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Sono passati 30 anni da quel 4 giugno del 1994, quando a Ostia Massimo Troisi, a soli 41 anni, morì nel sonno a causa dei problemi cardiaci che lo affliggevano sin dall’infanzia. Erano passate solo ventiquattr’ore dall’ultimo ciak delle riprese del film ‘Il postino’.
30 anni senza Massimo Troisi
Di Massimo Troisi viene ormai detto tutto e il contrario. I ‘napoletanisti’ lo rendono una specie di neoborbonico, gli ‘antinapoletanisti’ ne evidenziano tratti quasi nordici.
Come accade per Pasolini e per ogni figura di pensatore o artista complesso, c’è chi se lo tira da un lato, chi dall’altro (cito Pasolini ché nel tempo è stato visto come fautore della decrescita felice, reazionario che manco Evola, filoisraeliano, chi più ne ha più ne metta).
Una cosa è certa, Troisi spiazzava, faceva saltare in aria luoghi comuni, e che il depositario di tanta dinamite fosse un timido, una persona con una sua delicatezza, era già in sé una contraddizione vivente bellissima.
Non sono un passatista, ascolto molta musica di oggi, non mi faccio irretire troppo da certe nostalgie e propendo perfino per pensare che abbiamo un futuro, non so di che tipo ma ne abbiamo.
Dopodiché, non mi pare che nei 30 anni che ci separano dalla morte di Troisi Napoli abbia espresso un talento – espressività, intelligenza e poesia – anche solo di metà della sua caratura. Né il resto del paese ha saputo rimpiazzare i Manfredi, i Sordi, i Villaggio. Sono fatti oggettivi.
E fanno ridere i quarantenni che fanno libri su Napoli facendosi sponsorizzare da De Giovanni o Alessandro Siani, cioè una Napoli opposta a quella incarnata da Troisi, per quanto è spigliata, ruffiana, inutile, appunto opposta alla sensazione che dava Massimo di voler essere altrove, osceno, nel senso di Carmelo Bene, fuori dalla scena.
Per dire, questi quarantenni non sono proprio la miglior testimonianza del fatto che Troisi abbia inciso e fanno propendere per la tesi che l’autore di San Giorgio sia passato invano.
Eppure un po’ di quella inquietudine dimessa, di quell’educazione sentimentale la troviamo in molti giovani e meno, nei gesti, negli sguardi, nelle incertezze che ancora molti figli di Napoli si portano addosso e si riflettono sul linguaggio sincopato e nell’ironia dolce che accompagnano un nuovo fare. Ma fuori all’arte e da molta cultura.

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