Tutti odiano Emily in Paris ma non riescono a smettere di guardarlo. La terza stagione della serie attualmente in onda su Netflix genera dispute feroci, ma continua a macinare spettatori.
Emily in Paris, odiata\amata
Emily in Paris è un prodotto culturale mirabilissimo e ingiustamente criticato dalla bolla per cui mi assumo io la responsabilità di parlarne bene.
Perfetta nemesi di Mercoledì Addams, Emily è bella intelligente buona gentile allegra vivace sessualmente promiscua e totalmente priva di profondità, come ogni essere umano evoluto dovrebbe essere.
Le sue tribolazioni interiori sono riconducibili esclusivamente alle sue varie tresche con gli uomini, e in tutti i casi si tratta di problemi che possono essere risolti con una scrollata di spalle o con un bicchiere di vino con la migliore amica.
Mi ricorda la spensieratezza del mio cane, da cui tutti dovremmo imparare a stare al mondo. A prima vista potrebbe sembrare un personaggio banale, ma in realtà non è affatto facile, per un autore, mantenersi a questo livello di superficialità, rivendicarla senza sensi di colpa o pudore e farne il centro della propria poetica, motivo per cui mi sento di sostenere il coraggio degli sceneggiatori e la loro polemica implicita contro lo Zeitgeist che estetizza la depressione e il male di vivere.
D’altronde nella cultura occidentale c’è sempre stata una predilezione per la profondità, l’abisso e il baratro, mentre la frivolezza, intesa come pregio, non è mai stata sufficientemente celebrata. Come diceva Giovanni Lindo, “assomiglia all’ingenuità la saggezza”. Consiglio la visione con panino con la milza gourmet n. 2.

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