E tu sai fare l’opera d’arte?

Il gioco dell’arte, tra ironia e appartenenza

È un dato di fatto che durante il periodo di isolamento forzato del COVID-19, di riconfigurazione dei rapporti sociali e di adattamento a nuovi stili di vita, è emerso un singolare fenomeno di affezione nei confronti del patrimonio artistico, una voglia di bellezza e di identificazione con le opere d’arte che ha assunto le manifestazioni più varie.

Dalle più ovvie ricerche di contenuti digitali, visite a musei veri o improbabili, accessi in remoto alle mostre dell’anno (Raffaello a Roma, Van Eyck a Ghent), il pubblico dell’arte si è rivelato non solo attento, esigente, partecipativo, ma anche sensibile, creativo, ironico e – a tratti – geniale.

Il fenomeno che ha suscitato il più grande interesse degli esperti della didattica del patrimonio è quello dell’interpretazione casalinga dei grandi capolavori: non, si badi bene, una versione semplificata dei noti tableaux vivants (una pratica tanto antica quanto apprezzata, consistente nella messa in scena, teatrale e drammatizzata dei grandi capolavori), bensì una reinterpretazione di opere più o meno famose, di fatto evocate tra le mura domestiche, utilizzando oggetti casuali, materiali semplicissimi reinventati e defunzionalizzati in un approccio sospeso tra la provocazione sfacciata e la più pura innocenza.

Male Harp Player of the Early Spedos Type, 2700–2300 B.C., Cycladic. Marble, 14 ⅛ x 11 1/16 in. The J. Paul Getty Museum, 85.AA.103. Recreation via Facebook DM by Irena Ochódzka with canister vacuum
Male Harp Player of the Early Spedos Type, 2700–2300 B.C., Cycladic. Marble, 14 ⅛ x 11 1/16 in. The J. Paul Getty Museum, 85.AA.103. Recreation via Facebook DM by Irena Ochódzka with canister vacuum. From “The Getty Iris | Behind the scenes at the Getty

Nella cronistoria delle sollecitazioni quotidianamente trasmesse con migliaia di “forward” attraverso i canali social, il percorso si è sviluppato in questa sequenza: i musei chiusi, i musei vuoti, le opere animate in vignette umoristiche (per esempio, il Cenacolo di Leonardo abbandonato dai suoi personaggi; la Gioconda che festeggia la conquistata “libertà” dalle folle dei visitatori; ecc.), le visite virtuali a collezioni temporanee e permanenti, i mirabolanti tableaux vivants caravaggeschi di autentici attori di teatro, in un crescendo volto a manifestare – nell’ordine – la sensazione di perdita, il bisogno di senso, la compensazione dell’esperienza mancata e infine l’illusione dell’artificio, la ri-creazione dell’arte che nella messa in scena si traduce in vita, o meglio torna ad essere vita comunicando di sé alcuni indizi essenziali capaci di attivare il ricordo.

Arte homemade. Museo Nazioanle Etrusco di Villa Giulia
Arte homemade. Museo Nazioanle Etrusco di Villa Giulia

L’opera si dematerializza, diventa puro pensiero e in tale veste esprime il suo incanto per la capacità di essere evocata, rivelando al tempo stesso il contatto mai spento con il presente, con la vita attuale. Il dipinto, la scultura, il manufatto si trasformano in contesti di interpretazione personale, vengono indossati letteralmente, e pertanto trasfigurati, alterati, scomposti.

Con sorprendente premura i protagonisti di questo appassionante appello delle opere assenti, isolate nel silenzio dei musei chiusi al pubblico, hanno assunto le fattezze di personaggi della mitologia e della storia sacra, adattando mobili, abiti e utensili ad uno sforzo di sintesi che a monte richiede un processo di analisi dei linguaggi niente affatto scontato.


 

La riconoscibilità, anche solo accennata, attiva il meccanismo cruciale dell’affezione e della comune appartenenza: ce ne rendiamo conto nella reazione che queste interpretazioni stimolano in tanti storici dell’arte, negli studiosi, nei più seriosi addetti ai lavori. Grandissimi musei, come il Getty di Malibu o il Museo Nazionale Etrusco, hanno stimolato la creatività del pubblico invitandolo ad interpretare le loro opere più famose.

E in questa coraggiosa e sacrosanta proposta i musei hanno legittimato un processo di demitizzazione dell’oggetto artistico che non significa sacrilegio, bensì democrazia della cultura, libero accesso e senso di appartenenza.

La curiosità, la motivazione, il coinvolgimento e la capacità di agganciare un contenuto complesso alla sfera delle conoscenze personali, sono meccanismi vitali nella non facile battaglia della trasmissione del sapere.

 

In questo senso, il diritto di interpretare l’opera, di indossarla, di farla propria, è implicito nel valore del patrimonio culturale come bene di tutti, nell’entusiasmo del trovarsi accomunati da un valore assoluto che non conosce confini geografici, culturali, religiosi.

L’arte si rivela lo specchio magnifico di un’umanità capace di riconoscersi nell’amore per la bellezza, tanto più desiderata nel momento in cui si fa inaccessibile. E così si attiva il miracolo più appassionante di questo processo, che riguarda il fattore dell’ironia: la capacità intelligente di cogliere il risvolto al tempo stesso elegante ed effimero del gioco che l’arte ci invita ad esercitare, quell’illusione sofisticata e potente che è il nutrimento primario dell’artificio artistico e che ci permette di coglierne il mirabile inganno.

 

L’immagine di copertina è stata presa dalla pagina Facebook del Museum B.C. Koekkoek-Haus per l’iniziativa Art for home – Tra arte e quarantena. Tussenkunst & Quarantaine


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About Irene Baldriga

Autrice di oltre 70 pubblicazioni scientifiche e divulgative, in Italia e all'estero. Esperta di arte rinascimentale e barocca, si occupa di didattica, museologia, tutela, narrazione e comunicazione dei beni culturali. Collabora con università e istituzioni culturali, particolarmente in Francia.
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