L’interista esistenzialista: Barella, Correa e Martinez, “just in time”

L’Inter raggiunge una qualificazione insperata ad inizio stagione alle semifinali di Champions League anche grazie ai gol di Barella, Correa e Martinez, protagonisti chiacchierati per motivi diversi.

Barella, Correa e Martinez, “just in time”

“Just in time”, avrebbe cantato Dean Martin guardando soddisfatto, con aria languida il redivivo. Sorriso sornione, la voce suadente screziata dal fumo e dall’alcol avrebbe sottolineato

Just in time, I found you just in time
Before you came my time was running low
I was lost, the losing dice were tossed
My bridges all were crossed, no where to go
Now you’re here, now I know just where I’m going…

Martìnez avrebbe risposto al sorriso, abbassando gli occhi, imbarazzato.
perché si, “just in time”, giusto in tempo, Lautaro è tornato. Di ritorno da uno dei suoi soliti periodi “no” nei quali si era aggomitolato, a digiuno di gol dal cinque di marzo, si è rivisto infine il toro che tutti si aspettano di vedere.

É saltato fuori dagli spogliatoi della plaza e toros, pardon, della praça de touros sgroppando imbizzarrito, le froge del naso dilatate, sbuffanti vapore. Prova un po’ a prenderlo per le corna, se hai coraggio. Vera spina nell’ombelico del Benfica, ha regalato sincopi e palpitazioni incontrollate ai poveri ragazzi in biancorosso che se lo vedevano spuntare fuori da ogni zolla.

E poi ha pure segnato, “just in time”, perché il Benfica dal trentottesimo minuto stava cominciando a fare sogni pornografici. Ha segnato sottoporta, in tap-in. Dice: vabbè, da lì ero capace pure io. Si, ma ci devi arrivare, ci devi stare, capire in anticipo dove andrà a parare quel solido imprevedibile che si chiama palla. E ieri sera l’argentino lo capiva mezz’ora prima di tutti, sistematicamente.

“Just in time” è stato il gol di Barella, arrivato al momento giusto, all’inizio ma non prematuramente, per mortificare le pretese dei portoghesi, oggettivamente troppo esose. La finta, la conseguente veronica, l’arcobaleno disegnato dalla traiettoria del tiro che andava a morire all’incrocio dei pali rispondevano alle leggi della pura arte.

A cotanta bellezza ha dovuto soggiacere Antonio Silva, mandato a gambe all’aria dalla sindrome di Stendhal alla quale non ha potuto opporsi. La partita del sardo è stata totale, straripante nel coprire ogni cono d’ombra della manovra di squadra, supporto avanzato, risorsa definitiva nelle barricate di quei quindici minuti scarsi in cui il Benfica ha avuto il sospetto di poter ribaltare l’esito del doppio scontro.

Se sarà “just in time” il ritorno al gol di Correa è affare tutto da verificare. Magari lo fosse, in questa fase della stagione. Il suo gol è il riassunto della classe di cui – al momento – gode solo l’allenatore che lo vede giornalmente saltare avversari come birilli e concludere a rete baciando i pali benevoli, ma lo fa tra i compagni di squadra e quei colpi non portano punti in carniere.

Si vede che un po’ questo trend gli ruga non poco: al suo bellissimo gol, dribbling e tiro a girare, segna e si ingrugna, offeso dalla poca stima che gli mostra la gradinata. Colpa sua, che certi colpi li riserva all’occhio di pochi privilegiati astanti. Sarà ora che qualche scampolo di queste potenzialità vengano messe a disposizione di chi per vederlo giocare, paga un salatissimo biglietto.

“Just in time” sono arrivate le manone di Onana su una maligna punizione di Grimaldo quando si era giusto al trentesimo. É la toppa che respinge il grimaldello, per fortuna l’unico che ha avuto a disposizione l’attrezzeria del Benfica. Non arriveranno purtroppo sul colpo di testa di Aursnes al minuto trentotto, sull’unica dormita della difesa, che, come fosse per contratto, un gol ad ogni avversario lo deve pur concedere.

Dopo, il portierone dormirà sogni relativamente tranquilli, dovendo raccogliere altri due palloni in fondo alla rete ormai inutili, a qualificazione ormai acquisita. Dico relativamente perché ci penserà quel Brozovic che ancora ci ha il muso per lo scazzo avvenuto col portiere in allenamento il giorno prima. Aveva giurato di fargliela pagare e a momenti ci riusciva pure: fa finta di sbagliare un passaggio facile e serve Neres che ringrazia e sbaglia pure lui, all’unisono. Becca il palo, il tapino. Ma si era già sul tre a uno e così non si è fatto male nessuno.

Pari e patta, Onana e Broz sono tornati amici come prima più di prima. “Just in time”, è arrivata una gara in cui la squadra non ha tradito le aspettative, non mettendo quasi mai a disposizione dell’avversario la conduzione della gara, dove non c’è stato spazio per i patemi d’animo, per l’isteria collettiva, per la pletora infinita di occasioni da gol sprecate e che aveva afflitto l’autostima della linea d’attacco.

L’Inter porta a casa la qualificazione alle semifinali di Champions League che la vedrà partecipante dopo la bellezza di quasi tredici anni dopo una partita giocata sui binari che le sono più congeniali. Contro una squadra disposta a giocare propositivamente e a viso aperto, può scatenare le ripartenze negli spazi con i suoi giocatori di gamba. “Just in time”, per finire, con il prestigioso esito arriva, di conseguenza, il ristoro dalla depressione che stava ammorbando l’ambiente interista a causa dei terrificanti risultati in campionato, e che stava per diventare insostenibile.

In semifinale sarà derbissimo. Impossibile fare pronostici, i derby non rispondono a nessuna delle leggi non scritte del futbol, quindi come direbbe la dolce Doris Day, “Que serà, serà”. Magari raccogliendo, nel frattempo il suo invito: “Dream a little dream”…

 

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Filippo De Fazio
Filippo De Fazio
Meridionale ma anche settentrionale. Sono lettore incallito e compulsivo, grafomane della vecchia scuola, ex calciatore dagli esiti disastrosi.

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