realizzato. Prima di parlare delle sue fonti di ispirazione, cosa puoi dirci del festival che ha fatto da cornice alle riprese? Vorremmo saperne qualcosa in più su Cinemadamare, sull’atmosfera che vi si respira e sui lavori che vengono lì realizzati…

Cinemadamare è ormai una realtà del cinema indipendente italiano e internazionale. Un’opportunità di crescita non solo professionale ma anche umana. C’è la possibilità di relazionarsi e collaborare con cineasti, attori, tecnici, spettatori appassionati, provenienti da ogni parte del mondo. Un’esperienza che consiglio sempre di fare, soprattutto in una realtà che c’impone dei diktat produttivi e distributivi, penso sia un buon modo per mettersi alla prova e imparare a finalizzare dei lavori, inizialmente più piccoli, con le proprie forze e con le risorse che più o meno fortunatamente ti ritrovi a disposizione.

Entrando nel merito del cortometraggio, abbiamo riconosciuto elementi che rimandano a un racconto di culto, come anche al capolavoro di Skolimowski che ne è derivato. Cosa puoi dirci di questa duplice ispirazione, letteraria e cinematografica?

Avevo nel cassetto qualche sceneggiatura desunta da racconti di alcuni famosi o magari famigerati scrittori. Quest’anno si è presentata la possibilità di realizzare The Shout, un progetto scritto 7 anni prima e non ho esitato. Rimasi molto affascinato e intrigato tanto dal racconto di Robert Graves da cui è tratto, quanto dal film di Jerzy Skolimowski.

C’è da dire che il film amplia il concentrato di elementi di suggestione del racconto, associati a una simbologia di natura archetipica. Ho pensato di ricavarvi una visione personale di tutti quegli elementi, condensandoli nella mia concezione di paranoia nei riguardi del diverso, nel senso di minaccia che emerge da tutto quel che non ci somiglia per niente e tuttavia ci condiziona la vita, e poi sul pregiudizio latente, quel vago senso di scetticismo che talvolta fa compiacere gli esseri umani di sguazzare nella loro ignoranza.

Bisogna sempre mantenere i piedi saldi per terra e verificare le cose prima di poter asserire argomentazioni. La figura aggiunta del giovane aspirante scienziato cade vittima proprio di questa sua ottusità e si vede privato dei suoi tesori più cari. Dentro quest’ordine/disordine di cose, si va a colpire l’unione di coppia e tutti i suoi schematismi.

Lo stregone Crossley ho deciso di dipingerlo come un opportunista che si prende tutto, anche la di lei coscienza, risucchiandosi tutto come un vampiro. E la casa, quella stessa casa che è spesso e volentieri una gabbia per coloro che credono nel matrimonio e nell’utopia dell’eterna fedeltà degli sposi.

 

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Nell’introdurre certi elementi misterici, ad esempio l’urlo con le sue conseguenze, il tuo approccio è senz’altro psichedelico ma al contempo più asciutto, più concentrato sui personaggi che sulla cornice naturale, rispetto a come vi si era rapportato Skolimowski. Puoi dirci come ti sei mosso per rappresentare questo delicato momento e magari, visto che si accennava ai personaggi, come si sono rapportati gli interpreti a una partitura così secca, rapida, eppure intensa?

Ho optato per un taglio forte, un montaggio-shock, tuttavia senza effetti speciali, se non ammalianti richiami sonori. Ho pensato di concentrarmi sulle tensioni latenti tra i personaggi, sulla paura per l’ignoto e su una dimensione da incubo ad occhi aperti che permane lungo tutta la durata, anche oltre la confessione iniziale da parte della coppia che ha appena fatto un sogno condiviso che si rivela poi essere premonitore.

Ma è stato tutto molto veloce, lo abbiamo girato in circa 7 ore, senza una vera e propria troupe e con una comunicazione piuttosto rapida tra me e il piccolo cast di attori. E devo dire che rimanendo molto colpiti dalla sceneggiatura, penso proprio che siano stati gli stessi contenuti a veicolare una certa armonia tra le componenti, ancor più della mia direzione che credo abbia favorito una certa atmosfera, data anche dalla suggestiva ambientazione collinare di Monteleone di Spoleto.

Ci risulta che dopo Dalle parti di Astrid e Tundra tu abbia terminato le riprese di un terzo lungometraggio, Casa occupata. Innanzitutto quanto è stato difficile portare avanti un simile progetto cinematografico, in questo periodo così difficile per il mondo dello spettacolo?

Difficoltà enormi, ma ci ero abituato. Ci ero abituato per via della mancanza di professionalità di alcune figure con le quali spesso mi sono dovuto rapportare e che, un po’ per errore mio e un po’ a volte per mancanza di valide alternative, non avevo sufficientemente (ri)conosciuto. Difficoltà enormi, perlopiù aggirate grazie a un’oculata produzione, figlia di una sceneggiatura attentamente studiata in previsione proprio di una situazione come quella attuale.

L’ultimo giorno di riprese, in particolare, lo abbiamo dovuto incastrare in giorni di semi-lockdown, ed è stato il giorno più difficile e delicato, considerate le attuali norme. A settembre ci aveva flagellato il maltempo ma le riprese erano previste per un buon 80% all’interno di un appartamento e quindi ce la siamo cavata per un totale di soli 8 giorni di lavoro. Ho armonizzato una troupe di professionisti e semi-professionisti che hanno sposato il progetto con la voglia di mettersi in evidenza, verso i quali ho cercato di trasmettere tutto il mio entusiasmo.

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Entriamo ora un po’ più nello specifico di Casa occupata. Da dove nasce questa nuova idea? E ci sono temi ricorrenti, rispetto ai tuoi precedenti lavori?

L’idea prende forma sotto lockdown, in isolamento creativo. E trae la sua origine da un cinema intimista, poetico, come riflessione sulla solitudine, il senso dell’esistere, l’amore, temi che da sempre mi caratterizzano, e senz’altro, come sempre, la potenza della sensualità, anche quando il grigiore e il freddo relazionale sembrano caratterizzare la socialità di un individuo e il contesto nel quale si sente sperso; come accade in questo film al protagonista, un pianista che afferma più volte con fierezza di essere un poeta.

Trae linfa anche dal desiderio mio personale, considerate anche le ristrettezze economiche con le quali devo e sono ormai abituato a convivere, di dirigere un film con pochissimi attori, quasi interamente all’interno di un unico ambiente, cercando tuttavia di non renderlo troppo teatrale e verboso.

Questo era l’obiettivo principale del film e credo di esserci riuscito, anche nel tentativo attento di non renderlo troppo ermetico e di fornire delle spiegazioni al pubblico, nella speranza di rintracciare più e meglio degli spettatori pensanti. L’obiettivo del mio cinema rimane sempre quello di far riflettere ed emozionare, spiazzare e titillare a livello sensoriale, affinché quel che si è visto e sentito rimanga poi particolarmente impresso.

I miei film non ammettono, pertanto, una visione troppo passiva, come sono abituati molti frequentatori assidui dei social, totalmente soggiogati dai meccanismi insiti nella nuova tecnologia.

Già in Tundra era emerso un tuo interesse per i generi cinematografici, parafrasati lì con una certa scioltezza. In Casa occupata quest’altra tua vocazione ha avuto modo di radicarsi, di irrobustirsi?

Devo dire che stavolta ho fatto un lavoro, nonostante le tempistiche molto ristrette, più particolareggiato a livello di pre-produzione, e penso che questo aiuti ad indirizzare la storia verso dei canali di fruizione più specifici.

Ho creato una playlist di canzoni innestate sulle atmosfere e sui toni toccati poi durante la lavorazione del film che ho fatto ascoltare a tutti. Con il reparto produzione e regia, e con gli attori protagonisti, abbiamo visto assieme, a casa della produttrice, location principale delle riprese, ben cinque film (per me utili a comprendere la direzione della storia e le dinamiche interne al racconto, cosa questo film avrebbe dovuto suggerire in sostanza): Images, Omicidio a luci rosse, Cashback, L’uomo senza sonno, Inception. Ho nascosto loro, a dire il vero, per non indirizzarli in maniera troppo precisa, le filiazioni più dirette che questo film ha con La donna che visse due volte, Sussurri e Grida, Ferro 3.

Durante la realizzazione, mi sono poi reso conto di essermi avvicinato, in certe immagini e nei particolari soggettivi e simbolici, a certi film di Roman Polanski e alla forza espressiva di Ken Russell e David Lynch, oltre che alle atmosfere rarefatte e distese di certi film orientali, tant’è che filmando mi si sono impresse delle istantanee della poesia presente nei film di Ozu. Credo che questo film sia quello che rappresenti in maniera più precisa, e mi auguro sentita, la mia idea di cinema, la mia propensione naturale ad un tipo di cinema metafisico, ben radicata però dentro un discorso di approccio ai generi e a una tipologia di narrazione più narrativa, anche se non troppo tradizionale.

Casa Occupata è di base un film gotico-romantico con una visione dell’amore e della poesia totalizzante, com’è nella sua più pura accezione di assoluto e di eterno oltre la morte il genere di riferimento, con venature horror e una piega psycho-thriller destabilizzante. Sono ai primi vagiti di montaggio, non posso anticipare troppo ma queste sono le linee guida.

Sono particolarmente soddisfatto delle atmosfere rarefatte e poetiche generate nelle scene in interni e dal fatto che per la prima volta ho avuto nella troupe un vero direttore della fotografia, nonché operatore di macchina piuttosto meticoloso, che con due misurate luci e un team di giovanissimi collaboratori, ha favorito quest’ordine di cose, esaltando il disordine soggettivo del protagonista e innestandosi con acume nella mia visione poetica del film.

Un urlo liberatorio, per il cinema Federico Mattioni

Nel frattempo hai collaborato anche come selezionatore alla prima edizione dell’IndieCinema Film Festival, neonata rassegna di cinema indipendente. Qual è la tua idea del panorama “indie” attuale?

Penso ci sia sempre più fermento, complice anche quest’epoca di grandi incertezze. Penso che dalle difficoltà possano nascere poi realtà migliori e una maggiore voglia di azionarsi e fare. Restano pochi quelli che hanno voglia di osare immergendosi nel panorama della fiction cinematografica.

Quando si parla d’indipendente, contrariamente agli Stati Uniti, dov’è vivo e vegeto il vero cinema indipendente, in Italia si pensa soprattutto ai documentari. C’è chi riesce a farsi sostenere pubblicamente ma si tratta pur sempre di rari casi e non si dovrebbe parlare di cinema indipendente. Senza ampliare troppo il discorso su certi meccanismi di accesso ai fondi e sul sistema castrante della casta, penso che realtà come quella dell’IndieCinema possa essere una risorsa utile affinché si allunghi la vita di certi film che sprovvisti di una vera distribuzione, hanno vita cortissima in sala e, spesso e volentieri, singhiozzata nell’arco di mesi e mai concentrata in un periodo circoscritto all’interno di più città e cinema.

Come sappiamo, in questo Paese non c’è sostegno al cinema indipendente, e anzi, quando autonomo rispetto alle frustranti realtà intrallazzanti, viene fatta spesso e volentieri terra bruciata ai talenti e alle risorse che i singoli mettono in campo quasi esclusivamente con la loro nuda e cruda, pura creatività. Si tratta di una lunga battaglia da continuare a combattere con le unghie e con i denti e l’unico modo per farlo e fare progressi in questo senso è fare, fare, fare, realizzare sempre più film, osare con qualcosa di più di un semplice corto.

A forza di fare si fanno progressi in tutti i sensi e si acquisiscono contatti. Il tuo nome comincia a girare con maggior disinvoltura e si pone all’attenzione di diverse realtà che un domani potrebbero aprirsi e cominciare a sostenerti. Ed è proprio attraverso certe piattaforme digitali che si può arrivare più velocemente all’attenzione di personalità più e meno rilevanti del panorama indie internazionale. La cultura passiva del lamento non mi appartiene.

Mi appartiene quella della vividezza e della rabbia, della grinta, figlia della voglia di fare, nell’intento di riuscire sempre meglio. Se mi fossi abbandonato alla cultura del lamento o avessi seguito il velato suggerimento di certi ipocriti di restarmene buono a casa senza fare nulla solo perché non riesco ancora a realizzare film con budget adeguati alla causa, a quest’ora sarei ancora a zero film e il mio nome non avrebbe cominciato a circolare.

La cosa che più mi desta orgoglio, dopo tre lungometraggi e una miriade di corti, è la stima professionale e umana che mi accordano alcuni collaboratori e sempre più attori. Ti fa quasi sentire dentro una botte di ferro.

Un urlo liberatorio, per il cinema Federico Mattioni

Per finire, anche se immaginiamo che la post-produzione di Casa occupata ti terrà occupato per un po’, ci sono già altri progetti all’orizzonte?

Sì, come sempre. Ho bisogno che la mente sia costantemente proiettata verso una prospettiva felicemente condivisa dai miei più stretti collaboratori e da tutta una serie di nuovi contatti destinati a entrare in ballo, come in tutte le selezioni che si rispettino. Ho bisogno che qualcuno si entusiasmi alle mie idee e che non veda l’ora di supportarmi.

Penso sia naturale, bisogna trarre linfa dalle relazioni umane e farsi condizionare dalle più belle riuscite filmiche. Innanzitutto, permane il desiderio di realizzare prima possibile il film Breve Idillio, per il quale sto facendo casting da 2 anni e che, complici la mancanza di budget adeguato e ora la pandemia (il film è pieno di contatti fisici), ho dovuto rimandare a periodo da destinarsi.

Consapevole e desideroso di voler trattare e approfondire tematiche quali le relazioni interpersonali di coppia tra donna e uomo ed esplorare le complicanze insite nella esplicitazione della sessualità, sono emerse nella mia mente delle idee molto forti e con un potenziale commerciale più alto.

Ho appena scritto un cortometraggio mockumentary dal titolo Fran Luv sopravvissuto per amore, che indaga la storia di una sorta di latin lover, ossessionato dall’amore e capace di magnetizzare l’attenzione delle donne amandole come raramente capita, per via dell’eccessivo sviluppo di ossitocina, almeno secondo parere medico. Raccontano la sua storia parenti, amici, ex fidanzate, medico e un vocal coach che gli ha insegnato bene a usare la voce, strumento innegabile di seduzione al pari dello sguardo.

Ho voglia di sfruttare ancora il genere mockumentary, dopo Tundra, perché penso sia il genere per eccellenza del futuro, per via proprio delle potenzialità di racconto e d’innovazione che può offrire. Nella mia idea, il corto dovrebbe poi diventare qualcosa di metacinematografico, per offrire un omaggio appassionato, la testimonianza di quella che è poi una prova d’amore suprema. Pochi giorni fa ho scritto poi il soggetto per un altro lungometraggio (titolo provvisorio Solo accompagnati) interamente ambientato in un appartamento, con due coppie al centro della storia.

Una lucida e spietata analisi dei meccanismi insiti nei rapporti di coppia nella società di oggi, dove, complici distrazioni social, esibizionismi e opportunismi vari, la confusione di ruoli e identità, sentori e prospettive di vita, si finisce per complicare ulteriormente i piani.

L’idea è quella di mettere a nudo tali dinamiche attraverso uno stratagemma narrativo spiazzante, per mettere poi a soqquadro la loro apparente credibilità, insita nel giuoco dei ruoli tipici di uomo e donna. Una radiografia in interni che ricorderà Closer, prendendone le dovute distanze.

 

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Stefano Coccia
Stefano Coccia
Giornalista dello spettacolo e critico cinematografico da più di vent'anni, un tempo nel Comitato dei collaboratori fissi della storica Cinemasessanta, attualmente collabora con Sul Palco, CineClandestino e Taxi Drivers ->

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