L’interista esistenzialista: per Dzeko non bastano più gli elogi

Battere il Napoli e festeggiare ma con cautela: il meno è fatto, ancora troppo in palio: avanti tutta, con un Dzeko in gran spolvero.

Per Dzeko non bastano più gli elogi

C’era molta curiosità da parte di tutti, dei tifosi quanto degli addetti ai lavori di capire in che modo la kermesse mondiale e il forzato riposo cui ha obbligato il nostro disgraziato campionato, avrebbe inciso sulle performances delle squadre al ritorno della piena attività.

La cartina al tornasole, a sentire i più, sarebbe stato l’incontro di cartello della sedicesima giornata, Inter-Napoli. A quanto pare la sosta ha fatto bene ad entrambe: entrate in campo con il piglio giusto si sono date una gagliarda battaglia quasi fin da subito con il Napoli che ha subito per dieci minuti e poi per mezz’ora almeno ha menato le danze tenendo l’Inter se non alle corde, comunque rincantucciata nella propria metà campo, col proposito di ripartire in velocità appena possibile.

Lobotka, Zelinski e Anguissa hanno avuto il loro bel da fare con i loro dirimpettai Barella, Mkhitaryan e Chalanoglu che si sono immediatamente calati nell’atmosfera di lotta non risparmiandosi colpi duri, leciti e meno leciti, con quest’ultimo impegnato non solo alla costruzione bassa ma anche, a tempo perso, a tenere a distanza di tiro utile Zelinski.

Tra le tante preoccupazioni che hanno deteriorato la qualità del sonno di Inzaghi c’era quella rappresentata da Kvaratskhelia, che ha fin qui fatto impazzire quasi tutti i controllori di fascia che son stati chiamati a provare ad arginarlo, in campionato quanto in CL: patemi che si sono rivelati inutili vista la partita enorme che ha fatto Darmian sul georgiano, che spesso lo ha più impegnato a difendere che a spingere.

A ragion veduta: alle brutte, c’era sempre il Nicolino nazionale a raddoppiare e raddoppiarsi di fatica. Che si sa, quel sardo lì, più lo fai correre e più è contento. Cosicchè, con il Napoli a fare lo speranzoso trantran d’attacco ben sapendo che quel muro normalmente alla prima buona occasione crolla, stranamente le occasioni migliori sono capitate ai nerazzurri, che come al solito hanno espresso la solita svagatezza in fatto di conclusioni a rete.

Il cartellino registra una possibilità per Dimarco già al quarto minuto che a giudicare da come colpisce la palla non ne imbroccherà una (e invece…), al ventiseiesimo una combinazione veloce Dzeko-Darmian con quest’ultimo che prima si meraviglia della meravigliosa palla che gli viene recapitata e poi si meraviglia per averla indirizzata al secondo anello.

Ancora, al quarantesimo con Barella che di tacco, perché lui sa giocar di randello ma anche di fioretto, ha liberato Lukaku per apparecchiargli una conclusione non semplicissima ma fattibile, soprattutto quando guadagni dieci milioni a stagione. Il belga l’ha sparata alta, fa niente se non di troppo: è la rappresentazione plastica di una prestazione di basso livello, anche se non disastrosa.

Vero che non sia stato cercato troppo dai compagni ma pure vero che quando è stato stimolato, non ha saputo rispondere “pronto”. Ha faticato in tutto: a tenere palla, a girarsi, a proporre l’allungo devastante dei giorni migliori.

Le perplessità risvegliate sono le solite: a suo agio nell’Inter di Conte dove poteva contare su ampi spazi su cui liberare la sua progressione, con Inzaghi mostra gli stessi imbarazzi che palesava nel Chelsea, quando la squadra si schiacciava sulle difese avversari. Potrebbe essere solo una questione di preparazione fisica, d’altronde ha fatto male anche ai mondiali a cui è arrivato in condizioni non ottimali e anche lì è sembrato spesso lento e farraginoso: chi vivrà.

Alla fine del primo tempo, finito in pareggio per reti bianche come dicono quelli buoni, le sensazioni degli astanti erano controverse. C’era da una parte una bella prestazione, con i singoli decisi e sempre sul pezzo, dall’altra una squadra con grande qualità collettiva che macinava un gioco inaspettatamente a basso ritmo.

Non so a chi altri, ma a me sono tornate in mente le sconfitte patite con la Roma quest’anno e quella del pernicioso 1-2 col Milan della scorsa stagione. Mi sono un po’ guardato in giro nell’intervallo per capire il polso della gente e le facce che ho incontrato in questo mio estemporaneo scandagliamento, esprimevano tutte un certo sgomento, un po’ quello dell’amante lasciato a languire dopo le promesse di notti di fuoco.

Un’aria da fregatura, da buggeratura, insomma. Alzi la mano chi non abbia pensato: “alla prima occasione buona vedrai che il Napoli segnerà e la partita finirà in vacca come quelle altre volte”. Maledetto intervallo che innerva gli animi di pensieri sconci, ma non c’è stato tempo di rimuginarci troppo, malgrado l’urgenza dell’argomento: sei minuti e il Napoli ha bussato forte, che la porta quasi l’abbatteva.

Cahlanoglu è stato provvidenziale a opporre il suo metro e settantotto a quella spalliera svedese che è Osimhen. Si stava per palesare l’ulteriore beffa? Stavolta no, grazie a due perle: quella di Mki che dopo un affannoso recupero di palla ha lanciato di forza e di precisione una secante rispetto alla corsa nella prateria di sinistra di Dimarco che ha fatto un paio di falcate ancora e poi ha tagliato il pallone al limite del fuorigiri.

Dzeko ha rincorso l’azione senza affanno, ha fatto un po’ di qua un po’ di là con Rrahmani che – poverino – non poteva certo tenere un occhio alla frittura e uno all’arrosto all’infinito e così ha dovuto optare per l’arrosto. Scelta sbagliata, e non perché l’olio s’è bruciato, ma perché il Cigno si è scrollato di dosso l’importuna presenza e l’ha scagliata in porta da due passi.

Con una vita intera da giocare ha fatto bene il Napoli a provarci e a riprovarci, fieramente. Purtroppo per loro i padroni di casa non hanno avuto il solito calo di tensione e occasioni se ne sono viste capitare poche. Tra tutte un bel dribbling di Kvaratskhelia che in piena area ha mandato in ambasce in un colpo solo Darmian, Acerbi e Cahlanoglu ma che poi, con poca porzione di porta a disposizione ha potuto solo tirare sull’esterno della rete.

Inzaghi a quel punto aveva già chiamato le sostituzioni, le solite: cambio dei cursori per ridare linfa all’erbette che crescono sulle fasce. Ha richiamato Lukaku, che per oggi può bastare: facciamo entrare un campione del mondo, per stare sul sicuro. Ci ha provato anche il Napoli a dare uovo impulso alla sua urgenza di gol: Lozano e Raspadori per mettersi con tre attaccanti puri a mandare in vacca i progetti interisti.

I cambi hanno premiato più l’Inter che il Napoli che con questa nuova disposizione le ha benevolmente ceduto la gestione dei fatti di centrocampo, di fatto permettendogli di soffrire anche meno, dietro. E infatti di occasioni ai campani ne capitano col contagocce, con il solo Raspadori a fare il test della prontezza di riflessi di Onana: test superato senza affanni. Finisce senza altri scossoni, l’Inter vince la prima partita del 2023 e il primo scontro diretto contro una delle prime quattro. O delle prime cinque, o delle sei, fate voi.

Era importante iniziare bene per molteplici motivi: una sconfitta avrebbe sancito la sicura rinuncia ad un ipotetico rush finale e l’allontanamento dalla zona Champions che è e rimane l’obbiettivo minimo della stagione. Ha poi confortato la qualità della prestazione, con la squadra sempre presente in ogni zona del campo e quella dei singoli, (Barella su tutti) fatte talune eccezioni.

Bene il tanto vituperato Acerbi (ma non è più una novità) che ha annullato Osimhen e ha condotto il palleggio difensivo con la solita disinvoltura. Monumentale la prestazione di Cahlanoglu che a quanto pare – il vigliacchetto – si è messo l’uzzolo di creare dubbi al suo allenatore: come play basso, meglio lui o Brozovic?

Sugli scudi Darmian, che quando sta bene non conosce concorrenti: spinge, rintuzza, difende nel gioco aereo tanto quanto quello a palla bassa, aiuta la squadra e si fa trovare sempre disponibile al passaggio, tanto dietro quanto in terreni avversi. Bastoni è parso rigenerato dopo delle uscite autunnali non esattamente lusinghiere.

Mkitharian essenziale, piedi educati e tanto fosforo da catalizzare quando il bailamme si fa insostenibile. Dimarco si guadagna la pagnotta con quel cioccolatino che fa fare gol a Dzeko, per il quale ogni elogio è ormai superfluo. Male Correa, entrato in mood sbagliato, il solito: non gli si chiedeva certo di segnare, ma almeno di aiutare la squadra, non ha fatto né questo né quello.

Il Napoli invece incassa la prima sconfitta della stagione ma mantiene intatte le sue pretese. È una signora squadra che gioca il migliore calcio che oggi si possa vedere in Europa, ha giocatori di altissima qualità e le idee chiare di un allenatore capace e navigato.

Al netto di una sconfitta che tutto sommato può essere accettata con una certa serenità mantiene intatta la consapevolezza dei propri – notevolissimi – mezzi.

Ha ancora un tesoretto di punti di vantaggio sulle inseguitrici che regalano una certa tranquillità. L’Inter ha dovuto metterci il massimo di tutto il materiale che ha a disposizione una squadra per averne la meglio. Decisamente, rimane la concorrente più accreditata per il successo finale.

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Filippo De Fazio
Filippo De Fazio
Meridionale ma anche settentrionale. Sono lettore incallito e compulsivo, grafomane della vecchia scuola, ex calciatore dagli esiti disastrosi.

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